When am I gonna see that pretty face again?
Oh, meet me on the road. (19:01)
La canzone dei Coldplay in sottofondo mentre all’ultimo momento organizza di uscire. Non vuole farlo, vuole tenere un profilo basso, ma è il compleanno del Professore. Hassanein è il suo punto di riferimento per gli studi sui sindacati, un’ispirazione per le ricerche. Una chiamata veloce all’amico docente Gennaro Gervasio. «Ci vediamo tra 25 minuti in piazza Bab el-Louq, davanti al ristorante GAD». Un modo per non fare la strada da solo.
Da tre giorni la tensione al Cairo è alta e le strade sono presidiate da esercito e polizia.
Alle 19:41 l’ultimo messaggio alla fidanzata Valeriia: “Sto uscendo”.

Fuori fa fresco, ma il tragitto verso la metro è breve. Scende le scale della stazione di Dokki e insieme a lui ci sono persone con striscioni e bandiere. Probabilmente vanno in piazza Tahir a manifestare per l’anniversario delle primavere arabe nonostante il divieto imposto dal Governo. Un Governo che aveva promesso pane, libertà e giustizia sociale, per poi far ricadere il paese in uno stato di polizia è forse degno di essere ascoltato e obbedito dal suo popolo? Ma una situazione del genere è proprio ciò che vuole evitare perché quella sensazione di essere osservato non lo lascia mai.
Da quando si era accorto di quella donna che gli scattava una foto durante una riunione del sindacato indipendente che sta studiando. Lì aveva capito di essere entrato nel mirino di qualcosa di più grande.
Gli ultimi gradini mentre sente il treno che si avvicina.
Sono le 19:51 e 43 secondi.
Questi sono gli ultimi istanti di libertà di Giulio Regeni.
Chi è Giulio Regeni?

È il 25 gennaio 2016, il giorno in cui si perdono le tracce del ricercatore friulano di 28 anni. Nato a Trieste e cresciuto a Fiumicello, al confine con la Slovenia. A 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti per studiare al United World College, una scuola internazionale che promuove l’unione tra persone, nazioni e culture. Forse il luogo dov’è nata la passione di Giulio per l’antropologia nel suo aspetto più umano. Questo interesse è il filo conduttore che lo ha portato a formarsi nelle università del Regno Unito (Leeds e Cambridge), a Vienna e che poi si è stretto attorno alla narrazione del mondo arabo. Così è arrivata la collaborazione con Oxford Analytica e UNIDO a Il Cairo.
La capitale e il popolo egiziano erano di grande interesse per Giulio perché da anni si opponevano a una dittatura. Il vento delle primavere arabe del 2011 aveva portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, ma il popolo non ha avuto il tempo di alzarsi. È ricaduto sotto la nuova dittatura di Abdel Fattah al-Sisi. Il coraggio, la forza, la resilienza dei cittadini avevano colpito la sensibilità antropologica del ricercatore. Gli attori principali in questo teatro di lotte e rivoluzioni sono stati i sindacati indipendenti. Per questo nel 2014 Regeni ha iniziato un dottorato di ricerca in Development Studies al Girton College dell’Università di Cambridge concentrandosi su questi gruppi di attiviste e attivisti sindacali.
È stata la tutor britannica Maha Abdelrahman a indirizzarlo verso Rebab El Mahdi, il suo punto di riferimento accademico in Egitto. Dal 9 settembre 2015 Il Cairo diventa la sua nuova casa: Giulio sceglie l’approccio della ricerca partecipata sul campo. Solo vivere in prima persona la realtà dei lavoratori gli avrebbe permesso di ricavare i dati qualitativi che gli servivano. Era consapevole del pericolo, ma aveva una passione più forte della paura.
Chissà quanto avrà ripensato a questa sua scelta nei 9 giorni in cui il mondo attendeva sue notizie con il fiato sospeso.
Cos’è successo?

«Stiamo arrivando, non portiamo buone notizie». È da quattro giorni che Paola Deffendi e Claudio Regeni si trovano al Cairo, nella casa dove fino a poco prima aveva vissuto il loro unico figlio. Sperano di trovarlo e di tornare a casa insieme.
Poi il 3 febbraio l’ambasciatore italiano pronuncia quelle parole. E così hanno saputo. Hanno sempre dovuto capire, senza bisogno di parole. È successo spesso in questi dieci anni, dover capire oltre il silenzio.
Alle 10:30 del 3 febbraio del 2016, sotto a un cavalcavia della strada del deserto – l’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto – il corpo di Giulio Regeni è stato ritrovato seduto, nudo dalla vita in giù. Quel corpo aveva conosciuto «tutto il male del mondo».
Sette costole rotte, numerose bruciature di sigaretta, fratture a entrambe le scapole, all’omero, al polso, alle mani, cinque denti rotti, tumefazioni alle piante dei piedi, tagli in varie parti del corpo, unghie strappate, un orecchio tagliato, delle lettere incise sulla pelle: la firma dei servizi segreti egiziani. Una tortura che è culminata con una violenta torsione del collo come a fargli distogliere definitivamente lo sguardo da un mondo che lui amava e voleva studiare, ma che il governo voleva tenere nascosto.
È questo tutto il male del mondo che la mamma ha visto sul corpo del figlio in obitorio. «Quell’immagine cerco di sovrapporla a quella del suo volto. Un viso che era diventato piccolo piccolo, che io e Claudio abbiamo accarezzato e baciato. Su quel viso ho ritrovato solo la punta del suo naso».

Così Claudio e Paola hanno dovuto imparare a convivere con il silenzio, un silenzio che ormai appartiene anche a Giulio. E dietro cui si nascondono impuniti anche gli autori dell’omicidio perchè dopo dieci anni non esiste ancora una verità giudiziaria. Il processo è stato rallentato da diversi depistaggi a cui ha contribuito il filmato registrato di nascosto da Mohamed Abdallah Said, il capo del sindacato dei venditori ambulanti. Una persona di cui Giulio si fidava, una fonte per i suoi studi. Invece lo ha venduto alla National Security con l’inganno: una telecamera nascosta e i tentativi di estorcergli frasi che potessero farlo sembrare una spia, un agitatore che poteva turbare l’equilibrio di uno Stato autoritario retto dalla paura.
Come ha reagito il mondo?
Uno Stato che, nonostante la Commissione d’inchiesta parlamentare italiana abbia identificato i quattro colpevoli principali, non permette alla giustizia di fare il suo corso, nascondendosi ancora una volta dietro a bugie e silenzi. Un muro che la Corte Costituzionale ha tentato di rompere stabilendo che il processo deve andare avanti anche senza la presenza degli imputati quando la loro irreperibilità dipende dalla mancata collaborazione di uno Stato estero.
Ma in Italia le cose sono state diverse. Un’onda gialla ha travolto il Paese. Un’onda di rabbia, indignazione, bisogno di verità. Sui monumenti delle città e sulle università è apparso uno striscione giallo, con una scritta nera, firmato da Amnesty International e sottoscritto da milioni di persone: “Verità per Giulio Regeni”. C’è chi la esige raccontando questa storia in un film, chi la cerca tra le parole di articoli d’inchiesta, chi ne alimenta la ricerca mantenendo vivo il ricordo negli atenei universitari.
Un grido corale e catartico di tutti quelli che hanno sperato in un epilogo diverso, ma che non si sono fermati e ancora portano avanti una battaglia collettiva. Quella per la verità, che è una lotta come cittadini.
Chissà Giulio, da sempre affascinato dai movimenti sociali, cosa ne pensa di questo suo popolo giallo.