Il fallimento delle primavere arabe

Nate, come tutte le rivoluzioni, con l’ambizione di portare un cambiamento reale, di conquistare democrazia, libertà di espressione e giustizia sociale, le primavere arabe hanno fallito. Le proteste che infiammarono il mondo arabo tra il 2010 e il 2011 sono rimaste confinate al piano degli ideali, senza mai realmente toccare terra.

Il caso di Giulio Regeni, sequestrato e ucciso al Cairo tra il gennaio e il febbraio del 2016 in circostanze ancora non chiarite, dimostra come non basta rimuovere un dittatore per smantellare una dittatura. Occorre intervenire in profondità sulla struttura costituzionale dello Stato, attraverso un processo lungo e faticoso che richiede, oltre alle riforme istituzionali, un cambiamento culturale radicato nella popolazione.

Le proteste di piazza Tahrir

In Egitto, le proteste del 2011 costrinsero alle dimissioni Hosni Mubarak, al potere da quasi trent’anni. Eppure l’ossatura dello Stato – forze armate, servizi segreti, apparato burocratico – rimase sostanzialmente intatta.

Dopo la breve parentesi democratica che portò alla presidenza Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, l’esercito guidato da Abdel Fattah al-Sisi intervenne nel 2013 con un colpo di Stato che ebbe, paradossalmente, un ampio consenso popolare. Da quel momento si è assistito a una restaurazione autoritaria allo scopo di garantire che il 2011 non potesse mai ripetersi.

L’illusione delle rivoluzioni

Delle ceneri di quel fuoco rivoluzionario ormai spento, quello che rimane è che i sistemi autoritari si evolvono, imparando da ogni sollevazione precedente. E finché le società che aspirano alla democrazia non svilupperanno la capacità di consolidare le proprie conquiste, non solo nelle piazze, ma nelle istituzioni, nelle leggi e nella cultura, il cambiamento resterà solo un’illusione.

 

Marco Fedeli

Calciofilo, milanese ma col cuore al mare. Mi occupo di sport e di esteri, ma anche di intelligenza artificiale. Ho svolto lo stage a Sky Sport.

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