«Ci sono luoghi in cui si parlerà di Giulio come vittima di repressione e di violenze. Ma nelle università dobbiamo immaginare Giulio come uno studioso seduto tra noi», afferma la senatrice a vita Elena Cattaneo, promotrice dell’iniziativa Le Università per Giulio Regeni. Che porterà la proiezione del docufilm Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, in 76 atenei universitari in Italia e non solo. L’evento nasce dalla volontà di restituire centralità alla figura di Regeni come studioso, simbolo della libertà di ricerca e di integrità. A dieci anni dalla sua scomparsa, MasterX ripercorre con Cattaneo le origini del progetto, il ruolo delle università e dei media nel caso Regeni e il significato di una memoria che, nel tempo, è diventata una responsabilità collettiva.
Com’è nata l’iniziativa Le Università per Giulio Regeni e con quale obiettivo?
L’iniziativa è nata in modo immediato quando è uscito il docufilm a gennaio. Mi è sembrato che la comunità accademica fosse il luogo più idoneo per la proiezione. All’inizio avevamo pensato solo all’Università Statale di Milano, ma poi ci siamo chiesti: perché non estenderla? Perché non creare un’iniziativa collettiva, comune, con tutte le università insieme, pronte a riflettere su quel che è stato e su quel che è? Il motivo della presentazione nelle accademie italiane, che emerge ancora di più nel film, è che Giulio Regeni era uno studioso esattamente come tutti gli studiosi, i dottorandi, i laureandi e i docenti che popolano i nostri atenei. Nessun posto più dell’ambiente accademico può capire e valorizzare i motivi per cui Giulio Regeni era in Egitto. Perché lui era là per studiare e per rispondere alle domande incomprimibili che gli studiosi si pongono.
Perché è importante valorizzare Giulio Regeni come studioso e non solo come vittima?
A me piaceva l’idea di rivendicare il suo protagonismo verso gli studi. Giulio non è una vittima dello studio, lui è un protagonista. A 27 anni era già stato in quattro diversi enti di ricerca nel mondo, inclusi gli Stati Uniti. Parlava 6-7 lingue tra cui l’arabo. Si era attrezzato metodologicamente per rispondere alle domande che gli stavano a cuore. E nel suo caso erano domande che avevano a che fare con la sfera sociopolitica. Regeni si interessava dei diritti dei lavoratori: si era fatto domande su come i sindacati degli ambulanti si organizzavano per rivendicare e tutelare i propri diritti dopo la rivoluzione del 2011 in Egitto. Sono domande puntuali e chirurgiche a cui nessuno aveva risposto prima, domande che magari nessuno aveva neppure immaginato prima. Quando c’è la passione per una disciplina, non puoi fare altro che andare a esplorare quel terreno ignoto. Per me questa iniziativa nasce dalla volontà di fare emergere la figura di Giulio, di questo ragazzo solare, appassionato, dedicato, uno studioso che era là a studiare per tutti noi. Questo era l’obiettivo primario.
Parteciperanno 76 atenei all’iniziativa, quanto conta che la partecipazione sia così vasta?
Le università sono il polso culturale del Paese, e il fatto che 76 università abbiano preso questo impegno nel giro di un paio di settimane la dice lunga sull’interesse culturale che suscita la storia di Giulio Regeni. Anche il Girton College dell’Università di Cambridge, dove Giulio studiava, si è unito all’iniziativa.
Negli anni sono emersi dubbi sulla valutazione da parte del Girton College dei rischi che Regeni avrebbe corso in Egitto. Che valore ha la loro partecipazione?
Io vedo il lato positivo. È un college che vuole partecipare a questo coinvolgimento collettivo che serve per arricchire la consapevolezza e per consolidare una memoria condivisa. Questo docufilm dura cento minuti, durante i quali non c’è un singolo attore. È tutta storia vera e sono tutti fatti, inclusi quelli processuali, che sono stati messi in fila per i cittadini, per gli studenti, e per chi vorrà indagare ulteriormente. Ci sono spunti di riflessione per le più disparate discipline, da quelle linguistiche a quelle antropologiche, a quelle delle relazioni tra i governi, a quelle giuridiche. Per la prosecuzione del processo su Giulio Regeni sono state emesse due sentenze della Corte Costituzionale. Sono momenti di presa d’atto democratica importantissimi. La verità deve emergere ed è evidente che questa verità interesserà più persone, incluso il College dell’Università di Cambridge dove Giulio studiava.
Il Ministero della Cultura ha giudicato il docufilm su Regeni “non meritevole di sostegno pubblico”. Quali criteri sono venuti meno?
Per me è incomprensibile che non si riconoscano il valore culturale e la rilevanza nazionale di un prodotto che è stato abbracciato da 76 università. Forse la metodologia usata per valutare questi prodotti va rivista.
Perché la storia di Giulio riguarda tutti noi?
Perché è una storia di diritti, di studio, di libertà di ricerca. Ricordiamo che la vita di Giulio Regeni è stata soppressa per via dei suoi interessi culturali. Quindi la storia ci riguarda perché tocca il diritto insindacabile della dignità della persona, del rispetto della persona, del rispetto delle domande e delle libertà di farle con gli strumenti della democrazia. Le domande erano la sua arma e la libertà di porre domande va tutelata. Perché è così che tuteliamo tutti i nostri studenti e gli spazi democratici. È così che preserviamo il diritto di ogni giovane di imbarcarsi nella strada di ricerca che più fa battere il cuore.
Che responsabilità hanno i media nel raccontare una storia complessa come il caso Regeni?
Questo è un altro degli elementi fondamentali che emergono dal docufilm: la riflessione sulla capacità della comunicazione dei media di trasferire pezzi di verità al pubblico. Il lavoro dei media è forse il collante più importante di una società. È la cinghia di trasmissione che tiene tutti noi in contatto. Quindi è un lavoro che necessita di poter accedere alle fonti, di poterle verificare per poi informare il pubblico. Io non lo vedo molto diverso dal lavoro del ricercatore che deve studiare, approfondire, mettere insieme fatti e consolidarli, verificarne la solidità e poi trasformarli in un prodotto che possa essere accessibile al pubblico. Senza questo, mi viene da dire, torneremmo alle tribù, in cui ciascuno si inventa i propri fatti. Ognuno ha diritto alle proprie opinioni ma nessuno ha diritto a inventare i propri fatti. I fatti sono quelli che devono essere documentati e messi in fila.
In che modo le narrazioni dei media egiziani hanno contaminato il caso?
Nel docufilm ci sono alcuni frame dei programmi televisivi egiziani che mostrano la comunicazione in Egitto, che è un paese dove ci sono problemi in termini di libertà di parola. Si vedono momenti in cui alcuni giornalisti quasi si lamentano dell’attenzione che viene riservata al caso Regeni, anche in malo modo. Questo fa capire il peso della differenza tra una comunicazione libera e invece una comunicazione tenuta sotto scacco.
Il tempo che passa aiuta o ostacola la ricerca della verità?
Di certo gli eventi avrebbero potuto essere più rapidi, ma se dall’altra parte hai chi ti ostacola diventa difficile. Il tempo giudicato a posteriori non è mai comprimibile. Perché il tempo che serve non è mai tempo sprecato. Serve a chiamare a raccolta una a una più e più persone e a creare la consapevolezza collettiva di quell’onda gialla. Un’onda che all’inizio era formata dai volontari che hanno condiviso da subito la responsabilità di portare avanti la richiesta della verità. Ma nel tempo quell’onda è diventata un mare che via via ha abbracciato il Paese. Nessuno di noi può immaginare la fatica dei genitori di Giulio Regeni in tutto questo tempo. Però questi dieci anni hanno preso per mano tante persone e creato quella coscienza che fa sì che un problema diventi prima una questione e poi una responsabilità di tanti.
Se dovesse invitare gli studenti (e non solo) a partecipare a questa iniziativa nelle università, cosa direbbe?
Direi che quel documentario è il nostro specchio. È lo specchio delle nostre passioni, dei nostri desideri e dell’importanza dello studio. Ci fa capire quanto sia necessario uno stato di allerta quotidiano affinché le nostre libertà non vengano mai compromesse. Non solo nel modo più tragico come è successo a Giulio, con la sua vita soppressa, ma neanche nel modo più semplice. La libertà richiede uno stato di allerta continuo, perché ci sarà sempre qualcuno intorno a noi che cercherà di condizionarla o limitarla. A garanzia della tenuta democratica del Paese, questa difesa ci deve impegnare tutti i giorni.
C’è una scena del docufilm che ritrae a pieno lo spirito di Giulio Regeni?
C’è un frame che mi sta molto a cuore in cui si vede Giulio che a sua insaputa viene videoregistrato dall’ambulante che poi lo avrebbe tradito (Mohamed Abdallah, capo del sindacato dei venditori ambulanti egiziani ndr.). In quel momento Regeni è seduto a un tavolino in un ambiente aperto: ci sono persone che si muovono e c’è questo ambulante che gli sta facendo delle domande. Sono domande che tentano di corrompere Giulio. Gli chiede soldi, domanda di avere delle parti o l’intera somma che Giulio ha a disposizione per le sue ricerche. E c’è questa immagine con le parole di Giulio Regeni che, solo in quel Paese straniero, parlando in arabo decide di fare muro. Risponde: “Ma io non posso, questi non sono soldi miei. Sono della mia istituzione e sono necessari per svolgere le ricerche”. Ecco, questa immagine di Giulio che rifiuta il tentativo di corruzione, anche se non sapeva di essere registrato, mi ha fatto venire in mente l’esatto significato della parola integrità.
Cos’è l’integrità?
È fare la cosa giusta quando nessuno ti vede. E quindi forse anche questa è un’immagine della figura solare di questo ragazzo che tanti giovani, andando a vedere il docufilm, possono cucirsi nel cuore.