A dieci anni dalla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni non esiste ancora una verità giudiziaria. Regeni si trovava al Cairo per lavorare alla sua tesi di dottorato quando scomparve. Era il 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio sull’autostrada tra il Cairo e Alessandria. Fu sequestrato, torturato e ucciso. Ma fin dall’inizio il caso è stato segnato da depistaggi, versioni contraddittorie e dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane.
L’inizio
Per i primi mesi la polizia del Cairo negò qualsiasi coinvolgimento e solo a settembre 2016 ammise di aver monitorato Regeni nei giorni precedenti alla scomparsa. La svolta giudiziaria è maturata tra il 2020 e il 2021, in un clima di forte tensione alimentato anche dalle denunce della famiglia Regeni contro il governo italiano per la vendita di navi da guerra a un Paese accusato di gravi violazioni dei diritti umani. In questo contesto, la Procura di Roma chiese il rinvio a giudizio di quattro imputati: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi, e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Quattro ufficiali della National Security Agency egiziana, accusati di sequestro di persona pluriaggravato, Sharif anche di lesioni personali aggravate e di omicidio aggravato.
Il primo stop
Il processo, previsto per il 14 ottobre 2021, si è però subito bloccato perché gli imputati, protetti dall’Egitto, risultavano irreperibili e non era possibile notificare loro gli atti di citazione. Per superare questo ostacolo è intervenuta la Corte costituzionale che, nel settembre 2023, ha stabilito che un processo può andare avanti anche senza la presenza degli imputati quando la loro irreperibilità dipende dalla mancata collaborazione di uno Stato estero. Soprattutto in casi gravi come quello di tortura. Grazie a questa decisione, il procedimento è ripreso il 20 febbraio 2024 anche in assenza degli imputati.
La seconda volta
Dopo circa un anno e mezzo, il 23 ottobre 2025, il processo ha subìto un nuovo stop per un’altra questione tecnica. Gli avvocati d’ufficio degli imputati hanno infatti sollevato il problema delle spese. Essendo i quattro generali irreperibili, non potevano firmare le carte per ottenere il patrocinio gratuito dello Stato. Questo impediva ai difensori di nominare consulenti e interpreti e secondo i legali limitava il diritto di difesa degli imputati. Anche in questo caso è intervenuta la Corte costituzionale che, con una sentenza del 30 gennaio 2026, ha stabilito che in situazioni eccezionali lo Stato deve coprire non solo le spese legali, ma anche quelle per consulenti tecnici.
Forse la verità

Le udienze sono così riprese il 24 febbraio scorso davanti alla Corte d’Assise di Roma, con la nomina di un consulente per la difesa e un perito per la traduzione di verbali in arabo, che lavora sotto precise condizioni di tutela e senza dichiarare pubblicamente le proprie generalità. Il calendario prevede nuove tappe decisive. L’8 giugno si discuteranno i risultati della perizia, mentre il 23 e il 24 giugno ci sarà la requisitoria del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che formulerà le richieste di condanna nei confronti dei quattro imputati. Il 13 e 14 luglio interverranno le difese e per settembre sono attesi gli interventi delle difese e la decisione finale della Corte.