“Verità per Giulio Regeni”. Uno slogan all’apparenza semplice, ma attraversato da una domanda urgente di giustizia e di verità. Quattro parole che, fin dai primi giorni, si sono trasformate in un appello collettivo, capace di innescare una mobilitazione diffusa in tutta Italia per capire cosa sia successo realmente al dottorando italiano dell’Università di Cambridge.
Il ruolo di Amnesty International
Un caso che oggi fa tanto rumore, ma che dieci anni fa rischiava di rimanere ai margini se non fosse stato per il lavoro di sensibilizzazione e amplificazione fatto da Amnesty International, un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani. Paola e Claudio Regeni hanno rifiutato fin da subito il ruolo di vittime silenziose e hanno scelto di puntare su una campagna immediata e riconoscibile. Gli striscioni gialli, come il colore dell’organizzazione, sono stati esposti nei luoghi più importanti delle città italiane, diventando il simbolo di questa vicenda.

L’inchiesta giornalistica di Repubblica
Il lavoro di Amnesty si è intrecciato fin da subito con quello del quotidiano La Repubblica, tra i primi giornali a cogliere la portata di quanto stava accadendo. Già nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Giulio Regeni, aveva iniziato un’attenta attività d’inchiesta. Grazie al lavoro degli inviati al Cairo e a Cambridge, come Carlo Bonini, sono emerse informazioni essenziali per ricostruire quanto accaduto.
La risposta del mondo accademico
La mobilitazione ha trovato riscontro nel mondo accademico fin da subito. Se nel Regno Unito sono emersi appelli ma limitati da cautele istituzionali, in Italia la risposta è stata immediata e compatta. Nel giro di poche settimane hanno esposto lo striscione giallo oltre quaranta atenei, tra cui la Sapienza di Roma, la Scuola Normale Superiore di Pisa e il Politecnico di Torino. Il mondo della ricerca ha assunto così un ruolo centrale nel richiamare l’attenzione sulla libertà accademica e sui diritti umani.

Per mantenere alta l’attenzione sul caso, studenti e docenti hanno promosso negli anni borse di studio, petizioni, seminari e raccolte fondi. Fino al 2026, quando l’Università degli Studi di Milano ha ideato la campagna #UniversitàperGiulio, che prevede la proiezione del documentario “Tutto il male del mondo” in più di 70 atenei.
Secondo Bonini, la vicenda ha scosso così tanto l’Italia perché «Ognuno ha visto in Giulio – uno studente di 28 anni – un pezzo di sé, o un riflesso dei propri figli. Per questo Giulio è diventato una battaglia collettiva».