“Tutto Il Male Del Mondo” – Più di una semplice ricostruzione

“Tutto il male del mondo”. Basterebbero queste poche parole, pronunciate da Paola Deffendi per descrivere il corpo martoriato di suo figlio Giulio, ad esaurire il senso di una vicenda che da un decennio scuote le coscienze. Eppure, a dieci anni dalla scomparsa al Cairo, il documentario diretto da Simone Manetti — che porta come titolo proprio questa espressione — dimostra come ci sia ancora molto da guardare e mettere in fila. L’impresa viene tentata attraverso una strada narrativa precisa: l’assenza totale di commenti esterni.

Prodotto da Ganesh Produzioni con Fandango, in collaborazione con Sky e scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi, il film evita accuratamente di cavalcare l’indignazione facile. La cifra stilistica di Manetti è un percorso “a flusso” che, quasi come un fiume in piena, affida la narrazione esclusivamente alle voci di chi quella storia l’ha vissuta sulla propria pelle o l’ha gestita nei palazzi del potere. Non c’è spazio per interpretazioni terze: a guidare lo spettatore sono solo i genitori di Giulio, l’avvocata Alessandra Ballerini e le testimonianze di politici e funzionari dei servizi segreti.

LA PROVA REGINA

Il racconto si muove con precisione millimetrica lungo due binari paralleli: la richiesta di giustizia della famiglia Regeni e la complessa dimensione giudiziaria. Fondamentale, in questo senso, l’utilizzo strategico dei materiali d’archivio — video in bassa definizione e audio originali — che ricostruiscono la grana sporca del contesto egiziano post-2011. Il momento di massima tensione è il recupero della registrazione effettuata di nascosto da Mohamed Said Abdallah. In quelle immagini vediamo il ricercatore seduto in un bar davanti a un tè, in quello che crede essere un incontro di lavoro: è la prova regina, un video nato con l’intento subdolo di incastrarlo come spia che, paradossalmente, restituisce oggi la prova cristallina della sua trasparenza.

L’inquadratura si allarga infine alle macerie della Primavera Araba, illuminando gli equilibrismi diplomatici e gli interessi economici nel Mediterraneo che hanno spesso rallentato la verità. Chiamando in causa la politica italiana e le sue promesse non sempre mantenute, “Tutto il male del mondo” interroga la coscienza delle istituzioni, lasciando che siano i documenti e i silenzi della diplomazia a parlare più di qualsiasi commento.

Le polemiche e le dimissioni dalla commissione del MiC
Il critico cinematografico Paolo Mereghetti

Tuttavia il documentario, a oltre due mesi dall’uscita, continua a far discutere proprio come la storia che racconta. Ad aprile 2026 l’opera è finita al centro di una dura polemica dopo il mancato riconoscimento dei fondi pubblici del Ministero della Cultura. Una decisione che ha scosso il settore, portando alle dimissioni di due membri della commissione di valutazione: lo story editor Massimo Galimberti e il citrico cinematografico Paolo Mereghetti.

Nonostante il Ministro Giuli, durante un question time alla Camera, abbia poi liquidato il caso come una «questione puramente tecnica e non politica», il sospetto di una scelta ideologica da parte di chi ha deciso di lasciare l’incarico in commissione resta forte. A rincarare la dose è stata la stessa Paola Deffendi che, durante la proiezione del film all’Università Statale di Milano, ha commentato con amarezza: «A queste ingiustizie ci siamo abituati da dieci anni. Ci è dispiaciuto per chi ha investito e ci ha messo il cuore, l’anima e la testa». Un dibattito senza fine, dunque, che conferma come il caso Regeni oltre al piano giudiziario non riesca a trovare un punto d’incontro neppure sul terreno della cultura e soprattutto della memoria.

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