Il voto della classe operaia, dove populismo e socialismo si incontrano

Non esiste socialismo senza populismo, e le forme più alte del populismo possono essere solo socialiste.

Estratta dal libro “La ragione populista” del 2008, questa frase di Ernesto Laclau, filosofo argentino e tra i più influenti teorici sul populismo, presenta uno spunto interessante. Due ideologie appartenenti a correnti politiche diverse, spesso distanti, che a volte finiscono per avvicinarsi e incrociarsi.

Socialismo e populismo, del resto, nascono da una base comune, per poi prendere strade differenti. L’idea è quella di mettere al centro della propria narrazione politica il “popolo”. Mentre per il socialismo tradizionale questa concezione si inserisce nella “lotta di classe” e vuole portare al riscatto del proletariato, il populismo si fa portavoce – a volte in maniera puramente demagogica, altre volte in modi credibili –  dei problemi di una massa indistinta di persone che le élite del potere non sono in grado di soddisfare.

In ogni caso, nel corso dei decenni, entrambi si sono portati dietro le speranze e i voti delle frange più svantaggiate, a livello sociale, del Paese. In particolar modo la classe operaia, l’insieme di coloro che lavorano in fabbrica come salariati svolgendo operazioni specifiche manuali.

Per più di un secolo, questa fascia di popolazione è stata sotto le attenzioni del socialismo. La classe operaia nasce a fine Settecento con la Rivoluzione industriale, quando cioè molti contadini abbandonano le campagne per entrare in fabbrica. Le giornate di lavoro infinite, i turni massacranti, la paga misera e la mancanza di garanzie sanitarie e assicurative emergono subito da questo modello, tanto da essere al centro delle teorie di Karl Marx e Friederich Engels. Il socialismo scientifico da loro elaborato sarebbe stato alla base delle ideologie socialiste e comuniste.

Emerge in maniera chiara come, dalla seconda metà dell’Ottocento, socialismo e comunismo si sarebbero fatti portatori delle istanze della classe operaia, la quale a sua volta avrebbe dovuto identificarsi pienamente con una delle due filosofie. I membri dei ceti medio-bassi, storicamente, hanno quindi visto i loro interessi rappresentati meglio dai partiti di sinistra, promotori di politiche di redistribuzione dei redditi e di tutela del lavoro operaio. Gli appartenenti alle classi agiate, invece, si sono spesso riconosciuti nei gruppi di destra, conservatori e difensori della proprietà privata e del libero mercato.

Questo fenomeno, in Italia, si manifesta solo parzialmente. Malgrado il PCI sia stato il più grande partito comunista dell’Europa Occidentale, esso non è riuscito pienamente ad attirare i voti della vasta classe operaia italiana, neanche con l’aiuto del Partito Socialista.

Dal Dopoguerra fino agli anni ’70, con l’aumentare dell’industrializzazione in Italia – e quindi anche delle disuguaglianze sociali –, il PCI ha visto crescere i propri consensi, diventando il principale partito di opposizione. Un incremento continuo che si sarebbe registrato fino alle elezioni politiche del 1976.

Enrico Berlinguer e Aldo Moro, la celebre stretta di mano simbolo del Compromesso storico

Volgendo uno sguardo, invece, alla tornata elettorale del 1972 – sulla base di un’indagine campionaria effettuata dalla società di rilevazione Field Work di Milano, sotto la direzione di Samuel Barnes e Giacomo Sanisi – si può evincere la tendenza al voto da parte della classe operaia durante la cosiddetta Prima Repubblica. I risultati vedono la conferma, rispetto alle elezioni del 1968, della Democrazia Cristiana, al 38,07%, seguito dal Partito Comunista Italiano (27,6%) e dal Partito Socialista Italiano (10,71%).

Per quanto riguarda il voto della classe operaia, l’ordine rimane invariato: la DC al 37,3%, il PCI al 30,65%, il PSI al 15,12%. Da notare sia la crescita del Partito Comunista e del Partito socialista nel voto del ceto basso e medio-basso, sia la poca variabilità al ribasso da parte della Democrazia Cristiana.

La prevalenza della DC anche nella classe operaia si può spiegare a partire dalla sua natura interclassista, che le procurava un buon bacino di voti da ogni strato della società. Il PCI e il PSI non riuscirono a sfondare nella classe operaia – nonostante la stretta collaborazione con i sindacati, in particolar modo la CGIL – per via della forte penetrazione, dell’intensa attività territoriale e degli stretti legami sociali della Democrazia Cristiana.

Ma non solo. Anche i motivi religiosi hanno giocato un ruolo fondamentale, dal momento che la DC rappresentava l’espressione, a livello politico, del cattolicesimo. Insomma, oltre ad attirare a sé i voti operai di chi, per ideologia, non sosteneva i comunisti o i socialisti, i democristiani riuscivano a portare verso di loro anche quelli dei lavoratori cattolici. Questo fenomeno si sarebbe manifestato anche negli anni successivi: malgrado i voti del PCI diminuiscano negli anni ’80, compresi quelli della classe operaia, e diventi un partito meno classista, il contributo dei ceti medio-bassi rimane comunque importante.

Se quindi non è giusto affermare che, in Italia, il voto operaio fosse rivolto a sinistra, può risultare comunque corretto sottolineare la tendenza verso il centro-sinistra.

La Seconda Repubblica e l’oscillazione tra destra e sinistra

Con l’avvento della Seconda Repubblica, tuttavia, le cose iniziano a cambiare. A causa dello scandalo Tangentopoli, molti partiti storici come la DC e il PSI spariscono, mentre emergono nuovi soggetti politici come Forza Italia di Silvio Berlusconi. Contestualmente, il PCI si scioglie e la maggior parte dei suoi componenti finisce nel Partito Democratico della Sinistra, guidato da Achille Occhetto, mentre altri creano Rifondazione Comunista. Il nuovo sistema di voto maggioritario obbliga lo scenario politico a polarizzarsi tra destra e sinistra.

Vengono meno alcune peculiarità della Prima Repubblica. Nonostante dalle ceneri della Democrazia Cristiana si siano creati nuovi soggetti politici, non c’è più un partito che sia una forte espressione del voto cattolico, così come è da sottolineare la progressiva evoluzione verso un modello che coniughi socialismo e capitalismo dei partiti di sinistra, raggruppati nell’Ulivo. Finisce anche l’era dei partiti di massa, che godevano di una forte presenza sul territorio. Il risultato è una maggiore flessibilità del voto, in particolar modo quello operaio, che si evidenzia nell’andamento delle elezioni fino al 2008. In ogni legislatura si sono alternate coalizioni di destra e di sinistra, soprattutto grazie alle preferenze espresse dai ceti medio-bassi.

La costante di questo periodo, secondo le analisi svolte da Itanes, è stata il voto imprenditoriale per il centro-destra, verosimilmente influenzato dalla presenza e dalla parabola di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia. I dati, perciò, accertano il ruolo fondamentale del voto operaio: se nelle elezioni del 2001 le classi meno agiate hanno premiato il Popolo delle Libertà, nel 2006 le loro preferenze si sono spostate verso il centro-sinistra.

Il cambio di rotta

Nel 2007 la Margherita, i Democratici di Sinistra, Alleanza Riformista e Movimento Repubblicani Europei confluirono in un progetto comune denominato Partito Democratico (PD). L’idea di base era raggruppare in un unico movimento tutte le forze che solo un anno prima, alle elezioni politiche del 2006, avevano appoggiato l’Unione e la conseguente nascita del secondo governo Prodi. Gli ideali su cui poggiavano e poggiano tuttora le fondamenta del Partito Democratico sono espressi nel suo manifesto politico: una corrente riformista che crede nel disegno di un’Europa unita, un progetto che porta in seno il seme del progressismo e i valori del socialismo.

Nella sua attività politica, però, il PD ha palesato una trazione laburista sensibilmente meno marcata rispetto a quella messa in opera suoi predecessori. Un distacco dapprima impercettibile poi via via sempre più marcato, al punto che si è andata diffondendo la sensazione che la sinistra stesse perdendo il polso della classe operaia. Un Partito Democratico per certi versi distratto, inebriato dal profumo internazionale della terza via siglata da Bill Clinton e Tony Blair che proponeva un punto di svolta tra vecchi e nuovi democratici, un socialismo neoliberista modellato intorno al proliferare della globalizzazione.  L’egemonia del mercato unico, inoltre, aveva illuso la sinistra europea che il dinamismo e l’innovazione rappresentassero un mantra sufficiente a scrivere la parola fine sulle battaglie per i diritti sociali, quando in realtà già proliferava un nuovo sottobosco di diseguaglianze, celate solo in parte dal sistema globale.

Matteo Renzi e il Partito Democratico: due strade destinate a dividersi

Mentre il neonato PD rivolgeva il suo sguardo all’Europa perdendo di vista i territori, nel 2008 il mondo cominciava a fare i conti con la crisi americana dei subprime che non impiegò molto tempo a generare pesanti ripercussioni nel vecchio continente. Il dissesto economico causò un aumento della disoccupazione, alimentò le incertezze della classe operaia e riportò a galla una serie di preoccupazioni, una su tutte la paura di rimanere privi di reddito e riscoprirsi non in grado di garantire un futuro ai propri figli. In questo scenario, con larghe frange della popolazione che iniziavano a identificarsi sempre meno nelle politiche del centro-sinistra, trovarono terreno fertile i movimenti neopopulisti e in particolare il Movimento 5 Stelle. La creatura di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – che si propose come forza anti-establishment in aperto conflitto sia coi democratici che coi conservatori liberali – riuscì a capitalizzare il malcontento per la vecchia classe politica e guadagnare un largo consenso nel giro di un breve arco di tempo.

Si arrivò alle elezioni del 2013 in un clima di grave incertezza politica. Solo due anni prima l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi aveva ceduto il passo al governo tecnico di Mario Monti, malvisto dal ceto medio per via delle urgenti misure fiscali adottate allo scopo di contenere la recessione economica. La corsa alle urne premiò l’ascesa del Movimento 5 Stelle, che conquistò il 25,56% dei voti alla Camera e il 23,78% al Senato. Il boom dei pentastellati costrinse il centro-destra e il centro-sinistra a unire le forze per dare vita a un governo di larghe intese.   

In barba ai segnali dell’elettorato, la sinistra italiana perseverò nella propria miopia politica. Sia il governo di Enrico Letta che quello presieduto da Matteo Renzi non riuscirono a restaurare la sinergia con la classe operaia, sempre più martoriata dal clima d’incertezza ereditato dalle scorie di una crisi economica ancora lontana dal placarsi. Come se non bastasse, il Partito Democratico indebolì e in alcuni casi martoriò i propri rapporti coi sindacati, i cui iscritti avevano da sempre rappresentato uno zoccolo duro del voto democratico.

La disoccupazione nel 2016 sfiorò il 12% su base nazionale, mentre un numero sempre più elevato di italiani iniziò a giudicare negativamente il fenomeno migratorio, ritenuto nocivo per lo sviluppo del mercato del lavoro. Parallelamente, la Lega Nord guidata da Matteo Salvini abbandonò il proprio status di forza separatista per proporsi come partito nazionalista a tutela delle fasce deboli della popolazione. Cavalcando i temi più vicini alla classe operaia, la Lega riuscì a soffiare alla sinistra un’ulteriore fetta di elettorato, guadagnando popolarità perfino nelle regioni meridionali. Il paradosso si era finalmente consumato: l’operaio, storicamente rappresentato dal Partito Comunista o dal PSI, cominciava a vedere in una forza di destra il suo nuovo rifugio sicuro. Un fenomeno simile si osservò anche in altre potenze europee come la Francia – dove si fece strada il Rassemblent National di Marine Le Pen – e la Spagna, con Santiago Abascal alla guida di Vox, movimento fondato nel 2013 da un gruppo di dissidenti del Partido Popular.

Ci eravamo tanto amati: Luigi Di Maio e Matteo Salvini in quello che è stato rinominato “governo gialloverde”

Le elezioni politiche del 2018 hanno segnato il ritorno del voto di classe. A beneficiarne però non è stato il Partito Democratico, ma la Lega – votata circa dal 17% degli elettori – e soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ha superato il 32% dei consensi sia alla Camera che al Senato. Il risultato ha confermato una distanza ormai tangibile tra la coalizione di centro-sinistra e le fasce più deboli della popolazione. Gran parte delle preferenze ricevute dal PD è arrivata dai ceti medio-alti, a riprova di un ormai conclamato rovesciamento delle parti tra gli attori politici.

A fronte dei cambiamenti maturati tra la fine della Prima Repubblica e i giorni nostri, è diventato legittimo domandarsi se si possa ancora parlare o meno di classe operaia. A conti fatti si può affermare come il sentire comune degli operai non sia mai cambiato, così come le loro preferenze di voto. A cambiare sono state le priorità delle fazioni politiche, che hanno seguito un’evoluzione spesso distaccata da quella del proprio elettorato. Nel segreto delle urne, invece, la classe operaia ha mantenuto una propria coerenza, premiando chi si ripropone di sposare le tematiche del lavoro indipendentemente da quale parte politica decida di farne il proprio cavallo di battaglia. Il populismo stesso, come ci insegna Ernesto Laclau, supera per esigenza la logica dello schieramento, abbracciando quasi per osmosi la dottrina e i fondamenti del socialismo, di cui rimane elemento imprescindibile a dispetto di qualunque fattore esterno.

 

Mauro Manca

Appassionato di sport e cinema. Scrivo per esigenza e credo in un'informazione libera e leale, amo raccontare storie che intrecciano il tessuto sportivo a quello sociale e politico.

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