Il patrimonio dei rifugiati, oltre l’idea di stato-nazione

I rifugiati portano con loro un patrimonio che spesso sfida e va oltre l’idea di Stato-Nazione. Questo meccanismo si muove su tre livelli: politico, sociale e culturale. La concezione di Stato-Nazione si costruisce prima su dei confini geografici e poi su un’appartenenza identitaria. Il rifugiato abbatte questa dinamica perché si lega a una realtà dove l’appartenenza va ricostruita in uno spazio nuovo. Parole come politica, identità, comunità, cultura e tradizione vengono riassemblate in una realtà che non può essere delineata da dei confini geografici. All’interno dei campi profughi si costruiscono dei meccanismi dinamici, a differenza dello Stato-Nazione che per sua natura è un meccanismo statico.

La politica

Il patrimonio dei rifugiati che va oltre l’idea di Stato-Nazione è una frase che si fonda su una consapevolezza politica. Patrimonio indica un insieme di pratiche che vengono tramandate di generazione in generazione. Questo è un punto di partenza sul quale viene costruito lo Stato-Nazione. Spiega anche perché i governi siano così attaccati ai monumenti o ai musei. Perché questi esprimono un’eredità identificante della popolazione che abita e vive in quel determinato Stato, creando la nazione. Il rifugiato è qualcuno che va via dalla sua nazione spesso a causa di guerre o persecuzioni. Quindi senza una nazione e senza uno Stato che fine fa quel patrimonio?

L’antropologa Sharon MacDonald propone l’idea di Non-Patrimonio. Il non-patrimonio ha un significato profondo. Scardina la concezione politica di tradizione e di legame. Queste parole devono essere ripensate in una realtà dinamica come quella dei campi profughi. I campi vengono ricostruiti, allargati, modellati e sono per loro natura luoghi in continua evoluzione. Costretti a lasciare la propria nazione i rifugiati creano un nuovo patrimonio e lo fanno nei campi profughi.

Antropologa Sharon MacDonald

A settembre del 2023 l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha dimostrato che in un anno i dati si assestano a 114milioni di persone. Il Nord Africa ospita il 15% di questi rifugiati. Sono persone provenienti dall’Africa del Nord, dall’Africa Centrale, dall’Africa Subsahariana. Esaminando l’espansione geografica del continente si comprende come il patrimonio culturale sia diverso. Per questo motivo, il nuovo patrimonio che si crea all’interno dei campi diventa qualcosa che va oltre la politica. Perché porta con sé delle tradizioni che si mischiano fra loro.

L’architettura

Un anno fa il campo profughi Moria, in Grecia, costruito per i profughi afghani è stato bruciato. I campi profughi palestinesi che si trovano nella Striscia di Gaza stanno venendo praticamente distrutti. Tutto questo significa che i campi dovranno essere ricostruiti. La ricostruzione implica la nascita di una architettura per i campi profughi che esce dagli schemi. Persone che arrivano, persone che vanno, i campi si trasformano in vere e proprie città ogni volta che vengono ricostruiti. Ma vengono anche allargati. Una parte di baracche e una parte che prende maggiore forma ogni volta che la popolazione aumenta. Questa architettura si arricchisce di tutti i tratti culturali delle persone che abitano il campo. E diventa un patrimonio culturale.

Francesca Neri

Laurea triennale in Storia Contemporanea all'Università di Bologna. Laurea Magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche all'Università di Bologna, con Master di I Livello in African Studies all'Università Dalarna.

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