Storia di Augusto Di Meo, testimone senza giustizia

19 marzo 1994. Don Peppe Diana, parroco della parrocchia di San Nicola di Bari a Casal Di Principe, si accingeva a celebrare la Messa, quando il camorrista Giuseppe Quadrano gli sparò cinque colpi in faccia.

Colpa di quel prete di strada era quella di non essersi arreso all’illegalità. Al silenzio aveva preferito la voce forte di chi crede ancora nell’onestà, e battagliava giorno dopo giorno in quel territorio così difficile.

Nella celebre lettera Per amore del mio popolo, nella quale chiedeva un impegno civile contro la camorra, Don Diana scriveva:

«La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo».

Testimone oculare di quell’efferato omicidio fu Augusto Di Meo, fotografo e amico del sacerdote, che decise di denunciare l’accaduto, sfidando l’omertà e la paura.

Quello fu l’inizio di una nuova vita per lui, che fu costretto ad allontanarsi dalla sua terra insieme alla famiglia, perché vittima di un sistema giudiziario sbagliato. Di Meo, infatti, non entrerà mai in un programma di protezione per i testimoni di giustizia, poiché la legge n.45 promulgata nel 2001 non è retroattiva.

Il servizio di Beatrice Barbato.

 

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