Il mondo della scuola è frastagliato come le coste su cui si abbattono le onde del mare. C’è chi pensa che sia in crisi e chi ne riconosce il valore, chi lo scredita e chi ne parla solo per fare polemica. In questa sorta di odi et amo costante e di sottofondo è intervenuto Quirino Principe: germanista, musicologo, critico letterario e traduttore. Tra i massimi esperti italiani di Thomas Mann e Richard Wagner, ma anche di Richard Strauss e Gustav Mahler, nonché primo traduttore in Italia del Signore degli Anelli di Tolkien.
Una decadenza culturale
Il professore vede nel mondo della scuola e in generale in tutta la cultura occidentale una sorta di decadenza perenne. Un lento declino in cui «le società occidentali sembrano cogliere con ritardo — o non cogliere affatto — il pericolo di scomparire come civiltà, e la scuola è uno degli specchi più fedeli di questa crisi». Una crisi che inizia con quella del ruolo dell’insegnante.
Una figura che un tempo era fondamentale in qualsiasi società e oggi è poco considerata. A cui la scuola riserva un ruolo marginale sia in termini economici che di prestigio. Quello che manca a chi vuole insegnare una qualsiasi materia è la capacità di «padroneggiare diverse lingue, intese come linguaggi, codici, registri, e soprattutto deve saper costruire un assortimento vario tra di esse per avere un accesso completo a diversi campi del sapere: la musica, la letteratura, la filosofia e la storia.
I Promessi Sposi non sono il problema
Riguardo le recenti polemiche sulle nuove indicazioni ministeriali, che vorrebbero spostare Manzoni dal secondo anno al quinto delle superiori, Quirino Principe sostiene che «non è tanto Manzoni il problema, ma la logica a con cui si sta ripensando il canone scolastico.

Non è che, come ha detto Walter Siti, bisogna riscrivere i Promessi Sposi in un italiano più vicino la contemporaneità, perché il racconto è veicolato dalla lingua. E Manzoni aveva fatto una precisa scelta linguistica. D’altronde anche la lingua aiuta a veicolare un concetto».
Insalata…di testi
Inoltre decidendo di togliere la lettura di un testo unico, dall’inizio alla fine, si rischia di ritrovarsi con «un’insalata di testi antologici, frammenti sconnessi che non danno mai al ragazzo l’idea di qualcosa di unico e completo. Un classico, invece, serve proprio a questo: a offrire un’opera intera, capace di assorbire elementi tra loro dissimili e di restituirli in una forma coerente, compiuta».
Secondo il professore si potrebbe scegliere, per un triennio, «un autore intorno al quale costruire un percorso — Verga con I Malavoglia, o un autore più vicino a noi come Italo Svevo — per poi cambiare nel ciclo successivo. L’importante è che ci sia una scelta».
Un pizzico di curiosità
Alla fine però, al di là di ciò che può fare la scuola, al di là dei programmi, dei ministeri, delle polemiche sui classici, ciò che conta davvero «è la curiosità del ragazzo». La voglia di andare oltre quell’autore che hai studiato, quel libro che hai letto quel giorno o quel film che hai visto la sera prima. Qualcosa che nessuno può toglierli, o intaccare. «Una scintilla interiore di cui la scuola deve prendersi cura», alimentandola con pazienza senza mai soffocarla, quasi custodendola. Perché alla fine è «il tesoro dentro ognuno di noi».