Usa: i Repubblicani riconquistano la Camera. Trump si ricandida

Le elezioni di midterm negli Stati Uniti hanno consegnato la maggioranza della Camera al Partito Repubblicano per la prima volta in quattro anni. A dispetto di quanto prevedevano i sondaggi, non c’è stato uno sfondamento conservatore. I democratici sono riusciti a mantenere il controllo del Senato, ma l’azione del presidente Joe Biden ne esce comunque indebolita, dato che si ritroverà un Congresso spaccato con la Camera ai repubblicani e il Senato ai democratici.

Le elezioni di medio termine

Negli Stati Uniti, ogni quattro anni, e a distanza di due anni dalle elezioni presidenziali, si vota per il rinnovo del Parlamento (435 membri della Camera e una trentina di membri del Senato). Le midterm rappresentano di solito una sorta di referendum sull’operato dell’amministrazione in carica. Quasi tutti i presidenti, durante il loro mandato, hanno visto il Parlamento cambiare maggioranza rispetto al giorno dell’insediamento. Negli ultimi decenni, solo Bill Clinton (1998) e George W. Bush (2002) sono riusciti a mantenere il controllo di Capitol Hill aumentando il numero di seggi. Prima di loro, bisogna arrivare a Franklin Delano Roosvelt che nel 1942, complice anche il delicato scenario internazionale, conquistò ben 45 seggi alla Camera, seppur perdendone otto al Senato.

Risultati midterm: le mappe con la divisione dei seggi per Senato e Camera

Secondo quanto emerge dalle proiezioni di Nbc e Cnn, i repubblicani avrebbero raggiunto i 218 seggi necessari per avere una maggioranza, anche se risicata, alla camera bassa del Congresso. Il Senato invece, la camera alta, rimane ancora nelle mani dei democratici nonostante un seggio perso in favore degli avversari. Una magra consolazione per Biden, che si dice «pronto a lavorare con i repubblicani» e sottolinea come il voto abbia «mostrato la forza e la resilienza della democrazia americana». In particolare, gli elettori avrebbero «respinto i negazionisti, la violenza politica e l’intimidazione».

I problemi dei repubblicani

La temuta “marea rossa” (dal colore del Partito Repubblicano) non c’è per cui stata. A pesare è stata soprattutto la presenza ingombrante di Donald Trump e la scelta di candidati deboli ma ritenuti molto vicini al tycoon. La spaccatura dentro il partito rischia perfino di compromettere l’elezione di Kevin McCarthy, il leader dei conservatori alla Camera in predicato a prendere il posto di Speaker della democratica Nancy Pelosi. Per ottenere i numeri necessari, McCarthy dovrà lottare nelle prossime settimane con molti membri allineati a Trump. I quali porranno varie condizioni, tra cui la richiesta di avviare procedimenti legali contro Hunter Biden, il figlio del presidente, e l’attuale amministrazione per la gestione del Covid.

La ricandidatura di Trump

Nel frattempo Trump, a dispetto del risultato sotto le aspettative, ha deciso di annunciare la sua candidatura alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, prendendo in contropiede i rivali interni. «Per rendere l’America di nuovo grande e gloriosa, annuncio stasera la mia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti», ha dichiarato dalla sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida.

Verso le presidenziali del 2024

Il ritorno in campo di Trump, 76 anni, aumenta le probabilità di una seconda candidatura per Biden, che compie 80 anni il prossimo 20 novembre. Al momento, entrambi registrano tassi di approvazione molto bassi. Trump ha un forte seguito tra gli elettori registrati come repubblicani (77%) ma solo il 30% di popolarità tra gli indipendenti. Il livello di gradimento per Biden nell’ultima rilevazione è invece scivolato al 39%, un punto in meno rispetto al mese scorso e uno dei più bassi di sempre per un presidente in carica.

Stefano Gigliotti

Calabrese. Appassionato di musica, cinema, seguo con molto interesse anche la politica e gli esteri. Mi piace approfondire e non fermarmi alla superficie delle cose. Sono fondamentalmente un sognatore. Il giornalismo mi aiuta ogni tanto a fare ritorno alla vita reale.

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