Marilisa Palumbo è la nuova ospite di Tomalet, la newsletter del Master in Giornalismo dell’Università IULM. Allieva del biennio 2001-2003, oggi è la caporedattrice degli Esteri del Corriere della Sera. Ha svolto il primo stage della Scuola al Corriere del Mezzogiorno Bari, mentre al secondo anno ha fatto due mesi a Io Donna e altri due mesi a Europa.
Qual è stato il percorso formativo per diventare giornalista?
Mi sono iscritta con il vecchio ordinamento a Scienze della Comunicazione alla IULM, poi ho fatto il passaggio al 3+2 perché così nel 2001 ho potuto fare il primo anno in assoluto del Master della IULM riconosciuto dall’Ordine. Poi sempre nella stessa Università ho preso anche la Magistrale.
Dove hai svolto gli stage della Scuola?
Il primo stage previsto dal Master l’ho fatto al Corriere del Mezzogiorno Bari in estate. Il secondo, invece, l’ho fatto per due mesi a Io Donna e per altri due mesi a Europa, che era un quotidiano nato da poco, quindi offriva un po’ più di opportunità.
Dopo il Master, com’è proseguito il tuo percorso?
Dall’esperienza a Europa in stage mi hanno chiesto di restare. Ho fatto una serie di contratti a termine e poi mi hanno assunto. Mentre ero nella redazione di Europa ho seguito molto le campagne elettorali americane, prima di John Kerry e poi di Barak Obama. Ho scritto anche dei libri con quello che era allora il mio caporedattore, Guido Moltedo: L’altra America. Kerry e la nuova frontiera nel 2004, Barack Obama. La rockstar della politica americana nel 2007. Yes she can: Michelle Obama e la prima famiglia africano americana alla Casa Bianca nel 2009 l’ho fatto dopo aver seguito le elezioni e la vittoria di Obama nel 2008. Dopo qualche anno sono diventata capo degli Esteri a Europa.
Mentre oggi sei caporedattrice degli Esteri al Corriere della Sera. Come sei arrivata a ricoprire questo ruolo?
Avevo fatto un concorso online del Corriere, che in quel momento cercava giovani giornalisti. L’ho fatto senza avere grandi speranze, devo dire la verità. Ma ho comunque mandato la domanda. Poi un giorno, un 25 aprile alle 8 di sera, mi è squillato il telefono. Era un numero sconosciuto, ho risposto e mi hanno detto: “Sono il caporedattore Esteri del Corriere della Sera e ho qui il tuo curriculum, vorremmo proporti”. Da lì sono entrata al Corriere, ricominciando con i contratti a termine e poi con l’assunzione. Prima ho fatto un periodo nella redazione della Politica, poi sono tornata agli Esteri e da quasi tre anni sono diventata responsabile della sezione.
Hai sempre avuto interesse per questo settore anche quando eri al Master?
Sì, da sempre, anche prima del Master. È sempre stata una parte di me da quando ero bambina. Il primo grande evento che mi è rimasto impresso è stata la caduta del Muro di Berlino nel 1989, quando avevo dieci anni. Mi ricordo che mio papà mi spiegava cosa stava succedendo e mi faceva leggere i giornali per capire. Poi era un evento molto positivo, che offriva speranza, a differenza di oggi che siamo bombardati da notizie negative. Quelli erano anni in cui c’era questa illusione che il mondo si aprisse sempre di più. Quindi ho sempre avuto quell’istinto di seguire la politica internazionale, in particolare quella americana, e l’ho coltivata. Ho cercato sempre, tranne per quella piccola parentesi al settore della politica, di fare gli esteri.
Cosa vuol dire oggi essere una giornalista di Esteri? Quali sono le maggiori difficoltà?
Essere giornalista di Esteri è cambiato moltissimo rispetto a quando ho iniziato. Prendendo i giornali italiani, qualche anno fa la politica interna oppure la cronaca dominavano, soprattutto nelle prime pagine dei giornali. Poi dal 2022 ci sono stati eventi mondiali di grande importanza. Sono ormai quattro anni e mezzo dall’invasione russa in Ucraina, poi c’è stato il 7 ottobre e la rielezione di Trump. Ora il giornale è quasi sempre aperto da notizie di Esteri. Noi abbiamo raddoppiato, anche triplicato il nostro lavoro e il settore è diventato il centro del giornale. È più stressante che in passato, perché siamo in una fase storica in cui il mondo è più instabile. Non è stata solo la guerra in Ucraina a dimostrare che stiamo attraversando questa fase di terremoti. Ed è cambiato chiaramente il nostro lavoro.
Qual è la differenza tra il tuo lavoro e quello degli inviati del Corriere?
La differenza è di ruolo. Sono stata anche io spesso all’estero, negli Stati Uniti, per coprire le campagne elettorali. Adesso invece il mio ruolo è quello che si chiama “di desk”, quindi di coordinamento. Io devo impostare le pagine del giornale di Esteri ogni giorno con gli altri deskisti della mia redazione, quindi insieme a inviati, corrispondenti e redattori immagino quali sono i temi e anche come declinarli. Per esempio se c’è un pezzo su Trump che “chiude” Hormuz dobbiamo immaginarci un altro pezzo che spieghi cosa significa, che racconti le rotte alternative, o un retroscena su come Trump è arrivato a quella decisione. Lo sforzo è offrire sempre un arricchimento al lettore che vada oltre la notizia nuda e cruda. Questo lo fa chi è qui a Milano, insieme al confronto costante con tutte le persone che noi abbiamo in giro per il mondo, corrispondenti o inviati.
C’è stato un momento nella tua carriera che reputi una sorta di svolta?
Sono stati due momenti. Uno è stato trovarmi a lavorare a Europa, che era un giornale appena nato, quindi quello è stato per me importantissimo. Era molto più facile trovare spazio in un giornale che era una nuova avventura, dove non c’erano ruoli stabiliti. È stato un posto che mi ha fatto crescere moltissimo, che mi ha formato anche grazie ad alcuni incontri fortunati come quello con Guido Moltedo, che è stato un padre professionale. Poi ho scritto i libri e ho potuto viaggiare negli Stati Uniti per seguire le presidenziali. L’altro momento di svolta è stata la chiamata al Corriere, che era il posto dove sognavo di arrivare da bambina.
E il momento più difficile?
Il momento più difficile è stato quando ho lasciato Europa, dov’era assunta ed ero già diventata il capo degli Esteri, e sono passata al Corriere con un contratto a termine. Ho dovuto quasi ricominciare da capo, accettando dei contratti a termine, attendendo l’assunzione, trovandomi a dover passare anche dei periodi, per fortuna brevi, di disoccupazione a casa. La scommessa è stata eccitante, ma anche fonte di grande tensione e preoccupazione, finché poi non si è tutto risolto.
Qual è la cosa più importante che ha imparato al Master della IULM?
La cosa più importante che ho imparato è forse proprio leggere le notizie e metterle in un contesto. Che poi è quello che mi ha aiutato tantissimo nel fare il lavoro, non solo sul campo, ma anche nel lavoro di coordinamento e di ideazione delle pagine che faccio in questo momento.
Cosa diresti alla Marilisa di qualche anno fa, ancora allieva del Master?
Le direi che bisogna sempre studiare, migliorarsi, provare a non abbattersi di fronte alle difficoltà e provare a divertirsi lavorando. Mettersi in discussione ma anche avere fiducia nelle proprie capacità.