Jari Pilati, giornalista inviato del Tg3: «In Ucraina per la prima volta ho avuto paura»

Jari Pilati, è il nuovo ospite di Tomalet, la newsletter del Master in Giornalismo dell’Università IULM. Allievo del biennio 2003-2005, oggi lavora nella redazione del Tg3. Ha svolto il primo stage a Radio 24 e il secondo ad APCom.

Qual è stato il percorso formativo che ti ha portato a fare il giornalista?

Ho fatto Scienze della Comunicazione alla IULM a Milano, poi sono entrato al Master. Ho fatto un primo stage a Radio 24, dove ho mantenuto una collaborazione. L’anno dopo, per il secondo stage della Scuola, sono andato ad APCom, che allora era l’agenzia di Telecom e anche lì ho mantenuto una collaborazione. In quello stage mi hanno chiesto di andare a Palazzo di Giustizia pur non sapendo nulla di cronaca giudiziaria. Mi è piaciuto e più o meno me la sono cavata. Poi quando a marzo 2006 sono diventato professionista mi ha preso l‘ANSA perché avevano bisogno di un collaboratore. Lì ho fatto cronaca giudiziaria, quindi ero 7 giorni su 7 a Palazzo di Giustizia a Milano. Due anni dopo, nel 2008, c’è stato un concorso della RAI per entrare a TGR perché stava aprendo il programma Buongiorno Regione. Era il primo concorso pubblico dopo molto tempo e l’ho vinto, quindi ho lasciato l’ANSA e sono entrato al TGR. Nel 2013 sono passato al TG3 nazionale, rimanendo sempre a Milano e da subito mi hanno messo a condurre all’edizione delle 12.

Sei stato anche inviato in Ucraina. Come ha reagito una grande azienda come la Rai all’inizio della guerra?

È stato molto particolare perché era da tanto tempo che non c’erano guerre. Ed erano cambiate anche le generazioni di colleghi. Quelli che in passato le guerre le avevano già fatte ormai erano diventati capi e non facevano più viaggi, salvo poche eccezioni. Quindi io e tanti altri ci siamo trovati a farlo da zero, senza avere una preparazione specifica. Cosa su cui poi la Rai ha recuperato, offrendoci formazione specifica per gli inviati in zone di crisi.

Com’è stata la tua prima esperienza da inviato di guerra?

La prima volta che sono partito ero molto spaventato. Prima di arrivare in Ucraina non avevo la più pallida idea di come fosse, di quanto potessi gestire la vicinanza al pericolo. È stato molto forte, per la prima volta avevo paura. Per altro il giorno prima dello scoppio della guerra è nato mio figlio. Sono partito che aveva un mese, lo avevo sempre in mente.

C’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa del periodo che hai passato come inviato in Ucraina?

Ce ne sono parecchie. Te ne racconto una bella e una orrenda, anche se di orrende ce ne sono parecchie. Quella orrenda è della prima volta che sono stato in Ucraina. Siamo andati, io e l’operatore, in un villaggio che era stato liberato da qualche giorno. Dopo due ore ce ne stavamo per andare, e un uomo ci dice: “Ma avete visto quei soldati morti? Li ho sepolti io, venite”. Lo seguo con l’idea che mi volesse farci vedere che aveva lasciato qualcosa come un fiore, una croce, un segno di umanità nei confronti del nemico. E invece quando sono arrivato lì lui ha preso una vanga e ha tirato fuori da sottoterra la mano di un soldato russo morto. Mi ha letteralmente fatto fare un balzo e gli ho detto: “No. Coprilo, coprilo, va bene così. Ok, abbiamo capito”. Ci teneva a far vedere che c’erano veramente i soldati russi, e che si era occupato lui di farli sparire dalla vista. Non voleva farmi vedere un gesto di umanità, quella era quasi una fossa comune. Una sepoltura arrangiata in un posto in cui non arrivava niente, quindi da qualche parte bisognava metterli i corpi. E lui da qualche parte li aveva messi.

E la storia bella?

Uno dei ricordi più belli che ho è quando sono andato a vedere un altro posto liberato, sul fronte vicino a Lyman, tra Sloviansk e Kharkiv. Andiamo in un villaggio e mi metto a parlare con questa vecchina, una babushka, col foulard e gli occhi blu. Era proprio una signora di campagna, semplicissima, che parlava solo in russo. Mi ha raccontato la sua esperienza, che era stata tantissimo tempo chiusa in casa dove aveva uno scantinato in cui teneva le conserve. Quando sono tornato in auto per andarmene lei è ricomparsa con un con un vasetto gigante di compot, che è uno sciroppo di frutta, che aveva preso dalla sua dispensa. Ha preteso assolutamente che io me lo portassi via, era buonissimo. Me la sono abbracciata perché questa signora, che era uscita da un periodo di occupazione di 3 mesi e non aveva niente, in questo villaggio che era mezzo distrutto, … era proprio da piangere. Questi erano appena stati liberati, non avevano nulla. La gente che andava lì portava delle uova, del pane, eccetera. Ma in quelle situazioni estreme succedono anche queste cose. Quello veramente penso che me lo ricorderò per sempre.

Qual è stata la cosa più importante che hai imparato al master?

Sicuramente una cosa che ritengo di aver imparato al master è come fare un attacco. Era una cosa su cui Agostini insisteva tanto. Quando lo hai scritto, hai trovato anche il bandolo della matassa per tutto il resto. Un’altra cosa importante che ho imparato è cercare di scrivere in modo creativo, tenendo ben presente le notizie.

Mentre se dovessi pensare al momento più difficile della tua carriera?

C’è stato un momento ai limiti dell’esaurimento nervoso quando lavoravo all’ANSA. Non arrivavo a fine mese, quindi avevo un po’ di altre collaborazioni. A un certo punto ne ho trovata una che mi è stata offerta con un quotidiano. Quando dopo 6 mesi ho ricevuto il primo pagamento ho scoperto che per 60 pezzi, qualcuno anche in prima pagina, avevo ricevuto 400€ avendo rinunciato a sabati e domeniche.

Qual è stato un momento di svolta nella tua carriera?

L’attentato del Museo del Bardo a Tunisi. Io stavo al TG3, mi occupavo di cronaca. Ho fatto una trasferta di 6-7 giorni in cui sono andato bene, sono tornato e pochi giorni dopo c’è stato l’incidente aereo di German Wings: un volo che partiva dalla Spagna e andava in Germania. Il copilota si è chiuso in cabina e ha fatto schiantare l’aereo sulle Alpi francesi. Mi ci hanno mandato e poi nello stesso mese ho inanellato una serie di trasferte all’estero, che erano forse l’unico vero sogno che avevo giornalisticamente. Poter vedere un pezzettino di mondo che non avevo mai visto. Da quell’anno mi sono guadagnato la possibilità di fare trasferte all’estero.

Cosa diresti al te stesso del passato che frequentava il master?

Probabilmente gli direi di crederci un po’ di più. Agostini era stato molto duro con noi nel farci capire che non avremmo mai avuto un contratto, essendo cambiato il mercato già allora. Tutto ciò che mi veniva concesso, fare un pezzo per Radio 24 o per un giornale che poi mi pagava due lire, mi sembrava già una conquista. Forse invece avrei dovuto essere un pochino più ambizioso, anche se poi alla fine ho ottenuto lo stesso delle posizioni lavorando tantissimo. Poi una cosa che sicuramente direi al me stesso di allora è coltiva un interesse specifico per un settore in cui ti puoi ritagliare una tua competenza. Essermi ficcato in un settore molto specifico e difficile, la cronaca giudiziaria, mi ha aperto tantissime possibilità, anche dentro la Rai.

Chiara Brunello

Scrivo di cronaca nera, politica interna ed esteri. Tra una lezione e l'altra faccio regia per il podcast Extrabutter.

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