Micaela Nasca è la nuova ospite di Tomalet, la newsletter del Master in Giornalismo dell’Università IULM. Allieva del biennio 2007-2009, oggi è una giornalista della redazione di TgCom24. Micaela aveva svolto il primo stage a Radio 24 e il secondo a Studio Aperto.
Qual è stato il tuo percorso formativo per diventare giornalista?
Ho iniziato da giovanissima. Fin da piccola dicevo ai miei genitori di voler fare la giornalista e imitavo gli inviati in TV. Ho avuto la fortuna di iniziare presto perché sapevo bene di volere fare questo mestiere. Intorno ai 19 anni ho iniziato a scrivere per alcune testate locali, come Il Tirreno. Conducevo anche alcune trasmissioni, inizialmente più di intrattenimento estivo o mini-tg per ragazzi con un linguaggio giovanile. Non era prettamente giornalistico, ma mi ha aiutato molto. Dopo la laurea triennale in comunicazione pubblica, sociale e d’impresa a Pisa, ho frequentato il Master della Iulm a Milano. Il primo stage è stato a Radio 24 e il secondo a Studio Aperto. Poi sono arrivati i primi contratti a Mediaset.
C’è stato un momento di svolta nella tua carriera?
È una domanda difficile perché vedo il mio percorso come molto intenso ma lineare; non ho avuto brusche svolte, ma una fortunata continuità lavorativa che mi ha permesso di apprendere costantemente. Ci sono state però delle occasioni. Ad esempio, lavorare a Tgcom24 mi ha dato l’opportunità di fare qualcosa di nuovo, come andare in onda in un contesto all news. Tuttavia, la vera scelta cruciale della mia vita è stata venire a Milano. Da lì si è costruito tutto il resto.
E invece il momento più difficile?
Ce ne sono stati diversi. Sicuramente trasferirsi a Milano così giovane non è stato facile. Venendo da una città come Livorno, che ti fa vivere bene ma che a volte non ti dà una grande apertura mentale, l’impatto con la grande metropoli è stato forte. Ma ho affrontato tutto con la spensieratezza che si ha quando si è giovani. Sul lavoro è stato difficile forse imparare a reggere ritmi di un certo tipo, ma ho sempre amato questo mestiere, quindi l’ho vissuto come un regalo.
All’inizio, come ti vedevi come giornalista?
Anche se mi divertivo a imitare gli inviati, la verità è che volevo semplicemente raccontare il mondo. Mi vedevo con un taccuino e una penna in mano, con la voglia di ascoltare e narrare le storie degli altri. Credo infatti che l’intervista sia una delle attività più belle del giornalismo: entri in empatia con le persone, è qualcosa di unico. In questo, la palestra fatta nelle tv e nei giornali locali è stata fondamentale.
Secondo te quali sono i vantaggi e gli svantaggi della televisione?
La televisione è un mezzo potentissimo perché l’immagine ha una forza che supera la parola stessa. È un vantaggio per chi vuole comunicare visivamente: è una comunicazione rapida, diretta, con pochi fronzoli e dritta al punto, dove contano gli sguardi e i silenzi. È un’arma a doppio taglio perché, proprio perché è molto potente, bisogna saperla gestire, senza innamorarsene. Il giornalista televisivo deve ricordare di non essere il centro del racconto, ma il mezzo attraverso cui il racconto è veicolato.
Quali sono state le tue emozioni la prima volta che sei andata in onda?
Mi tremavano anche le dita dei piedi e avevo il cuore in gola. Avevo paura di sbagliare, di fallire o anche solo di deludere i miei genitori. La gavetta nelle locali aiuta, ma la responsabilità di una TV nazionale è enorme. Ricordo però che in onda andò tutto liscio grazie alla squadra dietro di me. Una volta, proprio all’inizio, una personalità politica importante si dimise e dovevo intervistarla in collegamento. Ero terrorizzata. Il mio caporedattore se ne accorse e mi tranquillizzò. Oggi, pur non avendo più l’ansia del primo giorno, tengo sempre alta l’attenzione quando sono in onda. Però cerco sempre di ricordarmi che siamo tutti esseri umani, quindi possiamo sbagliare, ma siamo in grado di fare questo lavoro al meglio.
Quando insegni ai futuri giornalisti, qual è l’obiettivo che ti poni?
Vorrei trasmettere uno sguardo libero sul racconto e sulla comunicazione. Mi piacerebbe che i ragazzi apprezzassero la fortuna delle occasioni che la vita regala, come avere l’opportunità di entrare in una grande azienda, mantenendo però la propria unicità senza uniformarsi. Ognuno ha qualcosa di speciale e a me piace tirarlo fuori. Soprattutto, insegno a non andare di fronte alla realtà con concetti precostituiti o pensieri già formati da casa: bisogna imparare a raccontare il mondo esattamente come lo si vede.
Qual è stata la cosa più importante imparata al Master?
Sicuramente il lavoro di squadra. Venendo da giornali e tv locali ero abituata a fare tutto da sola. Andavo in giro con il mio motorino e poi scrivevo. Mentre al master eravamo una mini-redazione. Poi c’è stata la parte didattica: lo studio di come si scrivono i giornali e il pluralismo dei linguaggi. Ho imparato a montare i video, a scrivere per l’agenzia, per la carta stampata e per la radio. Il Master mi ha dato quella formazione tecnica e quella complessità che la “strada” da sola non riesce a darti interamente.
Cosa diresti alla te stessa studentessa del Master?
Rientrare in queste aule mi emoziona sempre, rivedo in voi tutte le mie speranze e i miei dubbi. Al Master mi capitava di sentirmi meno brava perché ero più lenta nel consegnare, perché rileggevo tutto mille volte. Ma avevo solo bisogno che qualcuno credesse in me. Alla Micaela del Master direi di crederci sempre. Molti avevano cercato di dissuadermi, dicendomi che a Milano sarebbe stato difficile, anche perché non conoscevo nessuno. Invece io ho voluto tentare. E per fortuna l’ho fatto. Anche questo vorrei insegnare. A non fermarvi davanti a un “no”. Potreste pentirvene per sempre.