Il primo suicidio assistito con farmaco del Ssn

«Oggi sono libera, sarebbe stata una vera tortura non avere la libertà di poter scegliere». Queste le parole di “Anna”, nome di fantasia scelto a tutela della privacy, da una donna di circa 55 anni, affetta da sclerosi multipla progressiva. Il 28 novembre, è morta nella sua casa a Trieste, tramite suicidio assistito, dopo l’autosomministrazione di un farmaco letale fornito, cosa mai accaduta prima, dal Sistema sanitario nazionale.

La storia di “Anna”

La donna triestina aveva ricevuto nel 2010 la diagnosi di sclerosi multipla secondariamente progressiva, una patologia irreversibile senza alcuna possibilità di cura. Anna era lucida ma, come hanno indicato i referti medici, era ormai completamente dipendente dall’assistenza di terze persone che la accudivano costantemente in ogni sua necessità.

Il 4 novembre 2022, Anna aveva inviato alla propria ASL di competenza, l’ASUGI, una richiesta di verifica delle sue condizioni, al fine di accedere alla morte assistita ai sensi della sentenza 242/2019, conosciuta come la “sentenza dj Fabo/Cappato”.  L’Azienda Sanitaria, tuttavia, si rifiutava di procedere in quanto riteneva che il parere del comitato etico fosse preliminare alle verifiche.

In attesa di un riscontro però, le condizioni di Anna erano peggiorate. Pertanto, nell’aprile 2023, aveva depositato un ricorso d’urgenza davanti al Tribunale di Trieste affinché fosse disposto di valutare la sussistenza o meno dei requisiti previsti. Dopo aver partecipato, con tanta fatica ed ostacoli alla prima udienza civile, il Tribunale ha stabilito che l’Azienda Sanitaria dovesse nominare una commissione medica per procedere alle verifiche e che dovesse pagare una somma di 500 euro per ogni giorno di ritardo nell’adempimento dei suoi obblighi.

Dopo 389 giorni dalla sua richiesta, il 28 novembre 2023, Anna si è autosomministrata il farmaco letale a casa sua, circondata dalla sua famiglia. L’Asl si è fatta carico dell’intero percorso, mettendo a disposizione il medicinale, la strumentazione. Il personale sanitario, offertosi su base volontaria, si è limitato a supportare l’azione della paziente. 

Oggi il suicidio assistito è affidato a una sentenza della Consulta

«Anna è il nome che avevo scelto e, per il rispetto della privacy della mia famiglia, resterò Anna. Ho amato con tutta me stessa la vita, i miei cari e con la stessa intensità ho resistito in un corpo non più mio. Ho però deciso di porre fine alle sofferenze che provo perché oramai sono davvero intollerabili. Voglio ringraziare chi mi ha aiutata a fare rispettare la mia volontà e la mia famiglia che mi è stata vicina fino all’ultimo». L’ultimo messaggio della donna testimonia pienamente come il diritto di disporre della propria vita incontri nel nostro Paese un vuoto giuridico che costringe a viaggi all’estero per accedere alla procedura.

Da sinistra verso destra: Federico Carboni, Fabio Ridolfi, Sibilla Barbieri e Margherita Botto

Ne è esempio il recente caso di Sibilla Barbieri, malata oncologica dal 2013, che il 31 ottobre ha scelto la Svizzera per una morte senza sofferenza, dopo che la Asl di Roma le aveva negato l’aiuto medico alla morte volontaria. I volti di chi, ancor prima di Anna, ha scelto il suicidio medicalmente assistito appellandosi alla sentenza Cappato. Da sinistra verso destra, Federico Carboni, primo caso in Italia di suicidio assistito in Italia, nonostante il farmaco non fosse fornito dal sistema sanitario italiano; Fabio Ridolfi, che optato per la sedazione profonda; Sibilla Barbieri e Margherita Botto, che invece hanno scelto la Svizzera per una morte senza sofferenze.

Eutanasia, suicidio assistito e sedazione palliativa

In molti non conoscono la differenza. L’eutanasia prevede un ruolo attivo del medico e può avvenire o attraverso la somministrazione di medicinali o con lo spegnimento dei macchinari che tengono in vita il paziente. Nel suicidio assistito, invece, il medico aiuta il paziente a compiere l’atto, ma l’esecuzione finale rimane a quest’ultimo. La sedazione palliativa, invece, regolamentata dalla legge sulle Dat (disposizioni anticipate di trattamento, in vigore dal 31 gennaio 2018), dà la possibilità al paziente di essere sedato in maniera continua e di interrompere al tempo stesso ogni forma di terapia, compresa quella nutrizionale. Si definisce palliativa perché lenisce la sofferenza; profonda perché provoca una privazione dello stato di coscienza; e continua perché si mantiene nel tempo aumentando la dose del farmaco gradualmente.

Le dichiarazioni dell’Associazione Luca Coscioni

“È la quinta persona in Italia, seguita dall’Associazione Luca Coscioni, ad aver avuto il via libera per la morte volontaria assistita. La prima in Friuli Venezia Giulia”. Si legge nel comunicato stampa pubblicato il 12 dicembre 2023 dall’Associazione Luca Coscioni di cui è tesoriere Marco Cappato, promotore della campagna regionale “Liberi subito”.  Obiettivo è che le Regioni approvino una legge che specifichi tempi e procedure del suicidio medicalmente assistito, anche per evitare altri illegittimi dinieghi.

Nel frattempo, anche la deputata Debora Serracchiani ha presentato una proposta di legge alla Camera per affrontare un tema “richiesto dalle coscienze delle persone oltre che dalle sentenze costituzionali”, come dimostra il recente sondaggio pubblicato dal Gazzettino, secondo cui otto persone su dieci sono d’accordo con l’idea che “quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede”.

 

A cura di Cosimo Mazzotta

Cosimo Mazzotta

LAUREATO IN GIURISPRUDENZA ALL'UNIVERSITA' DEL SALENTO CON UN ANNO DI STUDI IN SPAGNA PER APPROFONDIRE LE TEMATICHE DI DIRITTO INTERNAZIONALE. MI INTERESSO DI CRONACA, POLITICA INTERNA E SPETTACOLO. MI PIACE IL DIALOGO IN OGNI SUA FORMA. SFOGO IL MIO SPIRITO CRITICO ATTRAVERSO LA PAROLA E IL DISEGNO.

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