Giuseppe Brindisi, una vita a Mediaset: «Quelle telefonate di Berlusconi»

Giuseppe Brindisi, nato il 7 giugno del 1962 a Modugno, in provincia di Bari, è tra i giornalisti televisivi uno dei più apprezzati. La trasmissione da lui condotta,  Zona Bianca, intrattiene i telespettatori nella serata del mercoledì, ottenendo sempre un alto numero di ascolti. Il Vice Direttore di Videonews si racconta a MasterX, partendo dai suoi esordi in radio e dall’entrata in Mediaset, arrivando al giorno d’oggi e ricordando quando Berlusconi

Alt Giuseppe Brindisi
Giuseppe Brindisi alla conduzione di Zona Bianca

Giuseppe, tu fai parte di Mediaset, prima Fininvest, da sempre. Com’è stato lavorare sotto la supervisione quotidiana del Presidente Silvio Berlusconi?
Io ho vissuto l’ultimo periodo di Silvio Berlusconi a capo dell’azienda. Mi riferisco proprio al suo esserci fisicamente dentro Mediaset. La presenza si sentiva, era immanente. Ricordo telefonate che arrivavano ai capi delle diverse sezioni perché, ad esempio, c’era qualcosa che non andava, come un servizio che avrebbe potuto essere fatto meglio o altro.

Quand’ è stata l’ultima volta che hai parlato con il Cavaliere?
È accaduto quando lui era ricoverato all’Ospedale San Raffaele, già in condizioni molto gravi, prima del 25 aprile. È stato quando abbiamo dedicato una parte di Zona Bianca al famoso discorso di Onna, tenuto dal Presidente Berlusconi il 25 aprile 2009 nel paesino abruzzese terremotato, in onore della Festa della Liberazione. Ebbene, il giorno dopo, erano più o meno le 11 del mattino, ricevo una chiamata alla quale non stavo neanche per rispondere, perché era numero sconosciuto ed era un periodo in cui mi arrivavano molte telefonate strane. Pensa, non volevo rispondere e poi, invece, l’ho fatto e dall’altra parte mi hanno detto “Le passo il Presidente Berlusconi”.

Alt Silvio Berlusconi Zona Bianca Intervista Giuseppe Brindisi
Il Presidente Silvio Berlusconi ospite a Zona Bianca il 28 luglio 2022; Credit: Instagram

Deve essere stata una grande emozione.
Così, il Cavaliere, dal letto del San Raffaele, mi ringraziava per quello che avevo fatto il giorno prima e non era tenuto a farlo. Ribadì la stima per il mio lavoro ed è qualcosa che porterò sempre con me. Ne sono molto fiero. Rappresenta una delle medaglie che mi appunto al petto. Sono molto orgoglioso di essere stato stimato da una persona che la televisione italiana l’ha fatta e di cui capiva molto. Sono felice di averlo saputo direttamente da lui, in quanto l’ha esplicitato anche più volte in diretta televisiva, pubblicamente.

Nella tua trasmissione, Zona Bianca?
Sì, sono fiero di aver potuto ospitare il Cavaliere in due tornate televisive del mio programma, nel suo ritorno in tv dopo tre anni di assenza.

Il 1° maggio 2022 hai intervistato, in collegamento a distanza con Zona Bianca, Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. È stato un grande colpo.
Sono molto orgoglioso di questa intervista e non è detto che non la rifaccia se posso.
L’ho rivista in più occasioni e, non perché l’abbia fatta io, ma è venuta molto bene, Credo che se la rifacessi altre dieci volte, nove volte verrebbe peggio e forse solo una meglio. L’intervista a Sergej Lavrov è uno dei grandi scoop, forse l’unico e solo, di questa guerra tra Russia e Ucraina iniziata ormai da un anno e mezzo. Mi sembra non ce ne siano stati altri. È un’intervista che ha portato l’azienda, la mia trasmissione e me stesso sulle prime pagine e copertine di tutti i giornali e telegiornali.

Come ci sei riuscito?
Ho messo in atto il lavoro che dovrebbe fare qualsiasi giornalista. Abbiamo domandato l’intervista a Sergej Lavrov attraverso Marija Zacharova, portavoce ufficiale del Ministro, la quale era stata ospite la settimana precedente rispetto all’intervento di Lavrov. Lei ci ha risposto “è difficile, ma ci proviamo”. È stato così, complicato, ma ce l’abbiamo fatta ed è andata.

L’intervista ha suscitato molte reazioni positive, ma anche tante polemiche.
Mi hanno accusato di non aver fatto “l’accusatore” di Sergej Lavrov. A parte che non è vero…In questi casi rispondo sempre che io non dovevo dichiarare guerra a Lavrov. Nel momento in cui ho la disponibilità di sentire il Ministro degli Esteri russo di quel periodo storico, devo cercare, in primo luogo, di tenerlo incollato alla sedia e di non farlo andare via. Penso che chi ne ha parlato male, lo abbia fatto soltanto perché non era stato lui a fare l’intervista. L’obiettivo era portare a casa il risultato, usando il mio garbo e la mia cifra, ponendogli domande. Ne abbiamo contate mi sembra 40, più i rimbecchi a ciò che diceva.

Alt Giuseppe Brindisi Sergej Lavrov Screenshot dal video di Zona Bianca pubblicato da Giuseppe Brindisi sul suo profilo Instagram
Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov interviene a Zona Bianca; Credit: Instagram

Ed è stato un grande successo.
Sono riuscito a farmi dare molte notizie che hanno fatto il giro per il mondo e continuano a farlo ancora adesso. Ripeto, non dovevo fare guerra a Lavrov, ma chiedergli la motivazione dei comportamenti della Russia e ottenere informazioni. Quindi va bene così. Dopodiché, tutto quello che è nato successivamente fa parte della dialettica che si sviluppa all’interno dei mezzi di comunicazione.

 

A proposito di mezzi di comunicazione, cosa significa essere un giornalista nel 2023? Negli anni la nostra professione è molto cambiata e non sempre in bene e in meglio. È inutile nascondersi, la presenza di grandi agenzie che producono notizie e anche la necessità di ridurre i costi di queste ultime fa si che il lavoro che, ad esempio, svolgevo anche io da inviato nei primi anni, sia adesso in qualche modo ridotto. Parlando di Mediaset, però, posso dire che si tratti di un’azienda che, da questo punto di vista, è abbastanza aperta, nel senso che se c’è da spendere e da mandare un inviato in giro, lo fa. Poi in qualche modo la gente è cambiata, ha dovuto adeguarsi ai tempi. Si risponde alle necessità.

Come hai vissuto l’arrivo dei nuovi dispositivi come gli Smartphone?
Sono stato sicuramente uno di quelli che ha capito che l’arrivo dell’iPhone rappresentasse una nuova opportunità. Non perché fossi chissà quale genio, ma perché ero e sono uno smanettone tecnologico. Penso di essere stato uno dei primi in Italia ad averlo. Qui non si vendeva, io lo presi in America. Infatti, da noi, in teoria, non funzionava, era bloccato. Ecco io ero uno di quelli che lo sbloccava. Tra l’altro ogni volta che arrivavano gli aggiornamenti era una scommessa, perché c’era il rischio che non andasse più. Ricordo, però, l’adrenalina che provavo ad avere uno strumento che in generale non era disponibile. Facevo l’hacker praticamente (sorride, ndr).

Sei stato avanti fin da subito, infatti, ricoprendo il ruolo di Direttore della sezione internet del TG5 nel 2001.
Esattamente. Sono passato da Studio Aperto al TG5 e mi sono buttato nella redazione internet. Ho capito subito che avere tra le mani un telefono dotato di una telecamera che poteva servire a filmare ogni tipo di situazione, dall’essere per strada oppure allo stadio, rappresentasse un cambiamento forte e compresi queste potenzialità. Siamo stati un po’ degli antesignani da questo punto di vista. Tant’è che sono stato uno dei primi a dire “lanciamo il Citizen Journalism”, che con il tempo è diventato normale, ma all’inizio era una novità assoluta.

C’è un rovescio della medaglia?
Il problema è che adesso chiunque, con il telefonino, può diventare un giornalista, sia avendo le qualità per farlo sia, purtroppo, non avendole. Come tutti i media anche lo smartphone è da considerare come un’opportunità e un’opzione in più, ma come sempre in questi casi c’è chi la usa bene e chi male. Può anche essere un grosso problema. All’inizio la vecchia guardia dei giornalisti del TG5 guardava con l’occhio storto l’introduzione del telefonino e la possibilità di utilizzarlo come mezzo per fare informazione. Io dicevo “‘no ragazzi, al limite normiamo tutto questo. Se abbiamo un dispositivo del genere e l’occasione filmiamo qualcosa e poi magari la vendiamo, ma non chiudiamoci a queste possibilità”.

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Giuseppe Brindisi in un selfie postato sul suo profilo Instagram

Che rapporto hai con i social?
Mi piace usarli. Mi diverto. Nei social metto un po’ il “Mr.Hide” che c’è in me, ma a volte non mi controllo…(ride,ndr). Penso, però, che i social siano una bolla nella quale bisogna avere la forza di entrare e uscire sapendo che non sono la realtà. Occorre avere l’intelligenza di saperli usare. C’è anche chi ci vive e lo rispetto. Pensiamo, ad esempio, agli influencer, ai tiktoker e a tutte le nuove professioni che sono nate legate a questo nuovo mondo. Non so per quanto tempo dureranno, ma per ora sono una realtà.

Molte persone si informano solo su queste piattaforme.
Su Instagram, come su Facebook o Twitter, ad esempio, c’è una sorta di rimbalzo delle informazioni di ciò che viene definito il mainstream, espressione abusata e che detesto. A volte sono canali di incubazione di notizie anche difficilmente controllabili, per la natura stessa dello strumento e, quindi, diventa anche complicato verificare la veridicità di queste storie. Certo, su di essi si fa informazione, ma spesso anche disinformazione, perché manca un controllo adeguato. Credo che fino a quando non ci sarà una regolamentazione che permetta a tutti di essere davvero riconoscibili, non cambierà nulla. È importante che si sia certi di avere di fronte una persona reale. Qualcuno la potrebbe vedere come la fine dei social, in quanto essi rappresentano proprio la possibilità di dire quello che si vuole in assoluta libertà, ma, quando quest’ultima diventa un fattore incontrollabile e incontrollato che nuoce alla libertà degli altri, non è più libertà.

Se dovessi parlare a un giovane giornalista che sogna di seguire le tue orme cosa diresti?
Gli farei capire che se non hai il sacro fuoco della scrittura, se davvero non ti piace scrivere, oggi non consiglierei di fare questo mestiere, perché all’inizio, adesso, la gavetta è ancora più dura e la platea è molto larga. Questo in qualche modo rende la concorrenza davvero spietata. È un lavoro che per essere praticato ha bisogno di una forte passione, non è soltanto apparire davanti a una telecamera mettendoci la faccia o vedere la propria firma sotto un pezzo. Dietro c’è molta cucina, c’è molta gavetta, ci sono molti calci nel sedere. Se non si ha veramente la passione è meglio non farsi abbagliare dal fatto che nel futuro si possa scrivere sul Corriere della Sera o andare in onda su una rete nazionale. Non tutti ci riescono. Bisogna avere opportunità, tanta pazienza e molta fortuna.
C’è un film che consiglio di guardare a chi vuole diventare giornalista. Mi piace ricordare che sia uno dei motivi per cui faccio questo lavoro.

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Una scena tratta dal film 10 in amore, con Doris Dey e Clark Gable; Credit: gli Spietati

Qual è il titolo?
Si chiama Teacher’s pet, in italiano Dieci in amore, con Clark Gable e Doris Dey, una delle commedie sofisticate più belle degli Anni 50. È ambientato a New York, nella redazione di un quotidiano, dove il capo è, appunto, Clark Gable. Viene mostrato questo scontro ideologico tra il giornalismo da strada, quello che si impara consumando le suole delle scarpe, come ha fatto Clark Gable nella storia, e il giornalismo accademico, rappresentato da Doris Dey, Professoressa di un corso universitario di Giornalismo, nonché figlia di un Premio Pulitzer. Essendo una commedia sofisticata questo scontro si trasformerà poi in storia d’amore. Il film è brillantissimo, è da guardare assolutamente, è un piccolo gioiellino. Dentro c’è tutta la mia concezione di giornalismo e credo, in generale, tutto quello che è la nostra professione.

Una professione che ami molto, da ciò che si può percepire guardandoti ora in tv, e che hai iniziato frequentando due grandi scuole: radio e sport. Cosa ti hanno lasciato questi due mondi?
Sì, le ho frequentate entrambe quelle due belle scuole e sono insostituibili. Tutto ciò che faccio adesso lo devo ai miei anni in radio, con musica e sport, quest’ultimo poi affrontato anche in tv. Se non avessi fatto radio, sicuramente non sarei qui. Mi ha aiutato davvero tanto, soprattutto perché io arrivavo dal sud, con tutte le vocali e le inflessioni sbagliate. Avere una cuffia nelle orecchie dà il vantaggio di sentirti e cogliere i tuoi errori. Quindi, siccome da allora volevo fare questo lavoro, mi sono comprato il DOP, il dizionario di ortografia e pronuncia che pubblicava la Rai. Ricordo che lo leggevo e rileggevo in continuazione, riuscendo a migliorare. Sono contento di aver vissuto quella radio.

Hai un bel passato musicale alle spalle.
Sì, andavo già in radio quando avevo 14/15 anni. Ho fatto anche il deejay in discoteca, mettendo proprio la musica, prima quella dei cantautori italiani, poi la musica d’importazione.

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Un giradischi Lenco-L92WA

Com’era la tua radio?
Le radio di allora erano luoghi da pionieri: c’erano due dischi, due giradischi Lenco, la radio era buona, c’era un mixer, un registratore a cassette e il microfono. Basta. Quella era la radio.

Puoi raccontarci un momento tipico della tua giornata in radio da ragazzo?
Nella mia radio, giù a Bari, i primi anni non c’erano ancora le cassette con le pubblicità registrate. Sarebbero arrivate poco dopo. Ci si trovava lì alle 11.30 quando, ad esempio, era prevista la pubblicità della macelleria e la si leggeva. Veniva messa una base sotto e andava in onda, quindi se c’era qualcuno con una bella voce bene, altrimenti ci si adattava. All’epoca funzionava così. Siamo quasi a livello dell’epopea della radio, ma quella radio io sono contento di averla vissuta. Sono andato nelle regie radio di adesso e sono quasi più sofisticate e tecnologiche di quelle televisive, sembrano delle astronavi.

Cosa ti porti dentro da quel periodo?
Ho imparato che la radio ti dà immediatezza, ti dà il ritmo, facendoti capire quando non c’è quello giusto e ti aiuta a comprendere se stai perdendo tempo. L’atmosfera “giusta” l’avverti molto più che in televisione. Ti aiuta tantissimo. La radio ti insegna la sintesi, la necessità di arrivare alla notizia, di cercarla, di trovarla e di non perderti nei fronzoli. Se sono qua lo devo a quello.

Com’è stato vivere i primi passi?
Esaltante. Era il mio sogno fin da quando ero bambino. Ho cominciato a fare il radiocronista a 8/9 anni. Dato che avevo la fortuna di avere sotto casa mia il campo sportivo, alle 14.30 andavo sul terrazzo per inscenare una vera e propria radiocronaca, ad esempio, della partita Modugno-Barletta, come fosse Milan-Inter. Ero con mio padre, tecnologico come me, ovviamente con i mezzi dell’epoca. Avevamo un grosso registratore a cassette Grundig.

Alt Piazza Sedile Modugno
Piazza Sedile a Modugno (Bari)

Ti sei buttato nello sport fin da subito. Come si svolgeva questa radiocronaca?
La domenica ritagliavo la formazione della partita più importante sul Corriere dello Sport, diciamo appunto Milan-Inter. Ai giocatori che erano in campo assegnavo i diversi numeri. Il dieci all’epoca era Rivera. Ho ancora le cassette.

 

Il mondo dello sport lo hai vissuto anche in tv. Com’è stato lavorare con una pietra miliare della televisione italiana come Raimondo Vianello?
Il periodo è stato breve, perché poi sono passato alle news, a Studio Aperto, ma posso dire che Vianello era un personaggio straordinario. Quello che di lui si vedeva in televisione rappresentava esattamente ciò che era nella realtà. Aveva sempre la battuta pronta, era sarcastico, pronto a smussare tutto, a cercare di abbassare i toni e a prendere ogni situazione con molta ironia e autoironia. Era un grande personaggio.

Insieme a Raimondo Vianello, le figure da cui poter imparare e apprendere non mancavano.
Sì, ho avuto anche degli ottimi maestri che mi hanno aiutato. Tra di loro c’è stato Massimo Corcione, che all’epoca era il Caporedattore dello Sport a Mediaset. Un signore napoletano che non ringrazierò mai abbastanza per avermi ripulito…(sorride, ndr). Lui, da gagà di Torre Annunziata, mi portava a comprare le cravatte di Marinella e cercava di farmi fare gli abiti sartoriali perché io all’epoca vestivo malissimo…(sorride, ndr).

C’è qualcosa che ricordi in particolare di quel periodo?
Corcione perdeva ore e ore, forse intravedendo qualcosa in me che avevo cominciato facendo il corrispondente da Bari, tenendomi al telefono prima del pezzo e dopo il pezzo per commentarlo. Poteva chiudere velocemente invece non lo faceva. Per me è stato impagabile. Mi ha limato anche i luoghi comuni del calcio, come, ad esempio, le espressioni il risultato a occhiali, la barba al palo, i diavoletti rossoneri, gli scaligeri. Questo mi è servito anche dopo.

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Il giornalista sportivo Massimo Corcione

Ci racconteresti un aneddoto di quei tempi?
Mi ricordo che una volta insieme a Siria Magri, ora la direttrice di Videonews, ci divertimmo a scrivere un pezzo pieno, dall’inizio alla fine, di tutti questi errori. Lo facemmo vedere a Corcione, perché era un pezzo che sarebbe dovuto andare in onda. Lui cominciò a leggerlo  e sì arrabbiò tantissimo, sbattendomi fuori (ride, ndr).
Capì che era uno scherzo.

Hai raggiunto tantissimi traguardi, i più alti per la tua professione. C’è un desiderio che vorresti ancora realizzare?
Sì, tornare a fare radio. Voglio fare qualcosa e la farò. Radio vera, eh! Qualcosa di divertente, un bel programma musicale, non cose serie. Intendo mettere musica e poi magari parlare seriamente di quell’argomento, però deve essere un format leggero. Ci spero tanto, approfittando eventualmente del fatto che, adesso, a Mediaset ci siano anche le radio.

Voci interne a Mediaset raccontano che l’azienda sia sempre stata una grande famiglia. È vero secondo te?
Confermo. Mediaset è sicuramente una grande famiglia. Io ci sono entrato quando era già bella formata e ho subito avvertito questo calore. Penso che Silvio Berlusconi non abbia mai licenziato nessuno da Fininvest, ora Mediaset, in ormai 40, 50 anni di attività dell’azienda. Chi è andato via, lo ha fatto x scelta. Questa è la cosa importante. Poi, come in tutte le famiglie che si rispettino, si può anche litigare e avere screzi, ma comunque il calore della famiglia lo senti. Ciò è stato ribadito anche da Piersilvio Berlusconi. Mi ha molto commosso e toccato quando lui ha scelto di venire a salutare la sua gente subito dopo il funerale del papà, in Duomo. Questa è un’idea di famiglia che c’è, esiste ed è molto forte.

Prima hai parlato di quando trascorrevi il tempo con tuo padre a fare le radiocronache. Che valore ha per te la famiglia?
Sono molto legato alla famiglia e ne ho avuta una grande del sud, di tipo matriarcale, in cui mia nonna era la più grande di tanti fratelli. Quindi ho vissuto le vigilie di Natale con tavolate di cento persone. La famiglia è importante. Ho la mia, piccola come quelle d’oggi. Per me è fondamentale avere e sentire il calore di mia moglie e mia figlia e percepire il nucleo familiare intorno.

Hai parlato di tua nonna. I nonni rappresentano un grande aiuto per molte famiglie. I nonni sono dei tesori e chi li ha deve tenerseli stretti, perché chi li ha persi sa che cosa non ha più. Soprattutto sono l’ultimo lascito di un modo di vivere la famiglia che, purtroppo per noi, non avremo più, perché la vita di oggi e dei prossimi anni non ci darà più la possibilità di viverla.

Prima di Google erano il motore di ricerca per eccellenza.
Sì, noi avevamo i nonni. Ci davano la loro opinione, giusta o sbagliata che fosse, e in qualche modo ci hanno formato e istruito, anche con la loro esperienza di vita.

Torniamo alla tua esperienza di vita. Zona bianca, programma partito il 7 aprile 2021 su Rete4 in prima serata, va in onda da due anni e mezzo, anche in estate. Cosa ti spinge a lavorare così tanto e con questo entusiasmo?
Divertendomi nel fare il mio lavoro, non mi sembra di lavorare. È una fortuna che non tutti hanno. Negli anni ho affrontato percorsi diversi e questo mi ha aiutato a evitare la routine. Oltre alle mie trasmissioni, penso di essere l’unico giornalista ad aver preso parte a tutti i telegiornali. Ho cominciato con il TG dello sport che era Studio Sport, poi ho continuato con Studio Aperto, in seguito ho fatto il TG5, il TG4 e il TgCom 24. Credo di avere questo primato.

Alt Mediaset Cologno Monzese
Un’immagine serale di Mediaset, a Cologno Monzese, con il relativo logo e l’iconica torre

Qual è secondo te la qualità fondamentale per poter svolgere il tuo lavoro?
La curiosità. Sono fermamente convinto che per essere un buon giornalista si debba essere curiosi e aver voglia di capire e di andare dentro le storie. Adesso si hanno anche molti più strumenti di quelli che avevamo noi e questo ovviamente aiuta, ma la base è sempre la stessa. Ti racconto un segreto…

Quale?
Tra i primi servizi che ho fatto ce n’è stato uno molto bello relativo alla seconda ondata di albanesi arrivata in italia 1990. All’epoca ero, appunto, corrispondente da Bari e avevo avuto l’incarico di seguire un altro giornalista, Tullio Camiglieri, il quale lavorava con Maurizio Costanzo, che a sua volta, per conto di Silvio Berlusconi doveva trovare 50 famiglie di albanesi da sistemare, dando loro un lavoro. Un’opera di Berlusconi che passò sotto silenzio. Massimo Corcione mi domandò di provare a vedere se tra queste persone ci fosse anche un calciatore.

Cosa è successo poi?
Trovai questo ragazzo che giocava in serie A e feci un servizio che, evidentemente, sia a Massimo Corcione che a Marino Bartoletti piacque molto. Dopo fui incaricato di accompagnare il giovane a Milano. Così, per la prima volta, mi recai a Milano Due alla redazione sportiva per la quale già lavoravo da qualche mese dalla Puglia. Per me era come trovarmi nel paese della cuccagna.

Alt Stadio San Siro Milano 2022
Stadio San Siro; Foto: Arne Müseler

L’emozione sarà stata immensa.
Sì, davvero. In seguito, dato che avrebbero mandato il calciatore e il suo traduttore a vedere una partita a San Siro, non ricordo ora se giocasse il Milan o l’Inter, mi domandarono se fossi voluto andare anche io con loro.

E tu cos’hai risposto?
Nonostante l’istinto mi dicesse “vai a San Siro”, ho ascoltato quello che c’era dall’altra parte e cioè la voglia di imparare, di sfruttare al massimo l’occasione che mi era stata data, di essere lì, nella stanza dei bottoni di quello che io vivevo sul calcio da corrispondente. Non ero mai stato in quello stadio e questa proposta mi emozionava tantissimo, però l’idea di rimanere a Milano Due a guardare il funzionamento di tutta quella macchina era troppo forte. Così non sono andato allo Stadio e sono rimasto in redazione.

Tornassi indietro, rifaresti lo stesso?
Sì. È stato un gesto molto apprezzato in generale, anche da Bartoletti, e credo sia stato uno dei vari tasselli che, messi insieme, poi hanno portato alla sua scelta di assumermi qualche mese dopo, trasferendomi così a Milano.

Cosa ti ha insegnato questa avventura?
Devi essere una spugna e assorbire tutto ciò che puoi.

 

 

 

 

Valeria Boraldi

Nata a Carpi e con il cuore a forma di tortellino. Milano è la mia seconda casa e il giornalismo televisivo la mia grande passione. Un gatto, Piru, che mi riempie la vita d'amore e lo spirito libero di una curiosa viaggiatrice. Amo leggere e mangiare cioccolata. Tanta cioccolata.

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