Lo scandalo geologico della Repubblica Democratica del Congo

La Repubblica Democratica del Congo, un paradiso ideale, santuario di biodiversità, viene quotidianamente scomposto, destrutturato ed umiliato a inferno reale in nome di una insostenibile competizione tecnologica globale. Smartphone, computer, ma anche le “ecologiche” auto-elettriche, grondano sangue strizzato dal cuore verde dell’Africa. Sono due secoli che lo scandalo geologico, dolosamente oscurato dai radar dell’attenzione mediatica, si consuma all’ombra del silenzio. Le potenze economiche internazionali, infatti, si servono dei signori della guerra per reperire materie prime essenziali nei settori di punta della globalizzazione (telefonia mobile, informatica, robotica e aeronautica). A rimetterci sono i congolesi, ancora ustionati da un peccato di origine naturale: la ricchezza del proprio territorio.

Serbatoio minerario mondiale

Invenzione geografica studiata a tavolino nel 1884 tra l’esploratore H. M. Stanley e il re Leopoldo II del Belgio, la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire, RDC) possiede il maggior numero di giacimenti di cobalto al mondo, superando il 60% della produzione totale dell’elemento utile alla costruzione delle auto-elettriche. Inoltre, lo Stato africano conta il 10% delle riserve terrestri di rame, un terzo dei giacimenti diamantiferi, ma anche uranio, zinco, manganese e ben tre quarti delle risorse mondiali di coltan, materiale imprescindibile nella fabbricazione di computer e smartphone.

L’importanza del coltan

In particolare il Kivu, la regione in cui sono stati assassinati l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, è ricca di giacimenti di coltan. Si tratta di una polvere nera, ottenibile dalla frantumazione di rocce reperibili in superficie, senza la necessità di scavare tunnel chilometrici. Il rutilio, come viene chiamato in italiano, è un minerale formato da una lega di columbio e tantalio e proprio questo ne spiega l’eccezionale importanza. Il columbio, utilizzato per la costruzione di shuttle e satelliti è uno dei migliori superconduttori al mondo. Il tantalio, in sostituzione dell’uranio impoverito, è sfruttato nella tecnologia militare e nei componenti interni degli smartphone.

Il lago Kivu

Non solo il sottosuolo, ma anche le acque della RDC sono motivo di interessi economici. Il lago Kivu, infatti, a metà tra ex Zaire e Ruanda, nasconde nei suoi fondali un enorme giacimento di idrocarburi su cui l’esercito ruandese ha già tentato di mettere le mani. Solo l’intervento degli ambientalisti, grazie all’accordo con il governo centrale dell’RDC, è riuscito momentaneamente a salvare lo sfruttamento di quella riserva, ma la contesa si riproporrà quando gli attori geopolitici decideranno di avanzare pretese su quell’area.

Dal lago Kivu dipende la sopravvivenza degli abitanti della zona
Uno Stato fallito

Il problema è principalmente politico. La RDC, ormai Stato fallito, è lasciato in mano a numerosi gruppi armati alle cui spalle si nascondono le potenze che sfruttano quei territori. La Cina, ad esempio, è da 30 anni che si sta espandendo in quelle zone alla ricerca del cobalto e del coltan. Dopo aver coinvolto il governo di Kinshasa nelle nuove vie della seta nel 2013, Pechino ha concesso agevolazioni commerciali alla RDC. In cambio, il regno di mezzo ha ricevuto un maggiore accesso all’economia del Paese, nel quale, servendosi dell’azione dei paramilitari, costruisce grandi magazzini per stoccare i minerali estratti e sottrarli al mercato internazionale.

Nessun cenno d’umanità

I militari in questione, tuttavia, non hanno alcuna considerazione per il valore della vita. Solo nel nord del Kivu sono attivi 160 gruppi armati che, al soldo delle superpotenze, obbligano interi villaggi a scavare alla ricerca di pietre preziose. Il governo di Kinshasa, dal canto suo, rinuncia sempre più alla sovranità nazionale, permettendo lo sfruttamento dei territori congolesi e la speculazione sul lavoro minorile. Secondo padre Giulio Albanese, missionario comboniano ed editorialista dell’Osservatore romano: «I bambini che estraggono anche a mani nude i minerali presenti in gran quantità nel suolo africano, vengono pagati meno di un dollaro al giorno dalle multinazionali tecnologiche. L’Africa non è povera, è impoverita».

Alessandro Bergonzi

Giornalista praticante

Nato a Roma, cresciuto a Imperia. I libri di Terzani mi hanno insegnato a sognare e una laurea in Giurisprudenza mi ha permesso di riflettere. Mi piace scrivere di geopolitica, indagare e approfondire tutto ciò che non è lineare.

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