È morta Monica Vitti, icona del cinema italiano

La voce roca, la verve comica e la sensualità irregolare, la rendevano un unicum nel cinema italiano. Perfetta per le pellicole impegnate di Antonioni quanto per le commedie all’italiana in compagnia di Sordi, Tognazzi e Gassman. Ha fatto della capacità di essere camaleontica, la cifra stessa del suo essere attrice.

Monica Vitti è morta a Roma all’età di 90 anni. Da tempo aveva abbandonato le scene per via di una malattia degenerativa simile all’Alzheimer. La sua ultima apparizione pubblica risale al 2001, quando fu ricevuta al Quirinale per i David di Donatello.

UNA VITA PER LA RECITAZIONE

Maria Luisa Ceciarelli (questo il vero nome) nasce a Roma il 3 novembre 1931, ma cresce fino all’età di otto anni in Sicilia per via del lavoro del padre, un ispettore al commercio. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale si trova a Napoli. Qui entra in contatto con la recitazione quasi per caso, divertendosi a fare le voci dei pupazzi che il fratello Giorgio metteva in scena per intrattenere i rifugiati. Tornata nella capitale, a 14 anni assiste alle prove di uno spettacolo messo in scena da alcuni giovani in un teatrino di via Piacenza e chiede di prendervi parte. Nel 1953 si diploma all’Accademia di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, dove il suo maestro, Sergio Tofano, le suggerisce di cambiare nome. La scelta ricade su Monica Vitti. “Monica” perché lo aveva letto in un libro tedesco e le suonava bene. “Vitti” era innanzitutto un diminutivo del cognome della mamma, Adele Vittiglia. Inoltre, derivava direttamente dal nomignolo “Setti vistìni” con cui la chiamavano amici e familiari per la sua capacità di cambiare abito rapidamente.

«Io non rappresento niente, io sono una rappresentazione. Ma sì, è tutto mescolato: la vita, i personaggi. Voi direte: “Ma allora è tutto falso!”. No, è tutto vero. Specialmente i personaggi. Ma certo, perché per me rappresentare è vivere di più, è aggiungere, è idealizzare, trasfigurare, aggiungere emozione alle emozioni, passione alle passioni. Insomma, per me dove finisce la rappresentazione, finisce la realtà»

Sin da giovane ha sempre dovuto lottare contro mille difficoltà e le sue mille insicurezze. I suoi genitori hanno ostacolato la sua volontà di fare l’attrice. La voce roca, oltre a non piacerle, le aveva fatto rischiare di non entrare in accademia. Allo stesso modo, la Vitti non ha mai gradito la forma del suo naso, leggermente aquilino. Aveva inoltre tante piccole manie e superstizioni: il colore viola era proibito, accettato invece il rosso, amate le tonalità pastello, soprattutto il verde acqua e il pesca.

LA MUSA DI ANTONIONI

Monica Vitti con Michelangelo Antonioni

Dopo l’esordio in qualche ruolo secondario, la sua carriera cambia per sempre nel 1957. Durante un turno di doppiaggio del film Il grido, dove l’attrice presta la voce a Dorian Gray, viene notata dal regista Michelangelo Antonioni. «Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema» è la frase dalla quale ha inizio uno dei sodalizi destinati a fare la storia del cinema. Monica Vitti diventa la musa silenziosa della “tetralogia dell’incomunicabilità”: L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964). 

La voce e il fascino sfuggente la rendono unica nel panorama attoriale di allora, dominato da femme fatale come Sophia Loren e Gina Lollobrigida. È una rivoluzione: grazie a lei i personaggi femminili non sono più chiamati a stimolare i desideri degli spettatori, ma acquistano una dimensione psicologica pari, se non superiore, a quella delle controparti maschili.

L’ANTIDIVA

Nonostante il successo, Monica Vitti rimase sempre con i piedi per terra, tanto da essere definita l’antidiva per eccellenza. In una delle prime interviste che ha rilasciato alla televisione, all’inizio degli anni 60, dopo aver partecipato ai primi due film con Antonioni, traspare decisamente questo suo atteggiamento. Alle ripetute domande dell’intervistatrice sul successo che ha avuto, lei prima risponde: «Prima di tutto, mi pare non sia il caso di parlare di successo»; e successivamente: «La prego, non parliamo più di successo. Non esageriamo. È una parola che io non posso sentire. Non mi riguarda». Una ripulsa quasi, simboleggiata anche dal movimento nervoso delle mani, che durante l’intervista non si fermano quasi mai.

Inoltre, rispetto al rapporto con la gente: «Quando una persona mi ferma per la strada, io sono terribilmente a disagio e sono addirittura stupita. Succedono a me le scene che succedono a tutte le attrici. Capita di sentire dire “ma com’è brava”, “ma come ha fatto bene quel personaggio”, queste sono cose che mi fanno diventare rossa […] È come se avessero scoperto qualcosa di molto intimo, privato. Come se uno cammina, mangia, dorme, incontra un altro che gli dice “Dio come dorme bene”».

IL PASSAGGIO ALLA COMMEDIA

Si racconta che ad una cena in cui erano presenti lei, Antonioni e Monicelli, quest’ultimo si accorse che dietro alla donna silenziosa e dagli sguardi assorti dei film, c’era in realtà una personalità divertentissima. In seguito, gli sceneggiatori Rodolfo Sonego e Luigi Magni la scritturarono per “La ragazza con la pistola”.

Il film, ambientato in pieno ’68, porta in scena l’emancipazione della timida siciliana Assunta Patané, che insegue fino in Inghilterra l’uomo che l’ha disonorata (Carlo Giuffrè) per poi capire che si può essere libere e onorate anche senza passare per il delitto. Il successo è immediato e questo per la Vitti sarà l’inizio della sua carriera nella commedia, alla parti con i cosiddetti “colonnelli”: i grandi attori maschili del tempo.

Da questo momento in poi, gli impegni si moltiplicano a dismisura. Il teatro, il doppiaggio, il cinema, la tv. Tra gli anni settanta e ottanta lavora con tutti i più grandi personaggi di ogni settore. Tra i registi ci sono Ettore Scola (“Dramma della gelosia” del 1970), Dino Risi (“Noi donne siamo fatte così”, 1971) e  Vittorio De Sica (“Il frigorifero e il leone”, film del 1970 a episodi: lei partecipa a quello intitolato “Le coppie”). Come attori ricordiamo Alberto Sordi (“Polvere di stelle” del 1973, “Io so che tu sai che io so”, 1982), il quale l’ha anche diretta in alcuni film; Ugo Tognazzi (ne “L’anatra all’arancia” del 1975), Giancarlo Giannini (“A mezzanotte va la ronda del piacere”, 1975); Vittorio Gassman (“Camera d’albergo”, film diretto da Monicelli nel 1981).

Monica Vitti a Cannes nel 1990 per presentare il film “Scandalo segreto”

Negli ultimi film ha collaborato con il futuro marito Roberto Russo, regista di “Flirt” (1983) e “Francesca è mia” (1986), Il suo lavoro finale è “Scandalo segreto”, da lei scritto, diretto e interpretato nel 1990.

Durante la sua carriera ha vinto sette David di Donatello, tre Nastri d’Argento. Ha ricevuto inoltre due nomination al David di Donatello, otto nomination al Nastri d’Argento e una nomination al BAFTA. Nel 1995 ha ricevuto un Leone d’oro alla carriera.

I LIBRI

Verso la fine della sua carriera, rispettivamente nel 1993 e nel 1995, Monica Vitti ha scritto anche due libri: “Sette sottane. Un’autobiografia involontaria” e “Il letto è una rosa”. Nel primo ripercorre la sua vita presentando gli eventi alla rinfusa, senza ordine cronologico, dando la possibilità di gettare uno sguardo sulla sua parte più intima. Nel secondo, racconta la storia di  un’autrice che, mentre sta lavorando al montaggio del suo nuovo film, viene continuamente distratta da quello che accade nella casa di fronte alla sua, da cui provengono strane voci e rumori sinistri. Il racconto è accompagnato dalle memorie della protagonista che affiorano nel monologo interiore tra ricordi, riflessioni, sogni e fantasticherie.

Nella sua vita ha avuto tre relazioni d’amore importanti. La prima con il regista che l’ha lanciata nel cinema: Michelangelo Antonioni. La seconda con il direttore della fotografia Carlo Di Palma, con il quale ha lavorato in tre film alla metà degli anni settanta. Infine con Roberto Russo, fotografo di scena e regista, che ha sposato nel 2000 al Campidoglio dopo 27 anni di fidanzamento.

REAZIONI E OMAGGI

«Attrice di grande ironia e di straordinario talento, ha conquistato generazioni di italiani con il suo spirito, la sua bravura, la sua bellezza. Ha dato lustro al cinema italiano nel mondo. Al marito Roberto Russo e a tutti i suoi cari, le condoglianze del Governo». Con queste parole il premier Mario Draghi ha voluto rendere omaggio alla scomparsa di Monica Vitti. «Addio alla regina del cinema italiano», è invece il commento del Ministro della Cultura, Dario Franceschini.

L’attrice è stata omaggiata anche da Amadeus e la sala stampa del Festival di Sanremo, che giunta la notizia della morte, si è esibita in un applauso commemorativo. Il conduttore ha dichiarato: «Non c’è dubbio che faremo un omaggio a Monica Vitti, anche se la scaletta della seconda serata era stata già predisposta».

Molti altri, la ricordano invece attraverso i social: Verdone per «per esser stata la prima attrice a incoraggiarmi e ad applaudirmi in una visione privata a casa di Sergio Leone di “Bianco Rosso e Verdone”»; Diego Abatantuono e Christian De Sica per i film che hanno fatto insieme a lei.

 

 

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Stefano Gigliotti

Calabrese. Appassionato di musica, cinema, seguo con molto interesse anche la politica e gli esteri. Mi piace approfondire e non fermarmi alla superficie delle cose. Sono fondamentalmente un sognatore. Il giornalismo mi aiuta ogni tanto a fare ritorno alla vita reale.

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