Rivoluzione Spotify, ecco quanto è cambiata l’industria musicale

Nessuno può negarlo: Spotify ha da anni messo in atto una rivoluzione nel mercato della musica. La piattaforma di streaming musicale ha creato un modello economico tutto nuovo per ottimizzare la distribuzione dei ricavi generati. Ma ha anche reinventato la cultura della fruizione della musica nel XXI secolo.

Vediamo tutti gli aspetti più interessanti di questa rivoluzione Spotify.

L’evoluzione dell’industria musicale

La digitalizzazione della musica è passata attraverso diverse fasi: dai vinili ai CD, dai CD agli mp3 e dagli mp3 ai servizi di streaming. Ciascuna ha comportato una riorganizzazione dell’infrastruttura socio-tecnica, offrendo nuove modalità di produzione e consumo.

Fino al 2000 l’industria musicale si concentrava su supporti sonori fisici. Le vendite di vinili sono cresciute fino al 1984, con un definitivo calo a partire dal 2008, corrispondente al rilascio di Spotify. Nel corso di questi anni sono stati introdotti nuovi modi di consumare contenuti musicali. Con l’arrivo sul mercato di smartphone, lettori audio MP3, tablet, laptop e altri dispositivi, gli utenti hanno ottenuto un accesso veloce alla musica. Ora possiamo ascoltare i nostri cantanti preferiti in movimento, magari mentre facciamo altro.

Secondo gli appassionati, chi ama la musica la ascolta ancora in vinile

La digitalizzazione ha permesso di superare alcuni dei limiti delle registrazioni fisiche. Tuttavia, quello che una volta era un aspetto socio-culturale dell’ascolto, ha perso di valore con l’avvento di ampi database di musica già registrata. Lo sviluppo della tecnologia ha portato ad un aumento della mobilità e dell’accessibilità e ha dato ai consumatori un maggiore controllo sui contenuti.

Quando le aziende hanno iniziato a investire nello streaming, in risposta al fenomeno della pirateria digitale, sono nate molte piattaforme come Spotify. Esistevano però dei predecessori: uno su tutti Napster. Con la sua nascita 1999, gli utenti potevano scaricare e condividere file. Pagavano per utilizzare il programma, mentre agli artisti non venivano concesse royalties. Questo ha causato numerose diatribe legali, a seguito delle quali nel 2001 il materiale protetto da copyright è stato dai server Napster.

Il mercato nero delle playlist Spotify: Pagare per avere successo

Nel 2016 il CEO di Spotify Daniel Ek ha dichiarato di voler creare una colonna sonora per ogni momento della vita. Ed effettivamente ci è riuscito. La piattaforma di streaming musicale svedese ha lanciato playlist ufficiali per ogni occasione. Dalla colazione, ai lunghi tragitti in auto, fino ai giorni turbolenti in cui si mette fine a una relazione.

Le compilation ufficiali sono create dallo staff dell’azienda utilizzando algoritmi che selezionano specifici generi musicali e stati d’animo.  Secondo Spotify, circa un terzo di tutti gli ascolti della piattaforma derivano da queste selezioni.

Diventa essenziale per gli artisti essere in una playlist che conta. Significa raggiungere un bacino di utenti più ampio, in ricerca un determinato genere o stato d’animo. Il guadagno di visibilità è incomparabile.  Per esempio, la playlist Indie Italia, con i suoi 400mila follower, è stata uno strumento utilissimo a tanti cantautori italiani della nuova generazione in cerca di successo.

Molti artisti emergenti cercano abitualmente di accaparrarsi un posto in queste playlist. Tanto che è nato un mercato nero parallelo in cui, pagando, si può entrare nelle tanto agognate selezioni. Il fenomeno è testimoniato da diverse inchieste.

Un esempio di Playlist Spotify basata su uno stato d’animo

In Italia, la testata musicale Rockit ha riportato due contributi di testate estere. Il primo è quello della rivista statunitense  Billboard che, nel 2015, ha pubblicato un articolo in cui un’etichetta discografica anonima denunciava che l’aggiunta a una playlist aveva dei prezzi variabili a seconda dei follower e dei mi piace. Il secondo è quello  della newsletter Dailydot, che ha pubblicato un’inchiesta basata sulla storia di Tommie King, un rapper americano che ha spiegato nel dettaglio il funzionamento del sistema.

Spotify ha sempre rimandato al mittente le accuse. La piattaforma dichiara che proibisce categoricamente «la vendita di un account utente o di una playlist, o altrimenti accettare qualsiasi compenso, finanziario o altro, per influenzare il nome di un account o playlist o il contenuto incluso in un account o playlist».

Tra chi guadagna e chi dovrebbe guadagnare

Con pagamenti complessivi all’industria musicale che superano i 40 miliardi di dollari, Spotify  è impegnata da anni a garantire che questi fondi raggiungano le tasche giuste, quelle di etichette e artisti.

La grande sfida per Spotify è la lotta contro gli streaming artificiali. Ci sono case discografiche e artisti che utilizzano bot e software basati sull’intelligenza artificiale per “gonfiare” artificialmente i propri ascolti. Tutto per risultare idonei agli occhi dell’algoritmo di Spotify, che distribuisce gli introiti ai creatori.

La società svedese ha investito ingenti risorse nel rilevare e prevenire queste pratiche disoneste, riuscendo a ridurre l’impatto negativo sulle royalties. Una nuova politica del 2023 prevede la penalizzazione finanziaria delle etichette e dei distributori in caso di rilevamento di streaming artificiale sui loro contenuti, con l’obiettivo di disincentivare ulteriormente tali pratiche.

Il problema è aggravato dalla vastità del catalogo di Spotify, che ospita oltre 100 milioni di brani. Molte tracce con basse riproduzioni generano piccoli pagamenti che spesso non raggiungono gli artisti, a causa dei limiti minimi di prelievo imposti da etichette e banche.

Spotify sta modificando le sue politiche di monetizzazione delle tracce, stabilendo un numero minimo di stream annuali per generare royalty registrate. Ciò non aumenterà i guadagni di Spotify, ma ridistribuirà meglio i compensi tra i brani veramente idonei.

Ma quanto paga Spotify per l’ascolto di una canzone? Il prezzo fissato dalla piattaforma è di 0,0033 dollari per stream. Tre ascolti per un centesimo, insomma. Facendo un rapido calcolo il più ascoltato cantante italiano, Sfera Ebbasta – con il suo miliardo e duecento milioni di stream – nel 2023 ha guadagnato quasi 4 milioni di euro. Non male per un’industria che da anni lamenta il suo stesso declino.

Un cartellone celebrativo per pubblicizzare gli ascolti su Spotify di Sfera Ebbasta, un altro trapper noto per i suoi testi discutibili
Decalogo di parole musicali

Il settore musicale ha il suo linguaggio e conoscerlo è fondamentale per comprenderne il funzionamento. Spotify mette a disposizione un glossario del settore musicale.  Di seguito, alcune definizioni utili sull’argomento.

  1. LP: long playing (riproduzione lunga), indica un album completo, lungo almeno 40 minuti.
  2. EP: extended play (riproduzione estesa). Si tratta di un piccolo album contenente dai tre a sei brani al massimo.
  3. EPK: electronic press kit (kit per la stampa elettronica). È un documento che gli addetti stampa inviano alle etichette discografiche per riepilogare il profilo dell’artista. Comprende biografia, singoli recenti e statistiche con dati di vendita.
  4. One sheet, letteralmente “un foglio”. Si tratta di un documento di una sola pagina, di solito inviato ai media per ottenere interviste, concerti o la riproduzione della sua musica.
  5. Split sheet, “foglio della divisione”. È un documento che contiene i ruoli coinvolti nella creazione dell’opera musicale e le royalties che spettano a ogni parte coinvolta.
  6. Playlists: Raccolta di canzoni di uno o più artisti, legate da un tema comune. Possono essere create e condivise da chiunque.
  7. Demo: definito da Spotify come “napkin sketch”, ossia “schizzo su tovagliolo”. Si tratta della forma primordiale di una canzone, in cui si abbozzano le idee da elaborare in un secondo momento con collaborazioni e modifiche.
  8. Sample o “campione”: Si tratta di una piccola parte di canzone, contenente un ritmo o una melodia, che può essere estratta e riutilizzata per un’altra incisione.
  9. Certificazione: un album o un singolo può ottenere la certificazione oro o platino se raggiunge uno specifico numero di unità, fissato in Italia dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana).
  10. NFT: non-fungible token (in italiano, gettone non fungibile). Si tratta di un bene digitale non riproducibile, ad esempio un pezzo musicale unico appartenente a un’edizione limitata, la cui proprietà è tracciata attraverso blockchain, una rete informatica di nodi che consente di gestire in modo sicuro un registro dati.

 

Articolo a cura di Ivan Torneo, Letizia Triglione, Ettore Saladini, Cosimo Mazzotta

Ivan Torneo

Giornalista praticante. Siciliano trapiantato a Milano. Motivato, eclettico, curioso. Laurea Magistrale in Scienze Cognitive e Teorie della Comunicazione. Il mio obiettivo è il giornalismo televisivo, la mia motivazione incrollabile.

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