Marco Demicheli, giornalista Sky Sport: «Nel nostro lavoro bisogna essere multitasking»

Marco Demicheli è il nuovo ospite di Tomalet, la newsletter del Master in Giornalismo dell’Università IULM. Allievo del biennio 2013-2015, oggi lavora nella redazione di Sky Sport, dove ha svolto entrambi gli stage della Scuola.

Qual è stato il percorso formativo per diventare giornalista?

Ho fatto un liceo scientifico a Como, la mia città. Poi mi sono laureato in Mediazione interlinguistica interculturale. Ho sempre avuto l’idea di fare il giornalista però non sapevo bene il percorso da seguire, quindi Inizialmente ho scelto di fare una laurea per imparare delle lingue, che in ogni caso mi sono tornate utili. Finita la triennale non sapevo se fare una magistrale, un master o cercare lavoro. Nel frattempo avevo iniziato a collaborare con il Corriere di Como. Poi, proprio per caso, un giorno ero in macchina con mio papà e abbiamo sentito alla radio la pubblicità del Master della Iulm. Lui mi ha detto “Perché non ti iscrivi?” e io mi ricordo di avergli risposto “Ma va figurati se prenderanno me”. Però lui mi ha spinto a fare il test, sono stato ammesso e da lì è iniziato tutto. 

Dove hai svolto gli stage della Scuola?

Ho fatto entrambi gli stage a Sky Sport, dove ora lavoro. 

E poi com’è continuata la tua carriera?

Prima di essere assunto da Sky ho continuato a scrivere per il Corriere di Como e appena finito il Master ho collaborato con Calciomercato e con Espansione TV, una televisione di Como che andava anche su Tele Lombardia e Italia 7 Gold, realtà locali su Milano. Poi grazie agli stage svolti ho mantenuto i contatti a Sky e c’è stata l’opportunità di rientrare da collaboratore. Prima per tre mesi, poi staccavo, poi tornavo per due mesi e così via. Dal 2019 invece lavoro qui in maniera continuativa.

Dicevi che hai sempre voluto fare il giornalista, perché?

Da piccolo alla classica domanda “cosa vuoi fare da grande?” io dicevo sempre “giornalista sportivo”. Specificavo proprio sportivo perché mi sono sempre appassionato di sport e di calcio soprattutto. Ho provato anche a praticarli, ma con scarsi risultati, perciò ho capito abbastanza presto che se quella non poteva essere la mia strada, potevo sempre raccontare gli sport che mi piacevano. Mi ricordo una volta in prima media che avevamo fatto la giornata dei giochi studenteschi con tornei e gare tra le varie scuole. E per il giornalino della scuola mi avevano chiesto di scrivere l’articolo. Mi ero offerto e mi era piaciuto, poi non l’ho più fatto per altri otto anni, però già lì mi ero detto “forse potrei scrivere davvero”. Tra quarta e quinta liceo avevo le idee molto confuse. Avevo sempre questo pallino di fare il giornalista sportivo, però sembrava più un sogno che realtà. Infatti non ho scelto l’università pensando di occuparmi di questo, altrimenti forse avrei frequentato scienze politiche o comunicazione. Dopo la laurea però ho riprovato quella strada ed è andata bene.

Il mondo del giornalismo sta cambiando: non solo carta, siti o televisione, ma anche social. Cosa ne pensi?

Come ho detto prima, bisogna saper fare tutto. Bisogna essere in grado di avere delle notizie, di saperle raccontare in video, di scrivere per un sito e per un giornale. Poi bisogna essere preparatissimi perché con i social si è allargato il pubblico. Se prima in pochi sapevano quanti gol aveva fatto Cristiano Ronaldo perché lo leggevano o avevano statistiche che mano a mano compilavano, ora nel momento in cui un calciatore fa gol c’è scritto da qualsiasi parte. Insieme alla sua storia e la sua carriera. Quindi bisogna essere super preparati perché se la gente sa tutto, tu devi saperne almeno quanto loro. Poi ci sarà sempre qualcuno che ne sa più di te su un argomento e appena sbagli te lo farà notare. Proprio per questo bisogna cercare, anche se è impossibile, di essere sul pezzo sempre, di essere il più preparati possibili e saper fare tutto.

C’è stato un momento nella tua carriera che reputi una sorta di momento di svolta?

Sicuramente lo stage. Nelle redazioni non si entra per magia e già quando frequentavo io il Master, il giornalismo era un settore in crisi in cui l’unico modo per essere assunti era passare per lo stage. Magari inizi piano piano, anche sbagliando perché è inevitabile se si vuole crescere e imparare. Ma poi ci entri.

Se invece dovessi pensare al momento più difficile della tua carriera?

Il periodo successivo alle lezioni al Master. Al secondo anno avevo finito lo stage, ma ero riuscito a prolungarlo fino a dicembre. Poi però da gennaio a giugno non ho lavorato perché con Calciomercato mi era scaduto il contratto e non potevano farmene subito uno nuovo per varie questioni. Da Sky mi avevano detto che eventualmente ci potevamo sentire per una sostituzione estiva e non riuscivo a trovare altre occasioni in giro. Più o meno collaboravo ancora con il Corriere di Como, però magari facevo due articoli al mese. Ero a casa e in più dovevo studiare per l’esame di Stato. Lì ho avuto qualche dubbio, se avessi scelto la strada giusta. Altri miei amici si erano laureati ed erano già entrati nel mondo del lavoro, mentre il giornalismo è diverso perché è un mondo molto più aperto, dove ci puoi arrivare tramite diverse occasioni. Poi fortunatamente ho fatto l’esame ed è andato bene.

Qual è la cosa più importante che ha imparato al master della IULM?

Che bisogna saper fare tutto. Quando ho iniziato il Master mi ero iscritto con l’idea che il giornalista fosse quello che va, vede e scrive. Invece è un’idea probabilmente vecchia, anche se comune. Oggi più cose sai fare, meglio è. Anche a Sky spesso c’è il giornalista che gira da solo, quindi che con il telefono deve fare le dirette, sistemarsi l’inquadratura, il cavalletto, la luce, guardare cosa c’è dietro e fare le riprese. Deve anche trovare le notizie e avere i contatti. Insomma deve essere multitasking. Per essere un giornalista devi saper scrivere per il sito e per un servizio televisivo, andare in televisione e poi saper fare la parte per il web e per i social. Con il Master ho imparato proprio questo: ho imparato a fare. 

Cosa diresti a te stesso del passato, al Marco che frequentava il Master?

Di continuare e di crederci, anche per le cose che sembrano impossibili. Lo direi al Marco del Master, ma anche a quello prima del Master. Ci devi credere, poi magari non sarà semplice e dovrai rinunciare a molte cose, ma non devi mollare. Una volta Matteo Marani durante il corso di giornalismo sportivo ci ha proprio detto “il giornalismo non sono i cento metri, ma una maratona”. Magari devi fare mille giri, ma non devi mai rinunciare. Non è semplice, ci sono momenti di delusione e di rabbia in cui dici “ma chi me lo fa fare?”, ma se ci credi alla fine ce la fai.

Quando smetterai di lavorare sarai soddisfatto se…? 

Se mi sarò divertito lavorando, come ho fatto finora. I giorni impegnativi e le delusioni ci sono e ci saranno sempre. Ma parlo di sport, di ciò che mi piace. C’è gente che pagherebbe per fare tutto questo. 

Passando alle domande più sportive. Segui il Como ormai da qualche anno. Come ti spieghi questa crescita così rapida?

Sono stati bravi a scegliere le persone giuste in ogni ruolo, prima di tutti Fabregas. Ora tutti diciamo che è un predestinato, ma quando è stato nominato primo allenatore si era ritirato da pochi mesi e si era appena seduto sulla panchina della Primavera. Il Como era in zona playoff, però la dirigenza non era soddisfatta del gioco e ha deciso di puntare su di lui. Anche la disponibilità economica ha aiutato chiaramente, ma poi conta come investi i soldi e loro lo hanno fatto bene. Infine credo che anche la poca pressione della piazza abbia aiutato: tutto quello che sta arrivando è guadagnato, che sia Champions League, Europa o Conference.

Fabregas è molto divisivo. Per alcuni è un fenomeno, per altri è sopravvalutato. Da che parte stai?

È un bravo allenatore e ha scelto lo staff giusto, di cui si fida moltissimo. I risultati e la crescita dei giocatori parlano per lui. Poi è indubbiamente un personaggio divisivo, perché ha dei comportamenti a cui siamo poco abituati. Di solito in Italia gli allenatori giovani sono molto più tranquilli, anche perché spesso diventano colleghi dei loro ex mister. Lui invece è molto agitato e questo lo porta ad avere delle discussioni con personalità forti come Allegri, Conte o Gasperini. Su questo aspetto migliorerà molto, ha solo 39 anni.

L’Italia non sarà al Mondiale per la terza volta consecutiva. Da dove si riparte? 

Ormai viviamo in una sorta di loop. Appena non ci qualifichiamo si comincia a dire che devono essere i quattro anni in cui ripartire dai giovani, cambiare Presidente e allenatore, fare riforme. Poi si dimenticano queste cose, passa il tempo e si arriva alle qualificazioni. E quando non andiamo ai Mondiali ricominciano gli stessi discorsi. Non so quali tipo di riforme servono per cambiare e per migliorare il mondo del calcio, ma qualcosa va fatto. Altrimenti si rischia che quella del 2026 non sia l’ultima volta

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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