ANDREA MENEGHIN: «LA PALLACANESTRO SECONDO ME…»

L’ex campione di basket è stato ospite speciale al Master di Giornalismo dell’Università IULM di Milano. “Menego” si racconta: dai sogni del parquet da bambino fino all’attuale vita da commentatore per Sky Sport, passando per il rapporto con il padre e l’intesa con Gianmarco “Poz” Pozzecco, lo scudetto della stella con Varese, l’oro a Parigi con la Nazionale nel 1999 e un ricordo di “Chicco” Ravaglia

Quello che risalta di più di Andrea Meneghin è il sorriso. Deve aver seguito davvero il consiglio di Marino Zanatta, compagno di squadra di papà Dino, che da ragazzo lo vedeva troppo imbronciato in campo. Gli suggerì di sorridere di più, e così fa ancora. Un sorriso che gli ha dato leggerezza, riducendo quella maniacalità che aveva sui campi da basket. Uno sport che si direbbe connaturato nel suo destino, da giocatore prima, allenatore delle giovanili e commentatore poi.

Proprio il ruolo di commentatore l’ha cambiato profondamente. E l’ha sorpreso, perché quando Fabio Guadagnini – all’epoca direttore di Fox Sports – lo chiamò, pensava volesse proporre il ruolo a suo papà. Andrea non era pronto, all’inizio non si trovava a suo agio, ma ha imparato in fretta. Non gli piaceva parlare con i giornalisti, rispondeva a monosillabi, ora invece è molto loquace e risponde con piacere a tutte le domande.
Che siano sul rapporto con il padre o su quello con il compagno di squadra Gianmarco Pozzecco, con cui è stato protagonista di molte «bischerate», come le definisce lui.
Nulla però lo fa sorridere come quando parla di Varese. La città dove è cresciuto, la squadra in cui ha giocato per quasi tutta la carriera, il momento più alto con lo Scudetto del 1999, lo stesso anno della vittoria con la nazionale agli Europei di Parigi.

C’è un momento che ti ha fatto capire che il basket sarebbe stato il tuo destino?

Da piccolino avevo il diario di Snoopy e avevo scritto: “A1, aspettami!”. Ce l’ho ancora a casa questo diario. Ero convinto già a 7-8 anni di andare a giocare in Serie A. Mi sarebbe piaciuto diventare professionista.

Cosa ricordi dell’esordio in Prima Squadra?

È stato in Serie A, a Napoli. Mi portano in Prima Squadra e mi buttano dentro nel primo tempo. Lì mi ricordo questi tendoni pieni di polvere che usavano per coprire le finestre. Avevo 16 anni. Ho avuto fortuna: portavano alcuni giovani a completare la squadra. Di solito però li mettevano in panchina a “marcire”, passare l’asciugamano o portare le borse. Quando mi hanno detto: «entra in campo!». Mi sono girato: «io?!». Il mio esordio è stato a Napoli e curiosamente l’ultima partita giocata, la cinquecentesima, è stata proprio a Napoli.

A quali giocatori ti sei ispirato?

I “matti” mi sono sempre piaciuti. Di cestisti Magic Johnson è stato il mio primo amore sportivo. Tra gli altri Sabonis, Kukoc, Danilovic con cui ho anche giocato contro.

Se potessi allenare “il te stesso” di quando giocavi?

Il mio sogno sarebbe quello di tornare indietro ai miei 17-18 anni e avere la testa che ho adesso. L’“altro Andrea” lo massacrerei… Già quando giocavo ero molto esigente con me stesso, mi davo anche colpe che non erano mie. Ero davvero maniacale.

Cosa ricordi della prima sfida contro tuo padre Dino quando avevi a 16 anni?

Tutto acquista valore con il passare del tempo. In quel momento c’erano i flash, il telefono che suonava in continuazione, le domande sulle sensazioni avute, interviste, telecamere… Io queste cose non le ho mai sopportate. Già da piccolino, essendo mio padre una leggenda della pallacanestro mondiale, avevo tanti riflettori addosso. Cercavo di evitare. Non ho avuto un bel rapporto con mio padre. Fortunatamente nel tempo abbiamo ricucito, grazie anche alla pallacanestro. Era normale per noi questa sfida. Capisco che da fuori fosse qualcosa di strano vedere padre contro figlio. Quella penso sia stata un’emozione più forte per lui che per me.

Qual è il tuo rapporto con Gianmarco Pozzecco?

Abbiamo un rapporto davvero fraterno. Non ci sentiamo quasi mai, ma quando ci sentiamo è come se fosse passata mezza giornata. Abbiamo la stessa testa da “bischeri” di quando giocavamo insieme, e un senso di protezione l’uno verso l’altro, anche fuori dal campo. Non siamo stati degli stinchi di santo, andavamo in giro a divertirci come matti. Voi lo vedete che piange, si strappa la camicia, manda a quel paese tutti quanti. È effettivamente così, non è programmato. Tutto quello che vive, non riesce a contenerlo e lo butta fuori. Prendere o lasciare.

Com’è iniziata la tua vita da commentatore?

Un giorno ho ricevuto una chiamata da Fabio Guadagnini, al tempo direttore di Fox Sports, che mi dice: «voglio proporti di fare il commentatore tecnico». Gli rispondo: «guarda, mi sa che hai sbagliato Meneghin, probabilmente volevi chiamare papà». Lui mi dice: «no, cercavo proprio te!». Mi fissa un colloquio. Mi sono presentato in bermuda e maglietta. Entro e Fabio mi guarda: «…magari la prossima volta metti almeno un paio di pantaloni lunghi!».

 

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Ti sei sentito subito a tuo agio da commentatore?

All’inizio no. Devi capire i tempi tecnici del tuo intervento ed essere il più breve possibile per non perderti tutta l’azione. Siccome la pallacanestro è molto rapida, rischi di parlare di due azioni di difesa prima e nel frattempo stanno già tirando in contropiede dall’altra parte… Sentire una cosa del genere non fa piacere all’appassionato. Serve capire quando puoi parlare, i tempi e avere intesa con chi fa la cronaca.

Qual è la cosa più difficile del basket moderno da spiegare a un pubblico generalista?

Ho colleghi che a volte usano terminologie complicate. Alcune non le conosco nemmeno io sinceramente. All’inizio mi hanno detto: «dato che andiamo in chiaro, cerca di parlare come se fossi al bar con gli amici». Io tendo sempre a usare termini basici. Penso di parlare a mia mamma, al panettiere, al postino appassionato che sta vedendo la partita.

Qual è il ruolo più difficile tra giocatore, allenatore e commentatore?

L’allenatore delle giovanili. Perché hai una responsabilità pazzesca verso i ragazzi. Il basket è la loro valvola di sfogo e il momento per far vedere il carattere e la personalità.

Il consiglio più utile che ti è stato dato?

Da Marino Zanatta, compagno di mio padre a Varese. Mi vedeva in campo i primi tempi, ancora ragazzo, ed ero “cupo” in volto. Mi dice: «perché entri in campo così? Fai un bel sorrisone, devi essere più leggero!». Quel consiglio mi ha aiutato tantissimo.

Hai il rispetto di tanti tifosi, anche non di Varese: perché?

Ho sempre cercato di essere disponibile con tutti, prima e dopo le partite. Chiunque mi faccia una domanda io resto lì e rispondo. Ritengo sia stato un privilegio essere diventato un cestista…

Scudetto a Varese o oro agli Europei: qual è stato il successo più memorabile?

Lo scudetto a Varese significa tanto. Io sono cresciuto a Biumo, che è una frazione di Varese. Quel traguardo ha unito una generazione, perché era dal ‘79 che non vincevamo nulla. Ancora adesso c’è gente che mi dice: “io quella sera là c’ero!”. Avrò incontrato diecimila persone dire così. Ma il palazzetto di spettatori ne conteneva cinquemilaseicento…
L’Europeo lo metto più o meno allo stesso livello. Era da 16 anni che l’Italia non vinceva più niente. A livello di nazionale ti senti investito di una responsabilità maggiore. Per Varese è il quotidiano, per la Nazionale rappresenti il Paese. Varese un po’ la mia Nazionale? In parte sì, perché vivo lì. Sono andato due anni a Bologna, nella Fortitudo, ma faccio sempre fatica ad andare via da Varese.

Cosa hai fatto la sera prima e quella dopo la notte dello Scudetto?

La sera prima non sono neanche uscito di casa. Ho visto un film: Godzilla, quello di Roland Emmerich. Da lì è diventato uno dei miei film preferiti. E poi ho fatto un gioco della Settimana enigmistica. Inizio a unire i puntini… Esce una stella cometa sopra una casetta. Tutto gasato mi dico: “questo è un segno!”.

Per la sera dopo avevo fatto un fioretto: in caso di Scudetto, sarei dovuto andare di corsa dal palazzetto fino al Mosé…

 

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Il Mosé?!

Sì, a Varese c’è una via sacra, quattordici cappelle che si concludono con una statua di Mosé. Finisce la partita e mi trovo con la palla in mano a metà campo, circondato da una marea di gente, scappo, consegno il pallone a un signore dicendo di tenermelo. Sparito, poi ho scoperto dov’era finito…
Comunque faccio le 6.30 del mattino. Con la mia fidanzata dell’epoca andiamo davanti al palazzetto, le tiro giù il sedile e le dico: «aspettami qua che torno». Parto, arrivo al Mosé, lo tocco. Andiamo tutta la mattina in centro a Varese. Poi nel pomeriggio gli sponsor… Alla sera fuori con gli amici. Tutto dritto senza mai dormire! Gli ultras di Varese vengono in birreria, mi mettono seduto, prendono la macchinetta e zak! Perché avevo fatto la promessa di tagliarmi la barba in caso di scudetto. Poi il giorno dopo anche i capelli. Mi hanno rasato completamente. Quando sono tornato a casa il mio alano ringhiava perché non mi riconosceva più! La barba, per inciso, è ancora in un vasettino in birreria…

Dov’era finito il pallone della finale?

Dopo 15 anni, vado a parlare nell’ufficio di Toto Bulgheroni che è l’attuale presidente della Pallacanestro Varese. Il pallone era sulla sua scrivania!

Questa intervista è stata possibile grazie a “Chicco” Ravaglia (1976-1999), tuo ex compagno di squadra a Varese ed ex compagno di minibasket del nostro prof. alla Spes Imola. A Enrico Ravaglia è anche dedicato il premio MVP della Coppa Italia. Che ricordo hai di lui?

Io e Chicco siamo nati lo stesso giorno, il 20 febbraio. Ancora adesso gli faccio gli auguri di compleanno. Quando giocavamo insieme alla Cagiva Varese “Chicco” era sul trampolino per diventare un grandissimo giocatore e un campione, con un senso del canestro, una velocità e un atletismo come pochi. Se gli davi due centimetri – in allenamento – lui ti faceva canestro in faccia, irridendoti. Ricordo che viveva con la musica del Cocoricò di Riccione perennemente sparata a palla nelle orecchie e il “Poz” lo prendeva molto in giro per questo. In campo era veloce e capace di scatti incredibili, fuori dal campo invece era sempre pronto a scherzare e con la battuta in canna. Aveva un talento smisurato e una personalità unica. Manca moltissimo a tutti noi che lo abbiamo conosciuto bene e a chiunque lo abbia visto giocare almeno una volta…

Andrea Meneghin ospite al master, in foto con gli studenti del I anno

 

Intervista realizzata dagli studenti del Primo anno del Master in Giornalismo IULM – Università di Milano  

Testo a cura di Alberto Pozza

 

Alberto Pozza

Classe 2001. Laureato in Scienze della Comunicazione (triennale) ed Editoria e Giornalismo (magistrale). Appassionato di sport. Audiodescrittore sportivo per l'Hellas Verona.

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