Occhi sul Mondiale con Stefano Ferré: «Spagna e Inghilterra per il titolo, il Brasile non mi convince»

L’ultimo ballo di Messi e Ronaldo e il primo di Yamal. Haaland e Mbappé macchine da gol, il sogno Orange e un Brasile a tinte italiane. Forse non sono cinquanta come quelle della bandiera americana, ma anche il Mondiale ha la sua dose di stelle. Ognuna vuole prendersi la scena e diventare Sirio, l’astro più luminoso del cielo notturno, ma la corsa al titolo è una scalata tutta da percorrere. E mentre gli occhi di tutti sono puntati sui prati americani, canadesi e messicani, i club di Serie A lavorano per preparare la nuova stagione. Penna e quaderno per osservare e annotare dati, algoritmi e numeri e per individuare profili meno appariscenti. O, quantomeno, scremare tra i possibili innesti per quel determinato ruolo. Di questo e della delusione della nostra Nazionale abbiamo parlato con Stefano Ferré, data manager di Math&Sport e talent di Cronache di Spogliatoio.

Sembra uno dei Mondiali più aperti negli ultimi anni, ma se dovessi fare un pronostico su che squadra punteresti?

A priori avrei detto la Spagna. Ha un’identità talmente definita, oltre a una grande qualità, per cui alla lunga credo possa vincere il Mondiale. Dopo i primi scampoli confermo questa idea, ma aggiungo un altro nome: l’Inghilterra. Mi ha colpito molto nel match d’esordio contro la Croazia e finalmente ha un allenatore come Tuchel, in grado di esaltare le caratteristiche di alcuni cardini delle loro squadre e trasferirli alla Nazionale. Penso soprattutto a Declan Rice con le palle inattive, punto forte dell’Arsenal, e alla pressione alta.

Quindi escludere Palmer e Foden dai convocati inglesi è stata una scelta corretta?

Onestamente quella di Palmer faccio molto fatica a spiegarla, perché ci sono quelle partite in cui magari fatichi a sbloccare il risultato e lui sarebbe tornato molto utile. Detto questo, Tuchel ha la sua idea di calcio e ha fatto le scelte che riteneva migliori. E quando un allenatore è coerente con la propria idea, per me non sbaglia.

E la Nazionale che potrebbe deludere le aspettative, invece?

Ho molti dubbi sul Brasile. Mi sembra una squadra nata per vincere in contropiede, perché ha un buon blocco difensivo e giocatori molto veloci e tecnici in ripartenza. Dipenderà molto dal percorso, ma se troverà una squadra di media fascia che si difende bene, potrebbe faticare più che con le big. Ho l’impressione che se ci fosse oggi Brasile-Costa d’Avorio o Brasile-Marocco, la squadra di Ancelotti rischierebbe veramente di uscire.

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A proposito di Costa d’Avorio e Marocco, come ti spieghi il salto di qualità di diverse squadre africane?

Prima queste squadre facevano della parte fisica e atletica il loro punto di forza, ora hanno alzato il livello di attenzione tattica. Questo si vede soprattutto quando difendono, perché lo fanno veramente bene. E poi provano a giocare a viso aperto: non hanno paura e questo significa avere fiducia nei tuoi mezzi tecnici. Una volta molte africane erano le “squadre materasso” al Mondiale, adesso anche le realtà più piccole come Capo Verde sono ben strutturate. La Spagna è andata fuori giri contro di loro.

Quanto fa male vedere i Mondiali di nuovo senza Italia? O sei della filosofia che non andarci possa accelerare un cambiamento?

Preferisco sempre partecipare a una competizione piuttosto che guardarla dal divano, perché giocando ti migliori e acquisisci esperienza. Disputare un Mondiale fa sempre crescere, quindi per me era importante esserci anche in caso di uscita prematura. E comunque, sono certo che saremmo arrivati almeno ai sedicesimi e, magari, anche agli ottavi. Di più sarebbe stato veramente complicato, ma un conto è essere nelle 16 migliori al mondo e un altro non essere nemmeno nelle prime 48.

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C’è il mondiale, però in parallelo le società italiane preparano il nuovo campionato. Quale big si muoverà di più?

Quella con le idee più chiare è l’Inter, che ha 3-4 obiettivi per rinforzare la squadra: un centrocampista, un esterno e due difensori. Non sono grandi lacune, ma ne ha bisogno per poter essere competitiva anche in Champions. Quella messa peggio al momento è sicuramente il Milan. Cardinale ha annunciato il nuovo organigramma della squadra ed è difficile capire chi avrà le chiavi del mercato, probabilmente Amorim peserà molto sulle decisioni. Anche Juventus e Napoli sono in ritardo: una ha cambiato l’amministratore delegato, l’altra l’allenatore.

La Roma potrebbe puntare allo scudetto con un buon mercato?

È molto difficile, sarei veramente sorpreso. A livello di profondità della rosa ha ancora diverse carenze e quest’anno giocherà la Champions, che per quanto prestigiosa toglie un sacco di energie. Ha bisogno di alcuni colpi che, se per l’Inter sono rinforzi, per i giallorossi sono essenziali.

E Allegri al Napoli, te lo aspettavi?

Mi ha stupito molto, ma evidentemente dopo due anni turbolenti, nonostante il Campionato e la Supercoppa, c’era bisogno di quella tranquillità che Allegri può dare. Max ha lo stesso carisma di Conte, ma forse riesce a dare un equilibrio che De Laurentis voleva ritrovare.

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Molti direttori sportivi usano dati e algoritmi per aiutarsi il mercato. Che fine farà il vecchio scouting?

La tecnologia aiuterà il lavoro dei professionisti, ma va usata correttamente. Nel calcio se contrapponiamo tecnologia e umano, vince sempre il secondo. Se però trovano il modo di coesistere, queste nuove metodologie possono dare una grossa mano. Realtà come lo Strasburgo non hanno la bacchetta magica, ma lavorano nella giusta direzione e infatti sfornano continuamente nuovi talenti.

Immaginati per un attimo di essere un DS, quali sono i primi dati che ricercheresti in un giocatore?

Prima di tutto quelli legati alla pressione: l’abitudine al pressing e quindi il recupero palla, che potenzialmente ti permette di essere pericoloso in fase offensiva. Poi i passaggi riusciti sotto pressione, per capire quanto un giocatore è abile nell’essere preciso in alcune fasi delicate. Credo che per la direzione in cui sta andando il calcio moderno, questi siano parametri fondamentali a prescindere dal ruolo.

Pietro Santini

Cresciuto tra le montagne trentine, in città costruisco le mie basi da giornalista. Per fare dello sport, la mia grande passione, un lavoro. Collaboro con il quotidiano l'Adige. Ho svolto uno stage al canale tv di Sport Mediaset.

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