L’intervista a Silvana e Federico Meazza: «Lautaro? Una vera bandiera»

L'intervista agli eredi Meazza

Le celebrazioni per il ventunesimo scudetto dell’Inter, accompagnate dal decimo successo in Coppa Italia, offrono l’occasione per un confronto tra il calcio italiano di oggi e le radici storiche del club. In questa intervista, Silvana Meazza e Federico Jaselli Meazza — figlia e nipote della leggenda del calcio Giuseppe Meazza — intrecciano i propri ricordi per analizzare l’evoluzione dell’universo nerazzurro e nazionale.   

Dai record di Lautaro Martínez, visto come l’erede dei campioni di un tempo, alle incertezze sul futuro dello stadio San Siro, il dialogo esplora il profondo legame di “Peppìn” con la città di Milano e il disincanto verso un sistema calcistico segnato da inchieste e crisi di talenti. Un racconto che parte dai trionfi mondiali degli anni Trenta per arrivare alle sfide odierne, mantenendo viva la memoria di un uomo che è stato l’iniziatore della gloria interista.  

Suo padre è stato il simbolo dei primi grandi successi dell’Inter (terzo, quarto e quinto scudetto e la prima Coppa Italia). Vedere oggi la maglia con le due stelle che brillano sul petto, che emozione le provoca? Pensa che lui avrebbe immaginato un’Inter così globale e vincente?
S: «È una cosa molto emozionante, soprattutto sapendo che mio papà è stato un po’ l’iniziatore di tutto questo». 
F: «Oggi l’Inter è una squadra molto importante e rispettata all’estero. Siamo cresciuti molto, in Spagna sono apprezzatissimi Barella, Di Marco e Lautaro».  

S: «Ma lui era molto sportivo, non era un accanito solo per l’Inter, è sempre stato felice di indossare le maglie milanesi, qualsiasi colore avessero. È sempre stato di Milano. E un giocatore della nazionale italiana. Qualcuno gli aveva anche chiesto di andare a giocare a Roma, non dico chi, ma… E lui rifiutò  e non era facile – disse: “No, io sono di Milano e sto a Milano”». 

Parlando di nazionale, suo padre è stato il simbolo dell’Italia che dominava il mondo. Cosa penserebbe vedendo l’attuale difficoltà del calcio italiano, specie nel produrre talenti puri come il suo?
S: «Lui era veramente felice di essere un giocatore della nazionale italiana». 
F: «Oggi, all’estero, in Spagna, non si capacitano di cosa stia accadendo alla Nazionale. Si arrabbiano proprio, mi chiedono: “Ma cosa state facendo?”».  

E qual è il trofeo a cui era più legato?
S: «Io credo il mondiale del 1938. Poi – certo – il primo scudetto con l’Inter nel 1930, ma anche il secondo nel 1938. Però, se dovessi scegliere, secondo me, è la Coppa del Mondo in Francia nel 1938, per il valore che ha avuto e che ha dimostrato a livello internazionale: lui era capitano e lo vinsero fuori dall’Italia con centomila difficoltà. Visto il periodo, l’Italia era fischiatissima dappertutto: a Parigi erano osteggiati, erano molto osteggiati». 

Parlando di capitani, Lautaro Martínez è diventato un’icona di questa Inter. Miglior marcatore straniero nella storia del club e terzo in assoluto (dopo Meazza e Altobelli). Con il rinnovo di contratto fino al 2029 potrebbe avvicinarsi al record di suo padre. Come si pone lei rispetto a questa prospettiva?
S: «Mio papà sarebbe contento perché vorrebbe dire che l’Inter ha un’altra bandiera».  

Lautaro lo definirebbe una bandiera?
F: «Per me, Lautaro è una vera bandiera. Io ho una stima immensa di lui: è un giocatore di personalità che vale tantissimo e, quando non c’è, si sente. Dà una mano a tutti, è un lottatore, un trascinatore».  

Come avete vissuto la vendita del Meazza? L’architetto Stefano Boeri aveva dichiarato che preferirebbe che il nuovo progetto ne mantenesse il nome invariato. Sarebbe l’unica cosa a non cambiare. Come vi fa sentire tutto ciò?
F: «Quando è stato intitolato lo stadio al nonno era il 2 marzo 1980, era una giornata grigia, un po’ piovosa. Si giocava il derby Milan-Inter: l’Inter vinse 0-1 con gol di Oriali e si avvicinò ulteriormente al dodicesimo scudetto. Poco prima del fischio d’inizio, io ho tirato il drappo che copriva la targa del nonno. Mi ricordo che c’erano il presidente dell’Inter Ivanoe Fraizzoli; il vicepresidente Giuseppe Prisco; il presidente del Milan Angelo Colombo; il sindaco Carlo Tognoli e altre autorità.
È stato intitolato a mio nonno, però molti lo chiamano ancora San Siro perché è un nome storico. Ma lo stadio è uguale, è sempre lui».  

S: «I vecchi milanesi l’hanno sempre chiamato San Siro, anche i miei amici. I ragazzini, invece, gli amici di mio nipote di dieci anni, parlano di Meazza. C’è un cambiamento di prospettiva».
F: «In Spagna, è pazzesco: sono convinti che lo stadio si chiami Meazza quando gioca l’Inter e San Siro quando gioca il Milan. O, spesso, sono convinti che abbiamo due stadi: San Siro e il Meazza». 

'intitolazione di San Siro a Giuseppe Meazza
La cerimonia d’intitolazione di San Siro a Giuseppe Meazza

F: «Ci dispiace che non sarà più lo stadio di Milan e Inter, soprattutto per il legame affettivo che molti milanesi  e noi in particolare  hanno con quello stadio, però rispettiamo come famiglia le decisioni delle due società.
Speriamo mantenga il nome, sarebbe un orgoglio profondo e darebbe anche continuità a quella che è la storia del calcio mondiale».
S: «Ma mio padre era talmente modesto come persona che non avrebbe niente da eccepire se dovessero cambiare. È complicato, però almeno alle nuove generazioni resterebbe la memoria storica in questo momento in cui, poi, ce n’è bisogno».  

Nel 2006 rilasciò (Silvana) un’intervista con sua sorella parlando di suo padre e di Calciopoli. Disse che «ne sarebbe stato delusissimo: lui era uno duro e puro, il calcio lo amava davvero, ci credeva». Provo allora ad attualizzarla: cosa avrebbe pensato dell’inchiesta arbitri?
S: «Lui, naturalmente, sarebbe stato dispiaciutissimo per queste mancanze di stile nel calcio. Non so se l’avrebbe amato tanto adesso. Sicuramente no».
F: «Beh, lo amo meno anch’io. Sono molto legato al calcio anni Ottanta e Novanta: lo seguo con passione dai mondiali in Argentina del 1978, quindi, figurati… Non lo riconosco più, mi sto un po’ disaffezionando». 

F: «Poi, l’inchiesta sugli arbitri, per me è stata un po’ un fulmine a ciel sereno. Penso riguarderà solo loro, ma comunque non ne usciamo bene come sistema italiano: sono cose che allontanano dallo sport, più che avvicinarlo. Con tutte le delusioni della nazionale; la carenza di talenti uscenti dalle giovanili e le problematiche legate alla mancata innovazione delle strutture, con stadi poco accoglienti e moderni dal punto di vista tecnico, adesso, arriva anche questa cosa qua».
S: «È un momento brutto, buio per il calcio italiano. Proprio buio».  

Se oggi potessimo organizzare una cena per festeggiare il 21esimo scudetto e Giuseppe Meazza potesse sedersi a capotavola, chi sarebbero gli altri tre invitati  del passato o del presente – che vorrebbe assolutamente avere accanto per parlare di calcio e di Inter?
S: «Per primo: Angelo Moratti, senz’altro. Lui è diventato interista per mio padre e mio padre l’ha sempre considerato un amico».
F: «Poi, Arpard Veisz, suo primo allenatore all’Inter, e Vittorio Pozzo. Lui considerava Veisz un secondo padre e, forse, anche Pozzo. Sono gli allenatori con cui è rimasto più legato». 

 

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