META CONTRO LA CORTE DI GIUSTIZIA UE: LE PIATTAFORME DOVRANNO PAGARE GLI EDITORI PER I CONTENUTI ONLINE

Un dibattito sta interessando il mondo dell’editoria. Con la sentenza del 12 maggio 2026, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilisce che le piattaforme digitali, come Meta e Google, dovranno pagare un equo compenso agli editori nel momento in cui riproducono o diffondono contenuti giornalistici. Una decisione che riguarda il caso italiano, ma che fissa un principio valido per tutta Europa.

Negli anni precedenti

La radici della vicenda risalgono al 2019 con l’entrata in vigore della direttiva europea sul diritto d’autore e i diritti connessi nel mercato unico digitale. L’Italia l’ha recepita due anni dopo con un decreto legislativo che prevedeva per gli editori il diritto a un equo compenso ogni volta che le piattaforme online utilizzavano i loro contenuti. Nel 2023 Meta ha impugnato un ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Lazio contestando i criteri fissati dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per stabilire i criteri dell’equa remunerazione e un regime per garantire la remunerazione stessa.

Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta

La società di Mark Zuckerberg sosteneva che l’Italia avesse superato i limiti dell’articolo 15 della direttiva copyright, che riconosce agli editori il diritto di autorizzare o negare l’utilizzo online delle proprie pubblicazioni giornalistiche, e che avesse attribuito poteri troppo ampi all’Agcom. Secondo Meta questi comportamenti avrebbero violato sia la direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale sia la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Per la Corte di Giustizia Ue, al contrario, il diritto di remunerazione è compatibile con le norme europee, a patto che venga mantenuta la libertà degli editori di concedere l’utilizzo delle proprie pubblicazioni a titolo gratuito o di negarlo.

La sentenza

Ma cosa prevede l’equo compenso e quando è legittimo? Stando al principio deciso dalla Corte Ue, gli Stati membri possono prevedere che gli editori di giornali abbiano diritto a un’equa remunerazione quando autorizzano i prestatori di servizi online a utilizzare le loro pubblicazioni. Il principio è legittimo in tre casi:

  1. Il compenso deve essere il corrispettivo economico dell’autorizzazione all’uso online
  2. L’editore deve poter rifiutare l’autorizzazione
  3. L’editore deve poterla concedere anche gratuitamente

Secondo la Corte questi obblighi possono rafforzare la tutela degli editori e aiutarli a recuperare gli investimenti. Inoltre, consentono di riequilibrare il rapporto con le grandi piattaforme e di tutelare la proprietà intellettuale, la libertà e il pluralismo dei media. Infine, secondo la Corte Ue, la limitazione alla libertà d’impresa è giustificata e proporzionata.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea
Il caso italiano

La Corte ammette che il regolamento italiano limita la libertà d’impresa delle piattaforme web, ma consente un corretto funzionamento del mercato del diritto d’autore. La normativa italiana, quindi, instaura un giusto equilibrio tra le prerogative delle piattaforme digitali e la proprietà intellettuale degli editori. Oltre che rispettare gli obblighi di negoziazione, trasparenza e correttezza nelle trattative. Inoltre, l’Italia non è la prima ad affrontare questa battaglia. Francia e Australia hanno già adottato meccanismi analoghi, stringendo accordi con Google e Meta per la remunerazione dei contenuti giornalistici. La sentenza della Corte Ue rafforza ora questo indirizzo a livello europeo.

Una collaborazione costruttiva

Con questa sentenza le piattaforme digitali hanno tre obblighi. Devono negoziare con gli editori l’equo compenso, durante la trattativa non possono limitare la visibilità dei contenuti e devono fornire i dati necessari per calcolare il compenso. Quest’ultimo è un punto cruciale: solo le piattaforme possiedono delle informazioni su traffico, impression e reach dei contenuti, quindi la loro condivisione è la base per una negoziazione vera con gli editori, che sono posti invece in una condizione di inferiorità. Il portavoce di Meta fa sapere che «esamineremo integralmente la decisione e collaboreremo in modo costruttivo quando la questione tornerà dinanzi ai tribunali italiani», mentre gli editori italiani dei giornali riuniti nella Fieg esprimono «grande soddisfazione per la decisione della Corte di Giustizia Ue» e auspicano che «i principi affermati dalla Corte trovino ora piena e concreta applicazione».

In futuro
Il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti

La questione torna ora ai tribunali italiani e il Tar del Lazio dovrà pronunciarsi alla luce dei principi fissati dalla Corte Ue. Le due parti devono ora giungere a un accordo e in caso di stallo interverrà l’Agcom, che fisserà i criteri per calcolare l’equo compenso agli editori, verificherà il rispetto delle disposizioni e imporrà sanzioni a chi violerà tali regole.  «Viene riconosciuto un principio essenziale, per il quale ci battiamo da anni. – commenta  il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti – I contenuti editoriali hanno un valore economico e democratico che non può essere ignorato né utilizzato senza un’equa remunerazione».

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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