META E GOOGLE CONDANNATE: ALGORITMI PROGETTATI PER CREARE DIPENDENZA

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Il 25 marzo, negli Stati Uniti, i tribunali di Santa Fe e Los Angeles hanno emesso due sentenze senza precedenti nei Confronti di Meta e Alphabet (Google). La prima condanna la piattaforma di Mark Zuckerberg al pagamento di 375 milioni di dollari per avere omesso deliberatamente di effettuare i controlli necessari per garantire la sicurezza degli utenti. La seconda riguarda entrambe le aziende e prevede un risarcimento di 6 milioni di dollari nei confronti di una ragazza anonima, considerata vittima di algoritmi studiati per generare dipendenza.

LA SENTENZA DI SANTA FE

La sentenza che arriva dal New Mexico ruota attorno ai controlli che le piattaforme sarebbero legalmente tenute a effettuare per garantire un ambiente sicuro. In questo caso, l’accusa ha ritenuto che Meta abbia consapevolmente evitato di metterli in atto con l’obiettivo di massimizzare i profitti. Il concetto su cui più si è spinto è la facilità con cui i pedofili potessero accedere alla piattaforma e soprattutto rintracciare le utenti minorenni. «Meta ha consapevolmente anteposto il profitto alla sicurezza. Nascondendo ciò che sapeva sui pericoli dello sfruttamento sessuale dei minori sulle sue piattaforme. E non preoccupandosi delle conseguenze sui bambini» ha dichiarato uno degli avvocati.

Per non perdere possibili guadagni Meta ha deciso di adottare controlli dell’età poco efficaci o nulli, mettendo a rischio la sicurezza di bambine e bambini. Nonostante la pesante sanzione di 370 milioni di dollari, si tratta di una situazione da cui le piattaforme potranno uscire semplicemente implementando le procedure che finora hanno eluso. Diversa è la questione della sentenza di Los Angeles, che va a intaccare la struttura profonda delle piattaforme. Una svolta che apre a interventi futuri che potrebbero modificare lo scenario conosciuto fino a oggi.

IL PROCESSO DI LOS ANGELES

Il processo che ha portato alla sentenza del 25 marzo era iniziato nel 2023. Una ventenne californiana conosciuta come K.G.M. (o Kaley in aula) aveva accusato le piattaforme di avere sviluppato algoritmi che inducessero la dipendenza dai social media. Si è iscritta a YouTube a 8 anni. Ha creato un account Instagram a 9 anni. Ha scoperto Snapchat e TikTok rispettivamente a 10 e 11 anni. Il punto è che legalmente non dovrebbe essere possibile avere profili social sotto ai 13 anni. La ragazza affermava che Meta e Google l’avessero volontariamente portata ad avere ansia, disturbi alimentari, problemi legati alla sua immagine, depressione e pensieri suicidi.

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I genitori dei bambini suicidatisi a causa dei social chiedono giustizia

La sentenza ha deliberato che gli utenti più piccoli sono l’obiettivo primario delle piattaforme che gestiscono i social media. Il loro obiettivo è di imprigionarli fin da bambini in algoritmi la cui struttura è studiata per risucchiare l’attenzione e massimizzare i guadagni. Tutto questo senza curarsi delle ripercussioni sulla salute fisica e mentale. Meta e Alphabet, proprietaria di YouTube dovranno pagare alla ragazza rispettivamente il 70% e il 30% dei 6 milioni stabiliti. Le due aziende ricorreranno in appello. Meta ha dichiarato che la salute mentale degli adolescenti è complessa e i social non possono essere gli unici responsabili dei loro problemi. Google invece si è difesa dicendo che YouTube sia una semplice piattaforma di streaming e non un social a tutti gli effetti.

LE POSSIBILI SVOLTE

La sentenza di Los Angeles ha un peso considerevole perché esula dai semplici contenuti, che sono protetti dal Communications Decency Act del 1996. È sempre stato difficile portare le piattaforme a processo per questioni riguardanti ciò che mostravano agli utenti. In questo caso però, si va a colpire l’ossatura profonda che regge questi colossi. In più, secondo la Common Law americana, la sentenza potrà essere usata come precedente normativo nelle migliaia di casi simili ancora aperti. Sono centinaia i genitori i cui figli sono morti suicidi a causa dei social media. Per anni hanno affiancato Kaley nella sua battaglia legale. Molti di loro erano fuori dal tribunale alla proclamazione della sentenza. Erano commossi, si abbracciavano a vicenda, festeggiavano nella speranza di futuri cambiamenti significativi.

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