Il racconto di Sujo, sopravvissuto all’11 settembre: «Fuggivamo dalla Torre Nord e davamo il cinque ai pompieri che non si sarebbero salvati»

«Anche se sono passati 25 anni, rivivo l’intera giornata come se fosse accaduta pochi mesi fa, e non passa giorno in cui non pensi all’11 settembre». Sujo John, oggi attivista e speaker internazionale per i diritti umani, è uno dei sopravvissuti agli attentati del 9/11. Di origine indiana ma statunitense d’adozione, Sujo all’epoca lavorava all’81esimo piano della Torre Nord del World Trade Center. Fin dai giorni successivi agli attacchi, Sujo ha sempre deciso di raccontare la sua storia e il modo in cui quell’esperienza ha cambiato del tutto il corso della sua vita.

Correva l’anno 2001. Prima degli attacchi, come descriverebbe quel periodo?

Era una stagione interessante. Avevo 26 anni e nel febbraio di quell’anno, sei mesi prima dell’11 settembre, mi ero trasferito in America da Calcutta, in India, dove sono cresciuto. Appena arrivati negli Stati Uniti, io e mia moglie vivevamo nel New Jersey, a sole due miglia dalla città di New York (poco più di tre chilometri, nda.). Non avevamo molto, ma la mia formazione nel mondo degli affari mi aveva permesso di trovare lavoro al World Trade Center, all’81esimo piano della Torre Nord, in un’azienda di telecomunicazioni chiamata Network Plus. Mia moglie invece lavorava alla Morgan Stanley, una società di contabilità, sempre al World Trade Center ma nella Torre Sud.

Avevate figli all’epoca?

Mia moglie era incinta del nostro primo figlio ed eravamo entrambi entusiasti della vita che stavamo costruendo in America. Iniziavamo a guadagnare bene e c’era un bambino in arrivo. Quando sogni di iniziare una nuova vita, non potresti chiedere un posto migliore di New York. È il bello dell’America, perché è una cultura in cui, se hai qualcosa da offrire, riuscirai a combinare qualcosa di buono della tua vita. In India è diverso, perché le opportunità di lavoro sono ridotte. Sapevo che me la sarei cavata in questo Paese.

La mattina dell’11 settembre sembrava una come tante altre.

Sì, ma non si può dire lo stesso del giorno prima. Il 10 settembre 2001 avevo stipulato una polizza assicurativa sulla vita, il che è strano. La sera ero andato a giocare a tennis con un mio amico ma non avevamo finito il set, perché gli avevo detto che dovevo tornare a casa e parlare a mia moglie di una cosa di cui non avevamo mai parlato prima. Quando sono rientrato, lei stava già dormendo. Quindi l’avevo svegliata per dirle: “Devo parlarti di una cosa”. Lei aveva risposto: “Di cosa si tratta?”. E io: “Si chiama morte”. Era stupita e non capiva perché volessi parlare di un argomento del genere. Io avevo ribattuto: “Beh, c’è un bambino in arrivo e la vita può essere così incerta”.

Qual è stato, in quello che sembrava un normale giorno di lavoro, il primo stimolo sensoriale che ha fatto capire che qualcosa non andava?

La mattina dell’11 settembre ero uscito di casa presto. Era una giornata bellissima, limpida e senza nuvole. Di solito io e mia moglie andavamo al lavoro insieme, ma da quando era incinta si era abituata a dormire più a lungo per poi raggiungermi alle torri. C’era molta frenesia a New York perché erano in corso le elezioni primarie, ma era anche la settimana in cui ricominciavano le scuole dopo la pausa estiva. Una volta arrivato al lavoro, mi ero seduto davanti al laptop e stavo inviando un documento a degli uffici di Philadelphia. È lì che ho sentito un’esplosione incredibile, così forte che le pareti avevano iniziato a tremare, oscillando a destra e a sinistra. Eravamo in 28 in ufficio e ci siamo buttati sul pavimento con la faccia a terra. Sapevamo che qualcosa aveva colpito l’edificio, ma non avevamo idea che si trattasse di un grande aereo di linea o che fosse un attacco terroristico. Qualcuno sul mio piano aveva visto dalle finestre l’aereo arrivare, ma pensavamo si trattasse di un piccolo velivolo.

Il volo American 11 ha colpito la Torre Nord tra il 93esimo e il 99esimo piano. Dopo l’impatto, com’era la situazione all’81esimo?

Quell’aereo doveva volare da una costa all’altra degli Stati Uniti, da Boston a Los Angeles, quindi trasportava oltre 10 mila galloni di carburante (più di 37 mila litri, nda.). Dopo l’esplosione, il carburante ha iniziato a scendere lungo l’edificio e si è riversato anche nei nostri uffici. Il fuoco si è propagato intorno a noi e le pareti hanno iniziato a crollare. Eravamo tutti a terra, con la faccia sulla moquette. Se guardavo in alto, vedevo un’immagine di acciaio ritorto e cavi. Ho pensato: “Se questo edificio crolla, non vedrò mai più mia moglie, il bambino che porta in grembo o i miei genitori”. A quel punto qualcuno ci ha radunati e ha detto: “Dobbiamo combattere il fuoco e uscire”, e così abbiamo iniziato a strisciare a terra per raggiungere l’uscita più vicina.

Le scale erano l’unica via d’uscita.

Nella Torre Nord c’erano quattro rampe di scale interne, ma per raggiungerle dovevamo passare davanti agli ascensori, che si trovavano proprio al centro delle torri. Il carburante dell’aereo era sceso lungo il vano degli ascensori e quindi da lì venivano sparate delle sfere di fuoco. Ci siamo dovuti fare strada attraverso le fiamme. Arrivati alla rampa più vicina, c’erano migliaia di persone che si stavano unendo a noi, ed è in quel momento che abbiamo sentito un’altra esplosione. Erano le 9:03, e quel rumore era il secondo aereo che colpiva la Torre Sud, dove lavorava mia moglie al 71esimo piano. Ho provato in tutti i modi a chiamarla ma non riuscivo a raggiungerla. Avevo provato con il mio cellulare e avevo chiesto in prestito i telefoni di altre persone, ma non funzionavano. Ormai sapevamo che stava succedendo qualcosa di terribile.

Sujo John racconta il suo 11 settembre 2001 a un evento
Quanto tempo ci è voluto per uscire dalla Torre Nord?

1 ora e 20 minuti, ma è sembrato un giorno intero. Mentre scendevamo le scale abbiamo iniziato a vedere i vigili del fuoco che salivano per aiutare le persone. In quel momento c’è stato un forte senso di speranza che potessimo uscire da lì, perché loro arrivavano dall’esterno. Quando ho raggiunto il 53esimo piano mi sono fermato e ho cercato di rientrare negli uffici perché volevo provare a chiamare mia moglie e la mia famiglia da una linea fissa. Ho trovato un ufficio evacuato dove non c’era più nessuno, ho chiamato alcune persone e gli ho detto cosa stava succedendo, di accendere la tv, e ho anche chiesto di provare a contattare mia moglie. A quel punto è arrivato un vigile del fuoco urlando: “L’edificio è in fiamme. Fuori, fuori!”, e allora sono tornato sulla rampa di scale.

Ricorda una conversazione o delle parole di conforto scambiate con le altre persone in fuga dall’edificio?

Mentre scendevamo, tutti noi davamo il cinque ai pompieri e ai poliziotti che salivano. Per incitarli dicevamo: “Voi ragazzi siete i veri eroi”. È una cosa che non dimenticherò mai, perché quegli uomini non sono mai più usciti dall’edificio. Sono morti tutti e noi siamo stati gli ultimi a vederli in vita. Nessuno immaginava che la torre sarebbe crollata. Di solito, quando succede un incidente o qualcosa del genere, le forze dell’ordine sanno cosa sta accadendo e quindi sanno come calmarti. Ma in questo caso era una novità per tutti. Anche se cercavano di essere forti, potevi percepire che anche loro non sapevano cosa stesse accadendo. C’era un senso di profonda incertezza scritto sulle loro facce.

Che immagine si è trovato di fronte quando è uscito dalla torre?

Quando sono arrivato al livello chiamato Plaza, che era l’area commerciale in mezzo alle torri del World Trade Center, la scena era terribile. C’erano i corpi incendiati di persone che si erano lanciate dalle finestre dell’edificio per sfuggire al fuoco. Era un’immagine di morte. Poco dopo è accaduto l’impensabile, il terreno ha iniziato a tremare e ho sentito un’altra esplosione. La Torre Sud stava crollando, quindi mi sono stretto insieme a una ventina di persone e abbiamo iniziato a pregare. Eravamo convinti che saremmo morti. Quando siamo stati travolti dalla nube tossica, non riuscivamo a respirare e non vedevamo nulla. Abbiamo rischiato di soffocare per il fumo, per la fuliggine e la cenere. Proprio quando pensavo che non ce l’avrei fatta, ho intravisto una luce rossa lampeggiante che proveniva da un’ambulanza che era rimasta schiacciata dalle macerie. Allora abbiamo iniziato a muoverci verso quel “faro” che ci ha condotti fuori dalla nube.

Quando è riuscito a mettersi in contatto con sua moglie?

Nel tardo pomeriggio, il mio cellulare ha squillato per la prima volta in tutto il giorno. Era mia moglie a chiamarmi. Quella mattina era in ritardo al lavoro, e la Torre Nord era stata colpita quando lei era ancora sul treno. Quindi era scesa alla fermata subito prima delle torri e aveva visto le persone disperate che si lanciavano dall’edificio per sfuggire alle fiamme, credendo che io fossi uno di loro.

Come continua la vita dopo un evento del genere, nelle settimane e nei mesi successivi?

Le settimane successive in quella New York e nel New Jersey sono state molto difficili, perché dove vivevamo noi, e in tutta la città, ogni famiglia aveva perso qualcuno. Sentivamo di continuo le campane delle chiese e le sirene dei pompieri. C’erano diversi cortei funebri per la città e moltissime persone donavano il sangue per aiutare i feriti. In America c’è molto patriottismo, e in quei giorni la bandiera degli Stati Uniti veniva sventolata ovunque. Ma c’era anche molta paura: non importava dove vivessi, tutti pensavano ci potesse essere un altro attacco.

Come ha elaborato il trauma derivato dagli attacchi di quel giorno?

All’inizio è stato difficile, ma parlarne mi ha aiutato molto. Nei giorni successivi, i media hanno iniziato a interessarsi alla mia storia e ho iniziato a raccontarla sempre di più. Qualunque cosa tu stia attraversando, se riesci a parlarne, aiuta e basta. Si tratta anche di trovare uno scopo, e io ho trovato la mia missione dopo l’11 settembre, che mi ha portato a fondare un’organizzazione di beneficenza che combatte la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani, dove ci impegniamo per salvare le persone. È quasi come se fossi stato salvato per poter salvare gli altri.

Ad oggi, guardando indietro, considera l’11 settembre 2001 un giorno fortunato o sfortunato della sua vita?

A essere onesto, non credo nella fortuna. Di sicuro è stato un giorno triste per il mondo e per l’America, ma sono cristiano e avverto la mano di Dio nelle nostre vite, quindi credo che forse dovevo fare questa esperienza. Anche se sono passati venticinque anni, rivivo l’intera giornata come se fosse accaduta pochi mesi fa. Ricordo i suoni, gli odori, riesco a sentire quello che ho provato quel giorno. È strano, ma non capita solo a me. Chiunque abbia vissuto questa esperienza dirà lo stesso, ovvero che riusciamo a ricordare. Il mondo mostra ancora molta empatia per l’America quando si pensa all’11 settembre. In quell’occasione, le persone migliori si sono unite per aiutarsi a vicenda. Per questo è importante opporsi sempre al male e alzare la voce. Perché se non lo fermiamo, il male vincerà un altro giorno.

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