I Gorillaz pubblicano The Mountain, un disco pieno di vita

Damon Albarn

A mezzanotte del 27 febbraio è uscito The Mountain, il nono album dei Gorillaz. È un viaggio in terre lontane, tra la vita e la morte. È anche la celebrazione di una collaborazione ormai trentennale, quella tra Damon Albarn e Jamie Hewlett, che ha segnato la storia della musica del nuovo millennio.

Un disco vibrante

È novembre 2022. Damon Albarn, frontman dei Blur, e il fumettista Jamie Hewlett partono da Belgrado, dove stavano registrando un videoclip per Cracker Island. Viaggiano in direzione di Jaipur, in India. I loro rispettivi padri sono appena venuti a mancare, a distanza di soli 10 giorni. Sulle spalle hanno il vuoto della perdita e il peso di un sodalizio che dura da ormai 30 anni. Un’amicizia non immediata, segnata da innumerevoli screzi, lungo una strada che li ha portati molto lontano da quando, in un appartamento, avevano creato la band virtuale più acclamata al mondo. Da tutta questa esperienza e da ciò che li segnerà durante il viaggio nasce The Mountain.

Damon Albarn
I membri dei Gorillaz disegnati da Jamie Hewlett

La title track apre l’album. Una traccia strumentale caratterizzata dalla presenza del sitar e da un ensemble di strumenti a fiato tipici della musica indiana. Si capisce subito che i Gorillaz stanno per fare l’ennesimo balzo in avanti. È un brano che emana vita. Sa di vissuto, ma non di vecchio. Ha il profumo di un luogo lontano ma riesce a fare vibrare le corde più profonde di chiunque la ascolti. Non ha testo eppure comunica l’essenza che permea l’intero disco a seguire. Subito dopo, il synth pop di The Moon Cave e The Happy Dictator sembra voler celebrare l’essenza dei Gorillaz della prima ora, che mai abbandonerà il sound della band.

La cosa più dura

The Hardest Thing fa da breve tramite verso la dolcezza disarmante di Orange County, uno dei singoli estratti dall’album. Se fosse un’immagine sarebbe una bocca che accenna un sorriso malinconico. Incapsula tutta la difficoltà, seppur necessaria, di superare il vuoto lasciato da una persona cara. Quel motivetto fischiettato fa sorridere, ma presto ci si accorge di avere gli occhi lucidi. È come le ceneri del papà di Damon, che danzano nell’aria prima di adagiarsi nelle acque del Gange.
Ad amplificare tutto è la voce vellutata di Kara Jackson, parte di una serie di collaborazioni di rilievo che non possono mancare in un disco dei Gorillaz. Tra queste, spiccano quella con gli IDLES in The God of Lying e con Johnny Marr in The Empty Dream Machine e The Plastic Guru.

Il singolo Orange County

L’influenza dell’India

The Manifesto è lo spartiacque del progetto, un grande salto culturale. Il brano è in spagnolo, reggaeton a tutti gli effetti, ma contornato da sonorità tipicamente indiane. Nelle 7 tracce a seguire, il sitar e quell’iconica atmosfera quasi cinematografica si fanno sempre più evidenti. Trovano il loro apice in Damascus, per poi farsi sempre più quiete alla conclusione con The Sad God. Damon Albarn non si ispira ai musicisti che a loro volta avevano guardato all’india negli anni ’60. Si fa travolgere in prima persona, prende i suoni dalle strade e dagli artisti che le popolano.

Dopo Cracker Island, in molti si erano convinti che i Gorillaz avessero esaurito le idee originali. The Mountain smentisce tutti. Un album autentico, che è pura esistenza. Damon Albarn ha preso tutto ciò che una cultura come quella indiana può dare a chi cerca una via. Lo ha fatto suo con un rispetto tutt’altro che scontato.

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