Guerra in Medioriente, Hamas: «Si avvicina accordo su scambio prigionieri»

Hamas

Sono ancora più di 230 gli ostaggi nelle mani di Hamas. Da quell’ormai lontano 7 ottobre, quando i miliziani sono penetrati oltre il muro di confine con Israele. Ora, dopo settimane di trattative dietro le quinte, secondo alcuni ufficiali di Hamas le due parti sarebbero molto vicine ad un accordo. Ma per ora Tel Aviv non conferma.

Lo stato delle trattative e i primi dettagli

Le prime notizie riguardo a un possibile scambio di prigionieri sono giunte nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 novembre. Il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, ha rivelato a Reuters che le discussioni riguardo un cessate il fuoco sono a uno stadio avanzato. Ulteriori dettagli sono poi stati rivelati ad Al Jazeera da Izzat el-Reshiq, un ufficiale dell’organizzazione palestinese.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas che risiede in Qatar

Secondo quanto si può apprendere, la tregua dovrebbe durare «un numero di giorni». Durante i quali si concretizzerebbero il passaggio di aiuti umanitari e uno scambio di prigionieri. «Saranno liberati donne e bambini israeliani – ha spiegato el-Reshiq – in cambio del rilascio di donne e bambini palestinesi dalle prigioni israeliane». Ha poi aggiunto che i dettagli definitivi delle trattative saranno resi pubblici dal Qatar, che sta agendo come mediatore.

Due fonti al corrente dei negoziati hanno rivelato all’Agence France-Presse che la sospensione degli scontri dovrebbe durare cinque giorni. In queste 120 ore, sarebbero interrotte le operazioni di terra delle forze israeliane (la IDF) e limitate quelle aeree. Per quanto riguarda gli ostaggi, Hamas e la Jihad Islamica sarebbero disposti a rimettere in libertà tra i 50 e i 100 prigionieri non militari. Ma solo in cambio di almeno 300 palestinesi. E si tratterebbe in ogni caso di ‘phased release’, cioè graduale nel tempo.

Le richieste delle tue parti

I primi segnali incoraggianti erano iniziati ad arrivare già nella giornata di domenica. Dagli Stati Uniti il vice consigliere per la sicurezza nazionale Jon Finer aveva rivelato che per l’intesa mancava poco. Ma l’avvertimento che «niente è definito finché tutto è definito» faceva trasparire una distanza ancora da colmare tra le richieste di Hamas e quelle di Israele. Lunedì un altro aggiornamento da oltreoceano, questa volta affidato al portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale John Kirby. «Crediamo di non essere mai stati così vicini». Parole riprese dallo stesso presidente Joe Biden, con annesse dita incrociate.

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Due dei quattro ostaggi rilasciati da Hamas dall’inizio della guerra (fonte: Reuters)

Rimangono però dei dettagli da limare: la durata del cessate il fuoco, o il numero di prigionieri coinvolti. Finora il primo ministro Benjamin Netanyahu ha mantenuto una linea dura. Nessuna tregua fino al rilascio di tutti gli ostaggi. Ma il tavolo di trattative fa pensare a un ammorbidimento di questa posizione. Hamas, dalla sua, ha reso chiare le sue richieste. Non solo una interruzione degli scontri e la liberazione dei civili palestinesi dalle prigioni israeliane, ma anche la consegna di carburante per i generatori degli ospedali.

L’attacco all’Ospedale Indonesiano

Nel frattempo la situazione nelle strutture sanitarie della Striscia rimane critica. Mentre 26 neonati prematuri sono stati trasferiti dall’Ospedale Al-Shifa in Egitto, la IDF avrebbe preso d’assalto un’altra clinica. Alle 2.30 di mattina, l’Ospedale Indonesiano nel nord di Gaza City è stato teatro di scontri a fuoco. Dodici morti e decine di feriti sarebbe il primo bilancio, secondo il Ministero della Salute di Hamas.

Alcuni dei bambini prematuri trasferiti da Gaza City in Egitto negli scorsi giorni

Il portavoce della IDF Daniel Hagari ha spiegato che i militari israeliani hanno sparato «in risposta a specifici obiettivi che, dall’interno della struttura, stavano aprendo il fuoco». E ha specificato che «l’ospedale non è stato bombardato». Due medici dell’Indonesiano, al contrario, sostengono che la notte tra il 20 e il 21 novembre l’artiglieria israeliana avrebbe colpito il secondo piano dell’edificio. «C’erano confusione, buio e fiamme nei corridoi. Era difficilissimo evacuare i morti e i feriti». Finora 200 persone sono state portate via dall’Ospedale Israeliano.

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