«Stiamo offrendo un accordo molto equo e ragionevole, e spero che lo accettino, se non lo faranno distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte». Così il presidente Donald Trump commenta il nuovo giro di negoziati nella guerra fra Stati Uniti e Iran, che si terrà in Pakistan martedì 21 aprile.
La presenza di Teheran al tavolo di Islamabad sembra, per il momento, tutt’altro che certa, specialmente dopo il sequestro da parte dei Marines di una nave iraniana nel Golfo dell’Oman. «Non ci saranno negoziati finchè persisterà il blocco navale» riportano le agenzie di stampa locali, dopo la nuova chiusura dello stretto di Hormuz del 19 aprile.
Ma in che modo la Repubblica Islamica, indebolita militarmente, ha ancora forza e rilevanza tali da ricattare l’economia mondiale, controllando uno dei chokepoint energetici più importanti, in cui transita il 25% del consumo totale di liquidi petroliferi?
Lo scenario insidioso
Ad aiutare l’Iran è prima di tutto la conformazione geografica del territorio: corsie strette, coste montuose, isole, un passaggio come Hormuz che, nel suo punto più stretto, conta solo 35 chilometri di distanza dall’Oman. Il motivo è proprio questo: secondo Reuters, le imbarcazioni devono manovrare in spazi estremamente limitati, vicino alla terraferma, che offre copertura e rifugio alle forze di Teheran.

In un ambiente di questo tipo, barche piccole e superveloci, droni, mine marine, razzi e missili a corto raggio sono armi molto più efficaci di quanto lo sarebbero in mare aperto.
La ‘flotta delle zanzare’: l’arma segreta dei Pasdaran
In particolare, uno gli strumenti chiave a disposizione delle Guardie della Rivoluzione è quello comunemente conosciuto come “Mosquito Fleet” (“flotta delle zanzare”): centinaia di piccole navi in grado di raggiungere i 100 nodi di velocità, economiche e difficili da individuare, dotate di mitragliatrici pesanti e siluri, utilizzate anche come kamikaze.
La logica è quella dello swarming o guerra a sciame: non una singola minaccia, ma tante unità leggere che si muovono insieme, con tempi sufficientemente coordinati per saturare i sistemi difensivi di barche molto più grandi e potenti. Gli obiettivi non sono chiudere in modo classico lo stretto di Hormuz e trionfare in uno scontro diretto, ma rendere il conflitto ingestibile e insostenibile per gli avversari, anche a livello economico.
I precedenti
Tutto inizia da una sconfitta: nel 1988, durante l’operazione Praying Mantis (“Mantide Religiosa”) la United States Navy affonda e compromette duramente varie unità della marina iraniana e alcune infrastrutture strategiche situate nel Golfo Persico. L’azione era una risposta al danneggiamento della fregata statunitense USS Samuel B. Roberts, colpita da una mina di Teheran nei giorni precedenti.

È in questo frangente che l’Iran si rende conto di non poter competere frontalmente con una marina tecnologicamente superiore come quella americana. Così, sceglie di cambiare strategia e di puntare su una flotta non tradizionale, chiamata appunto “zanzara”. La rivoluzione non è soltanto nei mezzi, ma soprattutto nel loro impiego: la tipologia di conflitto navale ipotizzato è più simile ad una sorta di guerriglia che alla classica battaglia.
La strategia di Teheran
Nel “Mosquito Fleet”, una singola barca risulta insignificante, ma tutte insieme costituiscono un problema sistemico, in grado di mettere in difficoltà anche navi più avanzate. La forza di una simile flotta sta proprio nella combinazione di fattori. La difficoltà dell’avversario nella gestione di bersagli dispersivi, imprevedibili, di grandezza limitata, ma molto veloci, diventa cognitiva prima ancora che tecnica. Il transito nello stretto diventa così rischioso e psicologicamente instabile, oltre che costoso.
Il ruolo della flotta: come l’Iran destabilizza lo stretto
Le funzioni principali di queste barche sono quattro. La prima, avvicinamenti aggressivi, disturbo, manovre pericolose. La seconda, imboscate mordi e fuggi contro unità militari o navi mercantili, specialmente petroliere e gasiere. Terzo, trasporto di mine ed esplosivi. Ciò avveniva già nello scorso secolo, durante la Tanked War degli anni Ottanta. Secondo lo Strauss Center, gli iraniani infatti, sfruttando fondali bassi e numerosi punti di appoggio per nascondersi, utilizzavano piccoli motoscafi, infliggendo danni alle navi avversarie attraverso granate a propulsione a razzo e mitragliatrici. L’ultima funzione è di destabilizzazione psicologica: anche non toccando nulla, la tecnica è sufficiente a causare deviazioni, rallentamenti e panico nei mercati energetici.
La dottrina dell’asimmetria
Proprio imparando dal passato, l’Iran ha poi abbandonato la dottrina dello sciame di massa per sviluppare una nuova strategia, utilizzando le piccole barche in modo asimmetrico. Invece di attaccare tutte insieme dalla stessa parte, oltre 20 barche arrivano come uno sciame disperso, provenienti da direzioni diverse. È una logica totalmente diversa da quella occidentale, in cui ogni risorsa è preziosa e deve essere protetta il più possibile.
Il controllo iraniano del mare avviene così non in senso classico, ma mettendo in crisi il traffico e rendendo Hormuz troppo pericoloso per chiunque vi si avvicini.