
Giorgio Monti è un medico d’urgenza di Bologna, ma da ottobre 2024 è coordinatore medico di Emergency nella striscia di Gaza. È da lì che risponde alle domande di un’intervista che è stata interrotta più volte a causa di un attacco aereo non lontano. Perché, come dice lui stesso: «L’attività militare non è mai cessata: sono esattamente cinque mesi di tregua e da allora ci sono stati 600 morti 1600 feriti da attacchi militari». La quotidianità a Gaza è scandita dai rumori dei droni, a cui non si fa quasi più caso, e da quelli di elicotteri e aerei, a cui si presta un po’ più di attenzione, ma con un certo fatalismo, dice Giorgio, sperando solo siano lontano. Lo zaino con l’essenziale per scappare è sempre pronto. Il cellulare con le notifiche di emergenza sempre acceso. Durante il nostro colloquio è arrivata la notifica dell’agenzia UNDSS delle Nazioni Unite sull’attacco avvenuto in diretta. “L’elicottero Apache ha condotto un airstrike in un’area non ancora identificata, a Al-Zawahida.” Questa zona, che si trova nell’area di Deir al-Balah, dovrebbe essere una zona umanitaria. «Cosiddetta umanitaria», come la chiama Giorgio, perché lo bombe arrivano pure lì. Nella stessa giornata era arrivato un altro attacco aereo a tre chilometri e mezzo di distanza dalla clinica dove lavora. Era stato preceduto da grande confusione, perché le voci si rincorrono e ci vuole un po’ di tempo per confermare le notizie. Intanto i bombardamenti continuano ad esserci, durante quello che è il quinto mese di cessate il fuoco.
Com’è la situazione nell’ultimo periodo? Com’è il morale dei gazawi?
Ho visto l’altalena delle emozioni, delle aspettative, delle sensazioni dei gazawi. Quando sono arrivato mi aspettavo un popolo in lotta, perché la narrazione che abbiamo in Italia è quella della resistenza. In realtà ho trovato una popolazione sì resiliente, ma non in resistenza attiva. La grande maggioranza delle persone vuole vivere. Anche adattandosi a condizioni di vita inumane. Guardando i campi di tende, pensavo che queste persone due anni fa vivevano come viviamo noi.
Poi con il gennaio 2025 c’è stata quella che ho chiamato “la grande illusione”: il primo cessate il fuoco ha portato una settimana in cui sembrava il clima dell’ultimo giorno di scuola. Tutti convinti che fosse finita, smontavano le tende, convinti di poter tornare a casa. Invece poi a marzo è ricominciata.
L’annuncio della tregua di ottobre ha trovato persone assolutamente disilluse. I gazawi dicono: basta, non ci crediamo più, vogliamo vedere la differenza. E in effetti la differenza non c’è stata, se non in minima misura. Per quella piccola percentuale che ha una fonte di reddito e che riesce a comprare al mercato articoli entrati attraverso canali commerciali.
Quali mezzi di guadagno ci sono? Siamo abituati a vedere immagini di distruzione, viene difficile immaginare come si possa lavorare.
Alcune persone lavorano nel mondo umanitario: con noi lavorano 40 gazawi, e noi siamo 4. Come noi, tutte le altre organizzazioni, dall’ONU all’UNICEF. Poi ci sono persone che lavorano nel commercio. È tutto un grande mercato, non un mercato nero ma un mercato in cui chiunque vende per portare a casa qualcosa. La scorsa settimana una sigaretta costava 10 euro, quindi c’è chi vende una sigaretta, chi va a recuperare pacchi di viveri per rivederli. Tutto è mercato, tutto è per arrangiarsi.
Adesso gli aiuti umanitari arrivano? I valichi sono aperti?
No, con anche l’inizio della guerra in Iran, il valico di Rafah è stato chiuso tre giorni fa. Anche per gli operatori umanitari: un nostro infermiere è rimasto dentro una settimana in più. Hanno riaperto alcuni confini, perché i valichi sarebbero quattro ed erano tutti chiusi tranne Kerem Shalom, dove passiamo noi operatori. Ma i camion sono pochissimi.
Che cosa manca di più nel suo lavoro di concreto? Farmaci, personale, strutture… o tutto questo?
Dal punto di vista del nostro lavoro, la carenza più importante riguarda i farmaci, in particolare gli analgesici. Poi i farmaci per le malattie croniche: ipertensione, diabete, disturbi della tiroide… I pazienti con ipertensione, malattie cardiovascolari, malattie renali, malattie della pelle — sono tutti malati che fanno meno notizia, ma fanno danno come una bomba. Si chiamano “morti in eccesso”: tutte le morti avvenute non per cause dirette dei traumi di guerra, ma per tutto quello che significa non avere la possibilità di vivere una vita normale.

Quando avvengono attacchi, come quello di poco fa, vengono notificati? Come?
Ci sono modi diversi in cui possono arrivare gli avvisi. Tutta la striscia è divisa in lotti numerati. Possono arrivare cartine con evidenziate in giallo delle zone con scritto “dall’ora X all’ora Y allontanatevi, è zona militare”. Con un preavviso dalle 24 ore ai 30 minuti. Altrimenti arriva una notifica 20 minuti prima con la zona precisa: nome del palazzo o coordinate. Per questo abbiamo sempre lo zaino pronto.
Prova a immaginare: sei a casa tua, ti arriva un avviso che ti dice di abbandonarla e prendere quello che riesci a portare con le tue mani. Non sai se troverai tuoi familiari perché i telefoni spesso non funzionano. Devi andare in una determinata direzione, ma non sai dove, non c’è un posto per accoglierti.
Ma l’attacco di prima non è stato notificato in anticipo.
No, infatti l’ultimo modo è quello di attaccare i target mobili. Non c’è nessun avviso in questo caso. Come hai visto dal momento in cui ho detto: “C’è un elicottero” al momento in cui ti ho interrotto perché stavano sparando saranno passati 30 secondi. Gli elicotteri militari fanno rumore quando sono già sopra la testa. Adesso questo tipo di attacco senza preavviso è molto più frequente di prima.
E questa è la sua quotidianità.
Sì, per me sì. L’attacco che c’è appena stato è anche relativamente facile. Non voglio assolutamente sminuire una cosa che ha probabilmente portato dei morti. Ma in alcuni momenti i bombardamenti erano continui. Muoversi per andare in clinica significava mandare prima le coordinate, spiegare la strada che dovevamo fare per ridurre le probabilità di incidente. Per far capire l’entità del pericolo: a fine agosto è stata colpita la casa di fianco alla nostra. Eravamo a dormire con una bomba distante 5 metri da noi.
Come vengono giustificati questi attacchi? Sono ancora obiettivi appartenenti ad associazioni terroristiche?
La spiegazione non arriva sempre. Per un militare è solo un ordine, un target da colpire. Un anno e mezzo fa, quando è cominciata la guerra, il Parlamento israeliano ha votato una legge che ha accettato come effetto collaterale l’uccisione di 20 persone oltre al target previsto. Ti faccio un esempio concreto: colpire una caffetteria dove sono in 20 a vedere una partita di pallone perché ne vuoi colpire uno è, secondo la legge di Tel Aviv, legale.
Com’è la sua giornata tipo in mezzo a tutto questo?
Noi ci svegliamo alle 7-7:30 per andare in clinica. Ne abbiamo due, una a sud ad al-Mawasi, vicino a quella che era Rafah (Rafah ormai non esiste più), che gestiamo in collaborazione con una ONG locale gestita solo da donne, è orgogliosamente al femminile e attiva da 30 anni. Poi ne abbiamo un’altra costruita da noi un po’ più a nord. Qui facciamo medicina di base e pronto soccorso: abbiamo un consultorio materno e infantile, campagne di vaccinazione, distribuzione di farmaci. In queste due cliniche vediamo circa 250 persone al giorno per ciascuna. È un numero piuttosto alto.
E dove alloggiate?
Noi abbiamo questa abituazione in muratura, è una bella casa. Ma non possiamo andare in giro. Quando stiamo qui aspettiamo. Io per scaricare un po’ la tensione ho montato un sacco da boxe in soffitta. A volte corriamo per le scale, sembriamo dei poveri pazzi! (Ride, nda).
Da una parte c’è una quotidianità e il poter stare vicino alle persone. Dall’altra la frustrazione del sentirsi bloccati, del non sapere come andrà.

Adesso che è scoppiata anche la guerra in Iran e l’attenzione globale si è spostata. Come la si vive a Gaza?
Prima ti parlavo dell’altalena delle emozioni. Ecco, prima i ragazzi che si connettevano con i telefoni riuscivano a vedere le immagini dall’esterno. Notavo con piacere come si entusiasmassero per i movimenti dell’Europa, nel vedere il popolo in piazza. Vedere che ora non c’è più interesse è difficile.
Cosa ne pensa della situazione di ora, della tregua, del Board of Peace?
Ho l’impressione che il racconto della tregua sia stata solo propaganda. Viene raccontata una normalizzazione che non c’è. Le persone mi dicono “ma come, adesso va meglio, c’è la tregua”. Io sono andato a guardare sul dizionario il significato della parola tregua: è la cessazione dei combattimenti tra due forze. Questa è la promessa, ma non c’è stata.
Non arrivano gli aiuti. Ti dico un po’ di numeri. Era stata promessa l’apertura dei corridoi umanitari. Venti giorni fa uscivano una media di 4 persone al giorno delle 18.500 in attesa di evacuazione medica urgente. Nel frattempo ne sono morti 1200. Era stato promesso il ritiro dei militari, il disarmo di Hamas, il governo tecnico. Nulla si è avverato. Nello statuto del Board of Peace la parola Gaza non compare. È un affare immobiliare come tanti, avrà la sua dignità, ma per quanto riguarda i bisogni della popolazione, è nulla.
C’è un messaggio che vorrebbe che i media trasmettessero? Qualcosa che vuole si sappia?
Credo che mi piacerebbe che si prestasse attenzione a un aspetto spesso dimenticato: le bombe sono il male immediato, ma il danno si misura e si vive anche dopo. Quello che resta è ciò che fa la differenza. Quello che c’è sul campo. E adesso non è cambiato nulla. Sono stato tante volte in zone di guerra. Mai una volta ha portato a niente, ha anzi sempre lasciato una situazione peggiore. La guerra non è mai la soluzione.