Seicentoquindici euro per convincere un migrante a tornare nel suo Paese d’origine. Non è una provocazione, ma il contenuto di un emendamento inserito nel decreto Sicurezza, che introduce un compenso per gli avvocati che “riescono” a far rimpatriare “volontariamente” il proprio assistito. Una misura che era passata in sordina, ma che oggi è al centro del dibattito pubblico, perché come sottolineato da Area, la corrente progressista delle toghe, «siamo alla mortificazione della funzione dell’avvocatura». Una proposta che non è stata apprezzata neppure dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che lunedì 20 aprile ha espresso forti riserve.
Cosa prevede l’emendamento?
Al centro del dibattito politico c’è l’articolo 30-bis del decreto sicurezza, che introduce un meccanismo tanto lineare quanto controverso. Stabilisce, infatti, che «al rappresentante legale munito di mandato, che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito» venga riconosciuto un contributo economico a spese del Consiglio Nazionale Forense. Ma a una sola condizione: l’esito positivo della procedura, ovvero la partenza dello straniero.

È proprio questo il punto di rottura. Il compenso non viene dato all’avvocato per aver svolto l’attività difensiva, ma dipende dal risultato finale. In realtà, la procedura dei rimpatri volontari assistiti esiste già ed è il migrante a scegliere di tornare in patria, beneficiando di un supporto economico e logistico sostenuto dall’Unione Europea e coordinato dalla Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Eppure questo sembra solo un modo per incentivare la politica di remigrazione ormai da tempo avviata dal governo di Giorgia Meloni.
Ed è qui che la questione smette di essere politica per diventare costituzionale. In questo modo la norma rischia di scontrarsi con l’articolo 24 della Costituzione, che garantisce il diritto alla difesa “a tutti, cittadini e stranieri”, visto che la relazione tra l’avvocato e il suo assistito potrebbe essere condizionata.
La soluzione all’emendamento
Il tempo scorre, forse troppo velocemente. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 25 aprile o rischia la decadenza. Una data significativa: è il giorno della Liberazione, simbolo per dei diritti riconquistati e delle garanzie costituzionali riaffermate. Ed è proprio su questo terreno che il provvedimento mostra le sue crepe più evidenti.

Nel pomeriggio di lunedì il quadro si è complicato. Al punto che il Segretario Alfredo Mantovano, convocato al Quirinale, ha ricevuto il no dal Presidente della Repubblica, che chiede che la norma venga rivista. Senza modifiche non metterebbe la sua firma alla fine di quel decreto. Così Palazzo Chigi ha iniziato a valutare un emendamento correttivo: non più solo avvocati, ma anche altre figure professionali incaricate di rappresentare i migranti possono ottenere i 615 euro. E inoltre vengono fissati due limiti. Il primo è che non sarà più il Cnf a erogare il premio per chi scrive il ricorso, ma lo Stato. Mentre il secondo riguarda la somma da dare ai difensori, che verrebbe assegnata anche in caso di esito negativo della procedura.
Ma questa soluzione è stata subito frenata temendo che un nuovo passaggio parlamentare, facesse saltare tutto proprio per la mancanza di tempo. E soprattutto perché lo Stato non prenderebbe in carico il pagamento di queste cifre, sebbene nel testo sono indicati anche i fondi stanziati per sostenere la misura. 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027-2028, che saranno prelevati dai fondi di riserva del Ministero dell’economia. Così Giorgia Meloni cambia strategia: «Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati per trasformarli in un provvedimento ad hoc» ha affermato parlando con i giornalisti al Salone del Mobile di Milano.
I numeri dei rimpatri volontari assistiti

Sul piano operativo, il governo punta a rafforzare uno strumento già esistente, ma finora utilizzato in misura limitata. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2.500 i cittadini stranieri che hanno aderito ai programmi di rimpatrio volontario assistito: una media di poco più di 800 persone all’anno.
Numeri che spiegano l’obiettivo implicito della norma: aumentare le adesioni al programma, rendendolo più “attrattivo” attraverso il coinvolgimento diretto dei legali. Anche perché se confrontati con i dati relativi agli sbarchi, la cifra che esce è decisamente inferiore. Infatti, nel 2023 in Italia sono arrivati circa 150 mila migranti. Tuttavia, è proprio sulle ragioni della norma che emerge una contraddizione sostanziale. Il rischio è di spostare il baricentro da una decisione volontaria a una decisione indirettamente guidata.
Le reazioni e la risposta di Meloni
«Un frammento inquietante di Italia trumpiana» ha dichiarato Riccardo Magi di +Europa, facendo riferimento all’Ice, l’agenzia antimmigrazione statunitense. E ha aggiunto: «Praticamente una taglia tipo Selvaggio West, dove i diritti sono calpestati e chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo». Dello stesso avviso sono anche l’Unione delle Camere penali italiane che ha definito la norma «incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense». Perché, come spiega anche il Consiglio nazionale forense, si tratta di un intervento che mette in discussione l’indipendenza dell’avvocato.
Dal fronte politico, le opposizioni parlano apertamente di deriva. La deputata pentastellata Valentina D’Orso ha accusato il governo di voler «strumentalizzare gli avvocati, facendoli diventare il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull’immigrazione». Ed è d’accordo Debora Serracchiani del Pd, che sottolinea il rischio di una lesione della dignità professionale.
A tutto questo, però, Giorgia Meloni risponde: «Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale non dobbiamo riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato». Una posizione che, però, continua a eludere il nodo centrale: non il compenso in sé, ma le condizioni a cui viene legato.