Uscito venerdì 10 luglio, Million Dollar Babe doveva essere un ulteriore passo avanti per Anna Pepe. Un’ evoluzione dello stile proposto dal precedente Vera Baddie, che avrebbe dovuto fare di lei un’artista non più da accantonare con sufficienza. Invece, di quell’embrione di hyperpop che era Vera Baddie non rimane che un guscio vuoto. Non provoca un ghigno ironico come questo tipo di musica ha sempre fatto, ma più una risata d’imbarazzo.
Nascita dell’hyperpop
Pensate alle caricature. Prendono i tratti somatici o caratteriali di una persona e li ingigantiscono per fare ridere, ma anche riflettere. Ecco, l’hyperpop è nato per questo. Dall’inizio degli anni 2010, questi artisti e artiste prendevano tutto ciò che del pop aveva stancato e lo portavano all’estremo, per deriderlo. Autotune e vocoder al limite dell’ascoltabile e produzioni sovraccariche, quasi cacofoniche. E poi i testi, che emanavano indipendenza, satira, voglia di fare capire che nulla si sarebbe salvato dall’essere messo in ridicolo. Per anni il genere è rimasto sopito, ma mai abbandonato dai fedelissimi. Dalle retrovie ha costruito una delle poche vere correnti del nuovo millennio. Ha rappresentato in molti casi l’unico modo per artiste transgender, tra cui la pioniera Sophie, di dire la loro in un’industria musicale tutt’altro che aperta.
Tutto questo è durato fino al 2024, quando Charli xcx ha fatto dell’hyperpop un trend mondiale. Con l’album omonimo, ha dato vita alla figura della Brat, la “ragazzaccia” che fa ciò che vuole indipendentemente dal parere altrui. Nello stesso periodo, la brat ha trovato un suo surrogato italiano nella baddie di Anna Pepe. Seppur molto ripulito per il delicato pubblico italiano, Vera Baddie era un rispettabilissimo album hyperpop come tanti, nulla di eccezionale, ma che comunque aveva qualcosa da dire. Il balzo di qualità doveva essere proprio il neonato Million Dollar Babe, tuttavia le aspettative sono state stroncate sul nascere.
il visual del brano scontrosa
Morte dell’Hyperpop
Non parliamo più di un fenomeno di nicchia. È svanito il caos della novità che sfumava i confini tra chi era un genio e chi arrancava. Il pubblico mastica hyperpop di qualità da un bel po’ e ormai sa distinguerne il vero spirito. Million Dollar Babe ha le sonorità giuste, ma non il cuore e tantomeno il cervello. Vuole imitare qualcosa che già funziona, ma a muoverlo non è che la goffaggine. Gli unici due picchi qualitativi sono all’inizio, con la title track e la successiva Don’t Tell Nobody e da lì in poi il disco plafona. La produzione funziona e la maggior parte dei beat sa coinvolgente, ma questo non basta a nascondere la povertà del testo.
Vera Baddie aveva testi semplici, da cui però traspariva la ribellione dell’hyperpop, Million Dollar Babe ne propone un’immagine di facciata. Solo soldi, feste e uomini, tutto banalizzato in una chiave da hip hop spicciolo. Infine ci sono quei versi che cambiano costantemente da italiano a inglese senza apparente motivo, che già a metà dell’album diventano abbastanza tediosi. Sono lì perché sembrano dire: «guardate, sono pronta per creare qualcosa di internazionale.» Tutto quello che arriva dall’altra parte, però, è solo la mancanza di coraggio nel farlo davvero.