La serie Netflix su Fabrizio Corona ha ricevuto 800mila euro di fondi pubblici

Dopo le inchieste legate alle indiscrezioni su Alfonso Signorini, Fabrizio Corona torna a far palare di sé… di nuovo. Al centro dell’attenzione questa volta c’è il nuovo docufilm che parla della vita di Corona, “Io sono notizia”, uscito su Netflix il 9 di gennaio 2026. La realizzazione sarebbe stata sostenuta, in parte, attraverso finanziamenti o agevolazioni di natura pubblica.

A fronte di un budget stimato di 2,5 milioni di euro complessivi per la produzione della serie targata Netflix, il colosso dello streaming avrebbe comunque ricevuto un “supporto” da parte del Ministero della Cultura di quasi 800.000 euro (per l’esattezza 793.629 €) sotto forma di tax credit. I soldi pubblici hanno finanziato quindi per un terzo la realizzazione della docuserie, sollevando quindi un interrogativo: è giusto che il racconto del “re dei paparazzi” venga sostenuto con il denaro dei contribuenti?

La notizia sulla notizia

La notizia che la produzione del biopic  “Io sono notizia”, abbia attinto a fondi pubblici, attraverso i meccanismi del credito d’imposta o i bandi delle Film Commission regionali, ha trasformato quello che doveva essere un semplice evento televisivo in un vero e proprio caso di dibattito. Al centro della polemica non c’è la libertà di un’azienda privata di produrre contenuti su personaggi controversi, bensì il ruolo dello Stato nel sussidiare narrazioni che molti considerano prive di valore educativo o culturale.

Per i detrattori, l’utilizzo di risorse della collettività per ricostruire le vicende di un personaggio che ha collezionato condanne definitive e che ha fatto della sfida alle istituzioni il proprio marchio di fabbrica appare come un paradosso inaccettabile.

In un panorama in cui il cinema d’autore, i documentari d’impegno civile e le piccole realtà faticano a sopravvivere a causa dei tagli lineari alla cultura, la scelta di agevolare un prodotto dal sicuro impatto commerciale (attualmente occupa la prima posizione nelle serie più viste su Netflix), ma dal discutibile spessore morale, non può che suscitare critiche e discussioni sulla funzione stessa del finanziamento pubblico.

punti di vista

Dall’altro lato della barricata, c’è chi richiama il principio della neutralità delle norme. Se una casa di produzione rispetta i parametri burocratici, garantisce livelli occupazionali e investe sul territorio, negarle l’accesso ai fondi sulla base del “soggetto” trattato equivarrebbe a una forma di censura morale preventiva.

Il cinema e le serie, non devono necessariamente proporre modelli virtuosi, ma hanno il compito di analizzare la realtà, anche nei suoi aspetti più torbidi. La vita di Fabrizio Corona, in questa prospettiva, non sarebbe altro che uno specchio di un’Italia specifica, un’analisi sociologica di un’epoca dominata dall’immagine e dal ricatto che merita di essere indagata indipendentemente dalla simpatia che il protagonista suscita.

Tratto dal ventesimo di “Falsissimo“, la serie di inchieste-scoop di Fabrizio Corona su Youtube

Tuttavia, il malumore resta palpabile. Il timore diffuso è che il sostegno istituzionale possa involontariamente contribuire alla “santificazione” mediatica e a ripulire l’immagine di un modello sociale basato sulla spregiudicatezza. La vicenda pone una riflessione più profonda sul futuro delle politiche culturali in Italia: la necessità di bilanciare il sostegno a un’industria audiovisiva che deve fare profitti con l’obbligo morale di investire in messaggi che sappiano elevare, e non solo intrattenere o scandalizzare, la coscienza collettiva.

come avviene l’assegnazione dei fondi pubblici

In Italia, gran parte dell’industria cinematografica e audiovisiva beneficia di fondi statali. Questi strumenti, come il Tax Credit, sono nati per sostenere l’occupazione nel settore, promuovere il territorio e incentivare la cultura. Quest’ultimo opera come strumento fiscale che permette alle imprese di recuperare fino al 40% delle spese sostenute. Non si tratta di denaro versato direttamente, ma di uno sconto sulle tasse che incentiva le produzioni a investire in Italia anziché all’estero.

A livello locale, il testimone passa alle Film Commission Regionali. Questi enti agiscono come agenzie di marketing territoriale: offrono assistenza logistica e contributi finanziari a chi sceglie di girare in una determinata regione e di assumere maestranze del posto. L’obiettivo è generare il cosiddetto “cine-turismo”.

Il Ministero della Cultura interviene poi con i contributi selettivi, destinati a opere che, pur non avendo un immediato potenziale commerciale, possiedono un alto valore artistico o documentaristico. In questo caso, una commissione valuta la qualità della sceneggiatura per proteggere l’identità culturale del Paese.

il caso di “io sono notizia”

Quindi in questo caso, il supporto pubblico non si è manifestato con l’erogazione diretta di fondi, ma attraverso lo strumento del credito d’imposta: una rinuncia dello Stato a parte delle proprie entrate fiscali a favore di una produzione privata.

 

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Il vero nodo della questione però non è tecnico, ma di principio. È lecito chiedersi se l’assegnazione di tale beneficio debba continuare a basarsi su un automatismo burocratico che si limita a certificare parametri tecnici e occupazionali. Il punto critico sollevato è proprio questo: la mancanza di una valutazione reale sulla qualità o sullo spessore culturale dell’opera.

Ci si domanda, insomma, se un sostegno pubblico così consistente non debba essere riservato solo a contenuti capaci di andare oltre la mera cronaca o la spettacolarizzazione di figure controverse, richiedendo un valore aggiunto che contribuisca davvero all’arricchimento del patrimonio culturale nazionale.

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