La fama è ereditaria, ma anche il talento? I figli d’arte invadono la scena musicale

Figli D'Arte

È del 30 aprile l’annuncio dell’uscita del disco realizzato dai figli di Paul Stanley e Gene Simmons, storici volti dei Kiss. Evan e Nick avevano pubblicato i primi singoli già a fine 2025. Ora è ufficiale: Dancing While The World Is Ending sarà il disco d’esordio del duo Stanley Simmons. Un nome, anzi, due cognomi che hanno un certo peso. Questo progetto si inserisce in una lunga lista di figli d’arte che, nell’ultimo periodo, hanno fatto il loro ingresso nel mercato discografico. Ma è sempre necessario che l’erede di un grande musicista debba intraprendere la stessa carriera?

Il figlio d’arte del passato

Non è una tendenza nuova. La storia della musica è piena di casi di figli di cantautori affermati che hanno avuto un successo anche superiore a quello dei propri genitori. Ciò che sembra cambiato è la rilevanza che eventuali legami di parentela hanno all’interno di tutto il percorso artistico. Intendiamoci, crescere fin da piccoli a stretto contatto con il mondo della musica è inevitabilmente un fattore che spinge un bambino a immaginarvisi protagonista in futuro. Fino a pochi anni fa, però, l’ispirazione derivante da una famiglia di artisti era solo un piccolo tassello. Se un figlio d’arte finiva per fare musica, era a seguito di uno sviluppo che gli consentiva di maturare uno stile e un immaginario del tutto personali. Anzi, erano più coloro che giuravano di non volersi nemmeno avvicinare al contesto professionale dei genitori.

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Jeff Buckley durante un live del tour per l’album Grace

Si pensi a quando Jeff Buckley annunciò il suo album Grace. Tutti lo davano per condannato a vivere nell’ombra del padre Tim, morto quando Jeff aveva solo 8 anni. Eppure ha stupito il mondo intero con un sound totalmente inedito. Quello di Buckley è un percorso particolare che passa dal rock alla musica francese e fa convergere tutto nella complessità degli arrangiamenti della musica liturgica. Inoltre, Jeff non ha mai avuto un rapporto solido con il papà. Se ci si vuole basare su un caso più lineare, il recente successo degli Inhaler è emblematico. Elijah Hewson ha orientato la sua band verso il mito dell’indie rock che ha cresciuto gli adolescenti dei primi anni duemila. La conquista del grande pubblico è arrivata soprattutto grazie a una solidità che gli ha permesso di brillare di luce propria anziché di quella riflessa dal padre Bono Vox.

Il boom degli ultimi anni

Pare che siano stati proprio gli Inhaler a fungere da spartiacque. Dal loro acclamato esordio nel 2021, sono sempre di più i figli d’arte che hanno dato il via ai loro progetti discografici. In questo senso, il periodo recente è senza dubbio il più ricco mai visto. Solo nell’ultimo mese abbiamo assistito all’annuncio dell’album degli Stanley Simmons, al primo EP di North West e alla promozione per l’imminente disco di Violet Grohl, davanti agli occhi commossi del padre Dave, frontman dei Foo Fighters. In Italia la situazione è analoga, nell’ultima edizione del festival di Sanremo ben 3 figli d’arte hanno calcato il palco. La presenza di LDA, Tredici Pietro e Leo Gassman ha alimentato il dibattito anche nel nostro Paese.

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Gli Inhaler, band capitanata da Elijah Hewson, il figlio di Bono Vox

Se prima avere un certo cognome era un dettaglio all’interno di un quadro molto più ampio, oggi sembra essere l’unico elemento sufficiente a giustificare una carriera. Nella generazione più recente, soprattutto in Italia, viene meno quel percorso individuale che permette la creazione di una base artistica personale e solida. Essere spinti solo dall’ispirazione non fa che gettare questi ragazzi in pasto alle malelingue. I paragoni sono spiacevoli ma inevitabili, soprattutto se si ha uno spessore artistico troppo fragile per reggerli.

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