La Camera degli Stati Uniti si dichiara contraria alla guerra in Iran scatenata dal presidente Donald Trump e dal suo omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Il voto espresso dalla Camera impone al tycoon di ritirare i militari statunitensi dal conflitto, segnando così una presa di posizione precisa. Ma il provvedimento potrebbe essere solo simbolico, dato che deve essere approvata dal Senato e lo stesso Trump potrebbe mettere il proprio veto.
Il provvedimento
La risoluzione è sintomo di una sempre maggiore insoddisfazione verso la guerra in Medio Oriente da parte sia dei democratici sia dei repubblicani. Dopo quattro mesi dall’inizio dei bombardamenti, la situazione sembra essere bloccata senza un dialogo produttivo da parte dei leader dei Paesi coinvolti e senza la firma di un negoziato che vada bene a tutte le parti. Questo stallo ha così portato la Camera statunitense a intervenire con un provvedimento che è passato con 215 voti a favore e 208 contrari. Ovvero con l’appoggio di tutti i deputati democratici e di quattro repubblicani: Tom Barrett del Michigan, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, Warren Davidson dell’Ohio e Thomas Massie del Kentucky. Un segnale di allarme per Trump che vede vacillare il proprio consenso anche all’interno del suo partito. Nelle settimane scorse diversi membri del mondo Maga avevano già preso le distanze dal tycoon a causa di questa guerra perpetua in Medio Oriente. Ma ora anche il partito sembra staccarsi dal suo leader.
L’opposizione a Trump
Nei mesi scorsi Trump aveva già tentato di sorvolare sulla possibilità che il Congresso ha di limitare i poteri di un presidente in caso di guerra. Secondo la legge Usa, infatti, un leader può continuare una guerra senza coinvolgere il Congresso per un massimo di 60 giorni. Un tempo ormai trascorso nel caso del conflitto in Iran, scoppiato ufficialmente il 2 marzo. Nonostante ciò, il tycoon ha aggirato la legge appellandosi al cessate il fuoco in vigore da aprile. Secondo il presidente, quindi, quella tregua avrebbe imposto uno stop ai giorni del conflitto e di conseguenza non sarebbe necessario l’intervento del Congresso. Inoltre, il voto alla Camera era già stato rinviato proprio perché i Repubblicani erano consapevoli di non avere i numeri sufficienti per respingere la risoluzione. Ora il provvedimento passerà in Senato, ma anche se venisse approvato potrebbe non diventare ufficiale. Trump, infatti, ha il potere di imporre il proprio veto, bloccando così qualsiasi intervento del Congresso.
Continua la guerra
Nel frattempo il conflitto in Medio Oriente continua. Trump si è detto disponibile a incontrare l’ayatollah Mojtaba Khamenei, ma solo se si giungerà alla firma dell’accordo presentato dagli Stati Uniti che impone una tregua di 60 giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’impregno iraniano a non lavorare sull’arma nucleare. Aspetti fondamentali per Washington perché consentirebbero alla Casa Bianca di dichiarare vittoria e chiudere l’intervento militare. Inoltre, il tycoon ha dichiarato che «i colloqui potrebbero chiudersi nel fine settimana» e ha sottolineato la Repubblica «ha già accettato che non avrà armi nucleari». Circostanza smentita dai pasdaran, secondo cui «il dialogo è interrotto».

Dopo la telefonata di fuoco con il premier israeliano Netanyahu, la situazione in Medio Oriente si è spaccata in due. Sul fronte iraniano sono continuati gli attacchi con il bombardamento sull’aeroporto di Kuwait City, mentre Israele e Libano hanno concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi senza Hezbollah. Sul conflitto in Iran l’atteggiamento di Trump risulta essere sempre più confuso e ambivalente. Se un giorno minaccia di bombardare e di porre fine all’intero popolo iraniano, quello dopo attenua le sue parole e allunga gli ultimatum dati. E ancora: dice che la firma di un trattato per il cessate il fuoco è imminente, ma poi non si dichiara disponibile a una negoziazione. Il timore principale dei leader e degli analisti è che il conflitto in Iran possa non concludersi in breve tempo, portando a una situazione di guerra prolungata come in Ucraina.
Al voto
La situazione di stallo in Medio Oriente, l’inflazione in aumento e la spaccatura interna ai Repubblicani potrebbero incidere notevolmente sulle elezioni midterm di novembre in cui già ora Trump sembra sfavorito. Di fronte a sondaggi che danno i democratici in rimonta alla Camera, il tycoon da una parte sta mettendo in campo tecniche per influire sull’esito del voto, dall’altra sta rilanciando l’idea della coppia Vance-Rubio come ticket presidenziale nelle prossime elezioni del 2028. In un’intervista a Pod Force One, podcast del quotidiano conservatore New York Post, Trump si è esposto in maniera positiva sul vicepresidente e sul segretario di Stato affermando che «Sono entrambi fantastici; mi piacciono tutti e due. E penso che se si candidassero insieme formerebbero una squadra imbattibile».