Dal 2023 si sentiva parlare di Drake più per la faida con Kendrick Lamar che per la musica. Un botta e risposta diventato iconico, che è sconfinato prepotentemente nel personale. Il rapper ha una possibilità di rivalsa, il 15 maggio ha pubblicato l’anticipato album Iceman, insieme ad altri 2 dischi a sorpresa: Habibti e Maid Of Honour. Drake è tornato, ma la domanda è: voi ve ne siete accorti?
Un album troppo glaciale
Ovvio, è difficile non notare 3 lavori pubblicati in una sola notte, o anche un gigantesco blocco di ghiaccio nel mezzo di Toronto. È più complesso dover ammettere che forse il progetto Iceman è rimasto intrappolato lì dentro. Già l’apertura con Make Them Cry pone l’ascoltatore all’inizio di una via la cui direzione non è chiarissima. Con Dust e Whisper My Name, Drake propone un uso aggressivo delle 808 distorte, simile a quello che Kanye West ne fa da 3 anni a questa parte. Qui si ha l’impressione di assistere a un primo decollo delle sonorità dell’album, ma così non è. Da questo punto in poi ci si autoimpone la pazienza. Si cerca di restare buoni in attesa dell’arrivo di un climax di qualche tipo, che viene rimandato traccia dopo traccia.
Bisogna aspettare Shabang per incappare in qualcosa di un po’ più dinamico e creativo. Burning Bridges, invece, inganna. Un arrangiamento di synth e un pianoforte vagamente blues accennano a un cambio di passo. Ecco, però, che da un brusco stacco riemerge la stessa drum machine che fino a qui ha monopolizzato tutto il disco.
Se non si è troppo attenti, le 10 canzoni che seguono sembrano un unico brano che scorre fino alla fine. Un flusso che viene interrotto solo in due occasioni da What Did I Miss e 2 Hard 4 The Radio, sicuramente il momento più divertente e musicalmente ispirato del progetto.
il brano 2 Hard 4 The Radio
Una chance sprecata
Il problema più grosso di Iceman è la sua lunghezza ingiustificata. 18 tracce sono davvero troppe se non si hanno in mente un intento comunicativo o una curva di sviluppo delle sonorità che effettivamente richiedano tutto questo spazio. In questo caso, a parte alcuni sample soul che fanno sempre effetto, i beat sono generici e ripetitivi. Anche il modo di rappare di Drake non ha picchi particolari. Rimane appiattito su una linea retta che prosegue per tutto l’album.

Detto questo, sarebbe scorretto definire l’ascolto spiacevole. L’esperienza in sé è godibile, ma dopo pochi minuti ci si dimentica ciò che si ha ascoltato. Da una produzione così ben fatta si capisce che Drake ha ancora la capacità, e le possibilità, per pubblicare brani memorabili. Come evidenziano i 3 album usciti in contemporanea, il rapper ha purtroppo privilegiato la quantità rispetto alla qualità. Ha avuto l’occasione di risollevare la sua reputazione e raccontarsi come mai prima. Invece ha reagito come quando, da bambini, il bulletto di turno ci infastidiva e noi fingevamo con scarsi risultati che la cosa non ci toccasse minimamente.