Il 4 febbraio la quinta sezione della Corte di Cassazione ha riconosciuto, nuovamente, la gelosia come aggravante di un comportamento violento o lesivo, anche in caso di tradimento del partner. Ines Testoni, psicologa, psicoterapeuta e docente di Psicologia sociale all’Università di Padova, non usa mezzi termini quando parla della gelosia, per secoli radicata nei rapporti come condizione necessaria per amare, tuttora componente problematica delle relazioni affettive e amorose.
Che origini ha la gelosia?
«La gelosia caratterizza tutte le relazioni intime. È un sentimento naturale condiviso con gli animali. Attraverso le ricerche etologiche, si è capito che tra i mammiferi è sempre esistito un particolare legame di affezione che implica anche una pretesa di primato rispetto a una figura con cui si intrattiene una relazione di tipo primario. Cioè non una relazione esclusivamente sessuale, ma anche il rapporto con un figlio, un genitore o un amico».
C’è differenza tra il modo in cui un bambino e un adulto provano e superano la gelosia?
«La gelosia è un sentimento infantile e, per questo, l’individuo non si rende conto di aver interiorizzato alcuni aspetti che riguardano il rapporto con l’altro e di conseguenza non è del tutto consapevole di attivare comportamenti possessivi. L’adulto è in grado, maturando, di fare un lavoro metacognitivo, cioè sa come riconoscere l’emozione, la sa contestualizzare e sa anche elaborare la rappresentazione che ne ha».
Dunque, se un adulto sa riconoscere questo sentimento, come può la gelosia indurre un uomo ad agire violentemente nei confronti di una donna?
«La sente come proprietà, non riconosce l’identità dell’altro, la vede come complemento di sé stesso; quindi, essere complemento di sé significa che l’altro non ha una propria identità, un’autonomia e non è riconosciuto come tale, come altro. Quindi, piuttosto di non averla più per sé, preferisce eliminarla».
Dinnanzi al rifiuto l’uomo spesso uccide, mentre la donna tende a perseguitare attraverso lo stalking. Qual è la strategia alla base di questi comportamenti?
«Sono due comportamenti completamente diversi anche se il sentimento di gelosia è lo stesso. La donna che fa stalking è dipendente dall’oggetto che ama, ma l’atteggiamento non è di possesso, piuttosto di seduzione. Anche questo è un modello culturale: la donna che fa stalking continua a predisporsi al servaggio nei confronti dell’uomo che la rifiuta. Non c’è la minaccia. La donna non agisce con l’intento di uccidere il proprio partner. Questo è il modello che, purtroppo, viene ancora messo a disposizione dagli educatori e dalle educatrici, perché nel momento in cui non si vuole fare educazione affettiva o sessuale, continueremo ad avere questi problemi».
Si può parlare della gelosia come una patologia?
«Certamente sì, la gelosia patologica è assolutamente conclamata. Può diventare anche delirante, e il delirio chiaramente comporta uno stato di sofferenza psicologica significativa. Però qui si entra nell’ambito della psicologia clinica, per cui la situazione non è risolvibile semplicemente attraverso un mutamento sociale e il cambiamento dei propri script. In questo caso, serve un intervento psicoterapeutico».
Quindi, se si parla di gelosia patologica, l’uomo che uccide la donna agisce in una condizione di incapacità di intendere e di volere?
«Assolutamente no. La gelosia non è sempre patologica, chi uccide sa cosa sta facendo e non sta delirando. Cioè, delirante è chi crede in una realtà che non è concreta ed è un comportamento totalmente diverso da chi, invece, decide di uccidere. Chi uccide sa identificare la realtà e prova un odio profondo. Questa persona sta agendo perché manca di capacità di elaborazione dei propri vissuti e di sensibilità rispetto a una cultura che sta cambiando».
Nonostante molti uomini sembrano essere ancorati alla cultura patriarcale, lei crede che la società si stia orientando verso il raggiungimento di una piena autonomia della donna?
«Sì, nonostante i ricorsi storici delle destre più tradizionaliste che sembra vogliano ripristinare logiche del secolo scorso, abbiamo a che fare con una cultura che invece comincia a riconoscere la donna come soggetto autonomo, che dinanzi a un uomo sa dire “no”, e che, quindi, chiede all’uomo di maturare. Mi sembra che la sentenza della Cassazione vada in questa direzione».