Inizia e finisce nello stesso modo, Amarga Navidad. Ma a pensarci bene Pedro Almodóvar il suo ultimo film non lo fa finire. Lo rilancia. Per capirlo basta guardare i crediti che aprono e chiudono la narrazione. In entrambi i casi c’è una tastiera che mastica, scompone e rielabora la forma dei personaggi, contagiati dall’instabilità emotiva dell’autore.
L’immaginario di Almodóvar attraverso Raúl ed Elsa
Raúl (Leonardo Sbaraglia), un regista sessantenne, trova nel passato l’unica via di fuga da una sterilità creativa che rischia di soffocarlo. Immagina quindi un alter ego, Elsa (Bárbara Lennie) – che ha diretto solo due film di culto prima di essersi arricchita con la pubblicità – e il suo compagno Bonifacio, un pompiere che fa il ballerino di striptease nel tempo libero.
Lei soffre di un’emicrania pungente e violenti attacchi di panico, ha perso la madre e aiuta un’amica ad affrontare il lutto del figlio. Prova quindi a elaborare il senso di perdita con una sceneggiatura autobiografica che però le causa diversi problemi, proprio come nel caso di Raúl, il suo inventore.
I due demiurghi entrano in conflitto con le persone con cui hanno condiviso più tempo, come se il potere del cinema avesse dato loro la possibilità di rubare pezzi di vite altrui utilizzandole a proprio piacimento.
È soprattutto Monica (Aitana Sánchez-Gijón), ex assistente e lettrice più fedele di Raúl, a evidenziare tutte le ipocrisie e le scorciatoie che spesso si prendono al termine della carriera, costringendolo ad affrontare un labirinto di domande da cui sembra impossibile uscire: di chi sono le esperienze che viviamo? Fino a che punto si può saccheggiare un’esperienza per renderla un’opera d’arte?

La facilità con cui umori, relazioni e persino i nomi cambiano è un manifesto sull’instabilità delle storie, sulla loro natura precaria e imprevedibile. Ogni battuta o dettaglio tradotto in parole sembra legarsi alla vita di chi lo ha scritto. O a quella di chi viene citato. In questo modo il loro creatore, Almodóvar, parla di sé e delle sue paure, dei suoi dubbi e delle sue ossessioni.
Le mani come dispositivo di creazione
E così, il film diventa una fucina di sogni irrealizzati, di relazioni non compiute, di contraddizioni che convivono e restano sospese tra la scrittura e il vissuto, tra finzione e realtà. Tra carta e pixel.
La prima sequenza, infatti, mostra una finestra e dei fulmini disegnati che ci introducono nel vero salotto dei due protagonisti immaginati da Raúl mentre le lettere di un computer “battono” i crediti iniziali. Nell’ultima sequenza, invece, le mani del regista sembrano prendere vita propria e continuano ad elaborare altri scenari. I nomi nei titoli di coda si sfaldano graficamente al ritmo delle dita, a metà tra spasmo motorio ed estasi creativa. Ancora una volta è il gioco dei contrasti che si mescolano fino ad essere la stessa cosa. Creatività e riciclo. Nascita e morte. Pelle e schermo.

Almodóvar non fa sconti nemmeno a se stesso. Si mette a nudo. Dà una lettura problematica delle sue opere, che sfilaccia con dialoghi serrati e incalzanti. Non spiega in che modo quei personaggi si siano trasformati in sceneggiatura. Riesce però a capire e raccontare l’eterna insoddisfazione degli artisti, il fuoco che li muove, la forza tellurica della narrazione. Forse è proprio questo il motivo per cui quelle mani si muovono compulsivamente sulla tastiera, spinte dalla voglia di raccontarci il mondo.