La Palma d’oro della 79esima edizione del Festival di Cannes è stata assegnata a Fjord di Cristian Mungiu che torna a trionfare per la seconda volta sulla Croisette dopo la vittoria del 2007. Il film, ambientato in un suggestivo ma remoto villaggio della Norvegia, esplora le fratture profonde e le contraddizioni culturali di una famiglia che si trasferisce dalla Romania in un contesto progressista. Una netta presa di posizione contro ogni forma di fondamentalismo, che delinea il ritratto di una famiglia religiosa che in seguito al trasferimento, si ritrova al centro di un complesso caso di accusa per maltrattamenti sui propri figli.
Le parole del regista
Nel commentare il riconoscimento, il regista ha sottolineato la necessità di una responsabilità collettiva: “Credo che prima di chiedere agli altri di fare dei cambiamenti, sia importante che noi stessi li facciamo. Penso che nel cinema sia importante parlare di temi rilevanti, che sono facilmente reperibili e ci aiutano a capire la direzione in cui sta andando il mondo”. Mungiu ha poi aggiunto che le società odierne sono profondamente frammentate e radicalizzate, definendo il suo lavoro come un invito alla tolleranza, all’inclusione e all’empatia, termini che devono essere messi in pratica con maggiore costanza nel quotidiano. La trama del film si concentra sui Gheorghiu, una coppia devota che stringe un forte legame con i vicini, gli Halberg. Ma l’armonia tra le famiglie viene incrinata quando l’adolescente Elia Gheorghiu appare a scuola con dei lividi, sollevando il drammatico interrogativo se l’educazione tradizionale impartita dai genitori ne sia la causa scatenante.
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La geopolitica al centro del palmarès
La giuria ha conferito il Grand Prix al film Minotaur di Andreï Zvyagintsev. Il regista ha sfruttato il palcoscenico di Cannes per un appello accorato, rivolgendo un appello diretto al Presidente della Federazione Russa affinché ponga fine alla carneficina che devasta milioni di vite. La pellicola fotografa la Russia del 2022 raccontando la caduta di Gleb, un dirigente d’azienda di successo la cui esistenza — fino a quel momento meticolosamente ordinata — precipita travolta dalla violenza e dall’instabilità del mondo circostante.
Una peculiarità di questa edizione ha caratterizzato lo storico ex aequo nel premio per la Miglior regia, che la giuria ha assegnato a Javier Calvo e Javier Ambrossi per La Bola Negra — un’opera che intreccia le vite di tre uomini legate al desiderio, al dolore e a un’opera incompiuta di Federico García Lorca — e a Paweł Pawlikowski per Fatherland, che analizza il complesso rapporto tra il Nobel Thomas Mann e sua figlia Erika. La giuria ha invece assegnato il riconoscimento per la Migliore sceneggiatura a Emmanuel Marre per Notre Salut (Un uomo del suo tempo).
Interpretazioni magistrali e nuove leve
La giuria ha assegnato ex aequo il premio per la Miglior attrice a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi, una pellicola che racconta l’incontro tra una direttrice di una casa di riposo innovativa e una regista teatrale che lotta contro il cancro, unite in una battaglia per rendere possibile l’impossibile. Allo stesso tempo, la giuria ha diviso il riconoscimento come Miglior attore tra Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont, una storia ambientata durante la Prima Guerra Mondiale che segue due soldati in cerca di una fuga dalla brutalità del fronte attraverso la magia del teatro.
Grande attenzione ha suscitato anche il premio Camera d’Or per la migliore opera prima, assegnato dalla giuria presieduta da Monia Chokri a Ben’Imana di Marie Clementine Dusabejambo. Ambientato nel Ruanda post-genocidio, il film rende un potente omaggio alle donne e alle madri del Paese, figure centrali nella riconciliazione e nella guarigione delle ferite nazionali. La regista ha dedicato il premio al coraggio di queste donne, capaci di trovare, attraverso l’orrore, la forza di perdonare e guardare al futuro nonostante le proprie fragilità. Infine, la Palma d’Oro per il Miglior Cortometraggio l’ha vinta Para Los Contrincantes (Aux Adversaires) di Federico Luis, che punta i riflettori sul quartiere di Tepito a Città del Messico e il sogno di un giovane aspirante pugile.
Il successo del produttore italiano Marco Perego
Da Salò a Los Angeles, fino al trionfo a Cannes. Il viaggio di Marco Perego, produttore e regista, è stato coronato da una vittoria storica al festival francese. Perego, nato sul Lago di Garda in provincia di Brescia, si è presentato sulla Croisette già con un record: presentare tre film in concorso e uno alla Quinzaine des Cinéastes. In concorso figurano Paper Tiger del regista americano James Gray, Fjord, poi risultato vincitore di questa edizione, e il già citato Minotaur del russo Andrey Zvyagintsev.
Fjord ha vinto la Palma d’Oro e Minotaur il Grand Prix. «Per la prima volta nella storia del festival un produttore ha vinto sia la Palma d’Oro che il Grand Prix nella stessa sera. Ma nulla di tutto questo sarebbe possibile senza il lavoro di squadra», scrive Perego sulla sua pagina Instagram. Al Festival di Cannes si è presentato con l’attrice Zoe Saldana, sua moglie, che lo scorso anno ha vinto il premio Oscar come miglior attrice non protagonista per Emilia Pérez. Una coppia di stelle del cinema.

Una chiusura “movimentata”
L’edizione ha visto anche il conferimento della Palma d’onore a Barbra Streisand che per problemi di salute non ha potuto essere presente in Costa Azzurra e consegnata simbolicamente da Isabelle Huppert. Attraverso un videomessaggio, l’artista ha ripercorso il suo legame con il grande cinema europeo, citando l’influenza formativa di registi come Fellini, Bergman e Kurosawa che hanno ispirato la sua carriera.
Il peso dei verdetti (anche criticati come dal critico Paolo Mereghetti che le ha ritenuti “strampalati”) è ricaduto sulla giuria presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook. Insieme a lui, un pool internazionale composto da Diego Céspedes, Isaach de Bankolé, Paul Laverty, Demi Moore, Ruth Negga, Laura Wandel, Stellan Skarsgård e Chloé Zhao.