Serie tv, come lo streaming crea l’ansia da abbonamento

Netflix, Prime Video, Disney+, Now, Paramount e chi più ne ha, più ne metta. Le piattaforme che popolano il panorama dello streaming sono ormai tantissime e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Mentre gli abbonamenti si moltiplicano e la competizione diventa sempre più spietata, i costi lievitano e la qualità si abbassa. Nel tentativo di incrementare i ricavi, i colossi dello streaming hanno deciso di ricorrere all’unico elemento di cui erano prive rispetto alla televisione: le pubblicità.

Un mondo affollato

Era il 22 ottobre 2015 quando Netflix è arrivato in Italia cambiando per sempre il modo di guardare la televisione. Offrire un’alternativa ai palinsesti tv, con film, serie tv e documentari ha dato un’ulteriore scelta ai fruitori che potevano da quel momento decidere cosa guardare,  accedendo a un catalogo on demand. Da quel giorno, la situazione è cambiata. Sono arrivati i concorrenti e lo scenario si è fatto più vivace, ma anche più complesso da dominare. Ad oggi, infatti, i servizi di streaming in Italia sono più di una dozzina.

Nulla a che vedere con le ben oltre 300 piattaforme presenti in America. Il mercato sembra essere ormai saturo e per gli abbonati emerge un problema crucialei costi. Se oggi un appassionato di serie tv volesse vedere anche solo quattro dei telefilm più gettonati – Stranger Things, The Morning Show, Game of thrones, Lord of rings – dovrebbe abbonarsi ad altrettanti servizi di streaming e pagare oltre 50 euro al mese.

Stress da abbonamenti

L’abbondanza, almeno all’inizio, ha rappresentato un elemento positivo in quanto la concorrenza ha spinto alla produzione di più titoli e di maggiore qualità. Ma l’entropia generata dalle centinaia di serie tv, film e documentari sparpagliati su altrettante piattaforme potrebbe aver sovvertito la situazione. Secondo una ricerca di Deloitte quasi il 70% dei consumatori televisivi si sente frustrato nel destreggiarsi tra più abbonamenti per accedere ai contenuti che desidera.

Si tratta della cosiddetta subscription fatigue, ovvero uno stress da abbonamenti: il 47% dei consumatori interpellati non è soddisfatto di dover pagare più streaming per vedere tutti gli show del momento, mentre il 57% lamenta la sparizione frequente di titoli che passano da una piattaforma all’altra. Proprio la volatilità dei cataloghi fa sì che ogni piattaforma punti sempre di più sulle proprie produzioni originali, che rimarranno per sempre sul catalogo, innescando però un sovraffollamento di titoli che si perdono nel mare magnum delle novità.

Il futuro dello streaming dipende dalle pubblicità?

Tutti i principali servizi di video e audio in streaming hanno aumentato il prezzo degli abbonamenti. L’effetto è che gli abbonati italiani pagheranno in media il 33% in più per i propri servizi di tv e musica online rispetto allo scorso anno. Nello scenario più ampio, ma più improbabile, un utente iscritto a tutte le piattaforme principali ogni mese arriverà a pagare 129 euro rispetto ai 93 di un anno fa.

Dietro a questi aumenti ci sarebbe un cambiamento netto dell’industria dei media. Il Financial Times ha definito questo nuovo scenario la fine dell’era dei servizi a basso costo. Al momento l’unica certezza sono i rincari. O, in alternativa, l’opzione di abbonamenti con la pubblicità per evitare esborsi troppo onerosi.

Netflix – fino a 17.99 euro/mese

Per Netflix la strategia della pubblicità sembra aver funzionato. Solo nell’ultimo trimestre del 2023, i nuovi abbonati al nuovo “Piano con pubblicità” sono stati 5,9 milioni in tutto il mondo.

L’introduzione di nuove restrizioni sulla condivisione delle password al di fuori del nucleo familiare ha segnato una svolta. I cosiddetti “utenti extra” sono stati obbligati a pagare 4,99 euro al mese in più, per continuare a usufruire dell’abbonamento a distanza. Inoltre, il “Piano Base”, da 7,99 euro al mese, è stato eliminato. Era l’unico a non aver subito precedenti aumenti e, come chiarisce un annuncio sul sito ufficiale di Netflix, non sarà più offerto ai nuovi iscritti.

Attualmente, i piani disponibili in Italia sono: il piano “Standard con Pubblicità” a 5,49 euro al mese, che offre qualità 1080p su un solo dispositivo senza possibilità di download. Il piano “Standard senza pubblicità” a 12,99 euro al mese, che permette la visione su due schermi contemporaneamente, con qualità 1080p e download disponibili. E infine il piano “Premium” a 17,99 euro al mese, che consente la visione su quattro schermi simultanei, in qualità 4K+HDR e con la migliore qualità audio e video.

Disney – fino a 11.99 euro/mese

Disney+ ha annunciato che a partire da giugno inizierà un test per individuare gli utenti che condividono l’abbonamento con amici e parenti al di fuori del proprio “nucleo familiare”, ovvero con persone che non risiedono nella stessa abitazione. Un approccio che segue quello adottato da Netflix, che ha introdotto una tariffa aggiuntiva per includere un “utente ospite” al proprio account. In modo simile, anche Disney+ introdurrà una possibilità di condivisione dell’abbonamento a un costo extra.

Dal primo novembre 2023, Disney+ ha anche adottato una strategia simile a quella di Netflix, modificando la propria offerta e introducendo contenuti con pubblicità. Ad oggi, i piani previsti sono tre. L’abbonamento Premium con un costo di 11,99 euro al mese, che offre qualità 4K, quattro accessi simultanei, audio Dolby Atmos e la possibilità di scaricare i contenuti. Il Piano Standard, ora a 89,90 euro annui o 8,99 euro mensili, offre due accessi simultanei, qualità FullHD e audio 5.1 e stereo. Ed infine il nuovo Piano con pubblicità a 5,99 euro al mese, che permette due accessi simultanei, qualità FullHD e audio 5.1 e stereo, ma senza la possibilità di scaricare i contenuti.

Amazon Prime Video – 49.99 euro/anno

Dal 9 aprile, Amazon ha iniziato a inserire annunci pubblicitari durante la visione dei contenuti sulla piattaforma Prime Video. Si tratta di una mossa che permette di monetizzare gli investimenti e di offrire un catalogo più competitivo. La produzione monstre di serie tv come “Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere“, ad esempio, supera il miliardo di dollari. Per questo, la vendita di spazi pubblicitari permetterà ad Amazon di continuare a investire in contenuti di qualità per un lungo periodo, come dichiarato dall’azienda.

Questa nuova politica è stata già implementata negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada e in Germania all’inizio del 2024 e ora è il turno di Italia, Francia, Spagna, Messico e Australia. Gli utenti che preferiscono guardare i contenuti di Prime Video senza interruzioni pubblicitarie potranno optare per una nuova opzione che esclude gli annunci, al costo aggiuntivo di 1,99 euro al mese. Questa informazione è stata confermata attraverso una email inviata a tutti gli iscritti al servizio, che si aggiunge al costo standard dell’abbonamento Prime di 49,99 euro all’anno o 4,99 euro al mese. Amazon ha inoltre specificato che il numero di annunci sarà significativamente inferiore rispetto a quello della televisione tradizionale e di altri servizi di streaming.

NOW – fino a 14.99€/mese

Now (prima Now TV) è la piattaforma di Sky. La piattaforma ha introdotto una versione con pubblicità che presenta alcune limitazioni, come il numero di dispositivi utilizzabili e la possibilità di streaming simultaneo. In alternativa, è disponibile una versione Premium che esclude la pubblicità nei contenuti on demand e offre maggiore flessibilità sull’uso dei dispositivi. I tre pacchetti disponibili, Entertainment, Cinema e Sport, hanno prezzi che partono da 8,99 euro al mese, con la possibilità di ottenere una tariffa ridotta a 6,99 euro al mese scegliendo un abbonamento annuale.

Apple tv e Paramount+: i più convenienti

Nel 2022, Apple Tv+ era passato da 4,99 a 6,99 euro al mese. Ora è aumentato ancora. Per sottoscrivere l’abbonamento servono 9,99 euro al mese. Mentre nel 2022 è arrivato in Italia anche Paramount+ che ha ancora il costo di 7,99 euro al mese.

La tv è roba da vecchi

I giovani d’oggi non guardano più la televisione. Lo conferma una ricerca inglese di Ofcom, secondo la quale, solo il 50% degli spettatori tra i 16 e i 24 anni guarda programmi in diretta. Così possono scegliere cosa, come e quando guardare. L’ascesa dello streaming ha  infatti stravolto l’industria dell’intrattenimento. Compreso il modo di fare televisione. Il suo modo unilaterale di trasmettere è stato superato, per questo le reti televisive tradizionali si sono dovute adattare, lanciando le proprie piattaforme di streaming per rimanere sempre connesse.

È il caso di RaiPlay, la piattaforma della tv di Stato che permette di rivedere online i contenuti in onda sulle reti nazionali. Si tratta di un servizio gratuito, o quasi. Se si considera il costo del canone, che gli spettatori pagano ogni anno alla Rai, si potrebbe dire, infatti, che anche questa piattaforma abbia un prezzo. Mediaset Infinity, invece, è la piattaforma “della tv generalista”. Anche qui si possono trovare, previa registrazione gratuita, una vasta gamma di contenuti che variano in base alla programmazione televisiva del momento. A differenza di Raiplay, però, è disponibile una versione a pagamento, “Infinity Plus”, che amplia ulteriormente l’offerta.

La tv è sui social

C’era un tempo in cui guardare un film, implicava la visione su un grande schermo. Oggi però non è più una condizione necessaria. Per i millenials, infatti, la tv è sui social. Non solo perché il cellulare è uno strumento versatile, ma anche perché sui social si producono flussi video personalizzati, con costi di produzione bassi o nulli. Tiktok, in particolare, è riuscito a fidelizzare sempre più utenti, tale da diventare un nuovo competitor nella lotta tra le piattaforme streaming. Non a caso, il social della Gen Z, consente ormai di pubblicare video lunghi fino a 10 minuti.

Tra i contenuti in circolazione, molti video riguardano proprio film e serie tv, che vengono registrate e diffuse sui social in piccole parti. Spesso questi contenuti vengono segnalati per violazione dei diritti di copyright, ma si tratta di una distribuzione così capillare da rendere il fenomeno molto difficile da combattere.

La pirateria

Non è un caso che nell’ultimo anno sia avvenuta una significativa inversione di tendenza. Se lo sbarco iniziale di Netflix aveva inferto un colpo ai siti di torrent e streaming illegali, la guerra tra le grandi piattaforme porta ora a nuove cifre in aumento. Ad esempio, chi sottoscrive un singolo abbonamento, ma è curioso di vedere una serie di un altro servizio, è tentato a ricorrere alla pirateria. Un nuovo studio di Sandvine, azienda canadese di applicazioni informatiche, mostra che dopo anni di declino, l’utilizzo di BitTorrent e la pirateria sono di nuovo in aumento. Il colpevole? Un aumento delle offerte che costringono gli abbonati a cercare tra una miriade di servizi di streaming per trovare effettivamente il contenuto che stanno cercando.

Il pezzotto

Quali sono le tecnologie alla base dello streaming illegale? Come si fa a guardare online partite o film che normalmente richiederebbero un abbonamento? La risposta si trova in un dispositivo chiamato “pezzotto”, un termine di origine napoletana che significa “contraffatto“. Si tratta di un decoder illegale che, una volta collegato al televisore, consente la visione non autorizzata di partite, film e serie TV. Questo apparecchio utilizza la tecnologia IPTV, che permette la trasmissione di programmi televisivi via streaming, bypassando quindi l’uso di antenne o satelliti.

Ma come riescono i pirati informatici a trasmettere contenuti come le partite della Serie A su internet? Di solito, vengono creati veri e propri centri operativi, con diversi decoder operativi 24 ore su 24, regolarmente abbonati ai canali di interesse. I criminali quindi acquistano legalmente l’accesso ai contenuti, ma poi li rivendono in modo illegale a un prezzo inferiore rispetto all’abbonamento originale, attraendo così migliaia di utenti.

Un bel danno economico

In Italia, il problema dello streaming pirata è particolarmente sentito nel mondo del calcio, con la Lega Serie A che riporta perdite annuali stimate intorno ai 350 milioni di euro a causa di questa pratica illegale. Ben 5 milioni di italiani, infatti, usano sistemi illegali che permettono la visione di tutti i contenuti Pay Per View, dalle partite di calcio fino a Netflix.

Per affrontare questa situazione, dal primo febbraio è stato introdotto il Privacy Shield, piattaforma attiva da Lecce-Fiorentina del 1 febbraio 2024, promossa dall’Agcom, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Questo strumento è capace non solo di bloccare in tempo reale i siti che trasmettono contenuti illegalmente, ma anche di identificare gli utenti di tali piattaforme attraverso gli indirizzi IP e altri dati di navigazione.

Approccio diverso, invece, quello di Dazn che dalla stagione 2024-2025 ricorrerà al pacchetto Try&Buy. Un sistema con cui sarà possibile trasmettere un massimo di 5 partite in chiaro per disincentivare la pirateria.

Hackerato l’anti-pezzotto

Questo sistema, già al centro di controversie per aver bloccato erroneamente indirizzi IP di siti legittimi, è ora coinvolto in un problema ben più serio: il furto e la diffusione online del suo codice sorgente. L’identità di chi sta dietro a questo gesto non è stata ancora scoperta, ma potrebbe trattarsi di una vendetta, proprio in risposta ai siti bloccati ingiustamente.

L’autore del leak, che si fa chiamare “Fuckpiracyshield“, sembra intenzionato a inviare un messaggio di protesta, denunciando Piracy Shield come uno strumento di censura piuttosto che un efficace baluardo contro la pirateria. Nel frattempo, l’Agcom ribadisce che chiunque faccia uso del pezzotto rischia fino a 5mila euro di multa. Mentre chi trasmette potrebbe essere condannato a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di oltre 15mila euro.

Cosimo Mazzotta

LAUREATO IN GIURISPRUDENZA ALL'UNIVERSITA' DEL SALENTO CON UN ANNO DI STUDI IN SPAGNA PER APPROFONDIRE LE TEMATICHE DI DIRITTO INTERNAZIONALE. MI INTERESSO DI CRONACA, POLITICA INTERNA E SPETTACOLO. MI PIACE IL DIALOGO IN OGNI SUA FORMA. SFOGO IL MIO SPIRITO CRITICO ATTRAVERSO LA PAROLA E IL DISEGNO.

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