Se il Regno Unito e l’Unione europea non si parlano più (parte seconda)

«Abbiamo molto più in comune di quanto ci divida». Erano queste le parole che la deputata britannica Jo Cox aveva pronunciato durante la campagna elettorale per il referendum del 23 giugno 2016 (vedi prima parte della nostra inchiesta). Si era spesa apertamente contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e per questo è stata uccisa dal nazionalista Thomas Mair, il 13 giugno 2016, poco prima che il popolo britannico venisse chiamato alle urne.

Davanti ai giudici l’uomo aveva poi esclamato: «Il mio nome è “morte ai traditori”, Gran Bretagna Libera!»

Libera dall’Europa? E cosa è stato tradito?

Secondo i deputati favorevoli alla Brexit il Regno Unito avrà opportunità economiche e politiche enormi una volta uscita dall’unione doganale e dall’orbita del mercato unico, per sviluppare relazioni commerciali con il resto del mondo.

Obiettivo per alcuni, illusione per altri, è che la Gran Bretagna si trasformi in Global Britain, cioè una entità dotata di una rete economica e militare che attraversa l’intero pianeta.

Ad essere sotto accusa sono gli aristocratici inglesi che hanno tradito la causa nazionale in nome dell’interesse oltremare. Se è vero che la Brexit ha trovato molto consenso nelle zone di campagna, nelle pieghe del populismo e nella paura dell’immigrazione e tra la gente con bassa scolarizzazione, ha avuto grande presa anche tra la classe mediaLe élite sono accusate di aver tradito  l’interesse nazionale in favore del tornaconto economico. Ecco il tradimentoMake Britain Great Again” è uno slogan carico di fascino perché ricorda con nostalgia la dimensione imperiale del Great Empire vittoriano. 

Perché la Brexit?

Il 62% degli scozzesi era contro l’uscita dall’Unione Europea, così come i nord irlandesi che per il 55% hanno votato per il Remain. Questo a dimostrazione del fatto che la Brexit sia espressione di un nazionalismo non britannico ma inglese. Nostalgia dell’impero? Anche. O forse nostalgia dell”idea di essere di nuovo al centro del mondo, ricalcando la grandezza che fu, egemoni di un quarto delle terre emerse, quando dominavano i mari e dettavano condizioni al resto del mondo.

Secondo alcuni commentatori non c’è da escludere che parte dell’antipatia britannica verso l’Ue abbia origini proprio dall’eredità della seconda guerra mondiale, soprattutto perché il Regno Unito vede il vecchio nemico (la Germania) sconfitto con fatica, ora al centro dell’Unione. Che siano passati 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale non deve illudere, certi processi e pregiudizi sono lenti da cambiare.

Gli scozzesi favorevoli alla scissione hanno raggiunto il 47%

Sono passati più di 300 anni da quando l’Inghilterra ratificò l’Atto di Unione (1707) per facilitare la sottomissione degli scozzesi al Regno, eppure oggi gli scozzesi, favorevoli alla scissione, sfiorano il 47%. E non hanno avuto molto più successo nell’integrazione degli irlandesi: l’Irlanda, ad esclusione dell’Ulster, si è dichiarata indipendente.

Ma l’Inghilterra non potrebbe rinunciare alla Scozia e all’Irlanda neanche se volesse. Ci tiene così tanto che le lega a sé con finanziamenti annuali: 1 miliardo alla Scozia e 11 miliardi all’Irlanda del Nord. La Brexit quindi sembra sia stata fatta, più che per limitare l’immigrazione, per compattare lo stesso Regno Unito. Ma il Leave anziché ricompattare sembra abbia messo in moto le forze centrifughe che tanto temeva, tanto che nel 2019 la Scozia ha detto di voler ritentare il referundum per la secessione, non volendo abbandonare l’Unione Europea.

Le velleità imperiali

Se si prende la Brexit e la si mette contro luce, si può scorgere tutto il proposito imperiale che si nasconde dietro questa scelta. Secondo i sostenitori del Leave, Westminster dovrebbe riscoprire il legame imperiale con i Paesi del Commonwealth, rilanciando il Regno Unito e ponendolo di nuovo al centro del sistema.

Quando venne creato il Commonwealth, infatti, venne presentato ai sudditi come naturale proseguimento dell’impero, non come un suo superamento.

L’aspirazione dell’Inghilterra è quella di poter contare sui legami con gli altri 53 Stati che fanno parte del Commonwealth. Questo punto di vista trova solido appoggio sia sulle élite che sui sudditi.

Non mancano personaggi straordinariamente legati alle colonie tra i brexiteers, come Arron Banks, grande finanziatore del partito Ukip, cresciuto in Sud Africa dove possiede miniere di ferro e zinco. Per non parlare di Robert Oxley, responsabile dei media per il comitato Leave.eu, che è originario dello Zimbawe.

Ma sull’importanza dell’impero britannico, della sua centralità e del suo protagonismo sono coinvolti tutti. Nelle scuole si insegna che gli inglesi (neppure britannici, definizione che consentirebbe di coinvolgere anche gli scozzesi) siano stati i veri vincitori della seconda guerra mondiale, non gli Alleati. In tutte aule dalle media fino ai licei c’è il Big Pink, il planisfero che indica in rosa l’impero britannico nel periodo vittoriano.

Il “Big Pink”, la mappa che si trova nelle scuole

Nuova Zelanda, Australia, Canada, per quanto ancora formalmente sudditi della regina, sono tutti rivolti a Washington, non a Londra. E guardano con sospetto quell’ex madrepatria che adesso ha velleità di rispolverare i vecchi legami. L’ex primo ministro australiano, Kevin Rudd, ha definito «una clamorosa buffonata» la reinvenzione della Greater Britain, «la più folle delle idee». I tempi sono cambiati le colonie si sono fatti Stati.

La propaganda

Il lungo viaggio della Brexit è entrato nel vivo con l’inizio della campagna elettorale. Diverse le organizzazioni elettorali che sono state create a sostegno dell’una o dell’altra causa, ma le due più rappresentative sono state sicuramente: Britain Stronger in Europe in favore del Remain e Vote Leave in favore, appunto, del Leave.

La campagna in sostegno della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, guidata dall’ex primo ministro David Cameron, artefice del referendum, è stata molto debole e non ha avuto gli effetti sperati.

La campagna elettorale dei sostenitori del Leave, guidata da Boris Johnson, attuale primo ministro britannico, e Nigel Farage, attuale leader del Brexit Party, è stata sicuramente più imponente, ma ha attirato anche tante polemiche.

Slogan e smentite

Un pullman rosso con una scritta che recitava: «We send the EU £350 million a week, let’s fund our NHS instead» ha viaggiato per tutto il periodo della campagna elettorale. Un cavallo di battaglia dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, che aveva fatto infuriare gli oppositori che affermavano si trattasse di un fake news.

Pullman rosso del “Vote Leave”

Effettivamente è stato lo stesso Nigel Farage, a voto concluso, a smentire quello slogan. L’ex leader dello Ukip ammise ai microfoni del programma tv Good Morning Britain: «Non posso garantire che tanto denaro andrà al servizio sanitario pubblico, è una cosa che mai sosterrei. Prometterlo è stato un errore». Durante l’intervista ha anche aggiunto: «Da spendere nel sistema sanitario, o nell’istruzione o in quello che sia, abbiamo una decina di milioni di sterline. Quello slogan non era mio».

Una campagna torbida

Ma la campagna a sostegno della Brexit si è svolta soprattutto online, dove sono stati diffusi messaggi che avevano l’intento di spingere coloro che navigavano sul web a votare in favore del Leave.

Da un’inchiesta condotta dalla giornalista inglese Carole Cadwalladr su Observer (edizione domenicale del Guardian) è emerso che «la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale e con questi soldi illegali il “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione», ha spiegato la giornalista britannica. Nel Regno Unito, infatti, ci sono delle leggi che fissano un tetto massimo al denaro spendibile in campagna elettorale.

Nello speech al Ted di Vancouver nel 2019, Cadwalladr mostra alcuni messaggi che sono apparsi sulle bacheche di Facebook di alcuni elettori. Uno di questi annunciava l’arrivo di 76 milioni di turchi nell’Unione Europea, sebbene non fosse in discussione l’entrata della Turchia nell’Ue. Messaggi come questo sono comparsi sul news feed di determinate persone, ritenute soggetti sensibili, perché ancora indecisi.

Questa vicenda si inserisce nello scandalo di Cambridge Analytica (in cui è coinvolto anche il colosso americano Facebook), emerso proprio grazie all’inchiesta di Carole Cadwalladr.

Considerando che lo scarto tra il Leave e il Remain è veramente piccolo (51,89% contro 48,11%), viene da chiedersi quanto questa macchina propagandistica, che non ha agito nel massimo della trasparenza, abbia influenzato l’elettorato e se, quindi, le cose sarebbero andate in maniera differente senza determinati “aiuti”.

“La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.”

CAROLE CADWALLADR

Le testate britanniche

Anche la stampa inglese ha giocato un ruolo importante durante il periodo pre-referendum. Molte le prime pagine che hanno aperto un acceso dibattito tra sostenitori dell’una o dell’altra causa.

Sulla prima pagina del Daily Mail, nel novembre del 2016, tre giudici della Corte Suprema, che sostenevano il diritto del Parlamento di esprimersi sul ricorso dell’articolo 50, sono stati definiti «nemici del popolo».

Prima pagina del Daily Mail del novembre 2016

Nel settembre del 2018, invece, sulla prima pagina del Sun, i leader europei sono stati etichettati come «luridi ratti». Nell’articolo, inoltre, si leggeva: «Non vediamo l’ora di liberarci dei mafiosi da quattro soldi che gestiscono l’Unione Europea».

Prima pagina del Sun del settembre 2018

Il Daily Telegraph, invece, nel novembre del 2017, ha pubblicato in prima pagina un articolo che denunciava, riportando nomi e foto, 15 deputati conservatori filo europei accusandoli di «ammutinamento», perché sostenevano quella che, un tempo era, in realtà, la linea politica di tutto il Partito Conservatore.

Prima pagina del Daily Telegraph del novembre del 2017
Federica Ulivieri

Nasce sulla costa Toscana e si laurea magistrale in Storia Contemporanea a Pisa. Vola nelle lande desolate dello Yorkshire, dove inizia a occuparsi di traduzione. Un inverno troppo rigido la fa tornare in Italia, un po' pentita di averla lasciata. Le piace scrivere di esteri, con una predilezione per l'Africa. Fa teatro da 15 anni, una passione che le permette di esprimersi e di coltivare l'altro settore di cui adora molto scrivere, quello della cultura.

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