In un momento segnato dalle tensioni e dalla guerra che coinvolge l’Iran, la testimonianza di chi mantiene un legame diretto con il Paese può offrire uno sguardo diverso dalle narrazioni ufficiali. Federico (il nome è di fantasia) è un giovane iraniano nato e cresciuto in Italia, ma con gran parte della famiglia ancora nella Repubblica Islamica. Dai suoi ricordi delle estati trascorse lì e dai racconti dei parenti emerge uno spaccato della realtà iraniana e di come viene vissuta oggi la situazione nel Paese.
Che legame ha la tua famiglia con l’Iran?
Prima che ci fosse la rivoluzione, nel 1978, mio padre è venuto in Italia per motivi di studio. Dopo c’è stato il rovesciamento dello Scià Mohammad Reza Pahlavi e si è insediato come guida l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Quindi c’è stato il cambio dalla monarchia alla Repubblica Islamica e da quel momento mio padre ha deciso di restare in Italia. Solo per sposare mia mamma è tornato in Iran, ma subito dopo entrambi sono tornati qui, dove siamo nati io e mio fratello.
Siete mai andati in Iran?
Noi abbiamo vissuto da sempre in Italia, siamo nati e cresciuti a Bolzano. Ma abbiamo trascorso una vita intera tra l’Italia e l’Iran perché quando eravamo piccoli ogni estate andavamo lì con i nostri genitori per due o tre mesi.
Gli altri tuoi parenti sono rimasti lì o sono venuti anche loro in Italia?
Mio papà non è più tornato dal cambio di regime, mentre tutti i miei familiari sono rimasti in Iran. Noi siamo gli unici che sono venuti in Italia in un momento in cui non c’erano tanti iraniani
Quali sono i tuoi ricordi dell’Iran?
Quando io andavo da piccolo in Iran mi ricordo che c’era la guida di Mahmud Ahmadinejad e il Paese era tutta un’altra storia. Le donne avevano pochi diritti, non potevano guidare le moto, non potevano togliersi in velo e c’erano regole molto severe. C’era una “polizia morale” che controllava le strade. Per esempio se avevi una fidanzata, non potevi abbracciarla o baciarla in pubblico perché era tutto molto nascosto. C’era un’altra mentalità perché all’epoca i fedeli del regime erano la maggioranza. Dal 2009 poi qualcosa è iniziato a cambiare quando ci furono le prime proteste di massa a causa di brogli elettorali per votare il presidente. Il regime da quegli anni ha iniziato a reprimere il dissenso.
In quegli anni avevi una percezione politica del Paese?
No, quando andavo in Iran ho sempre vissuto la realtà in maniera diversa perché ho sempre cercato di vedere i miei famigliari e di divertirmi con loro quando ero lì. Non ero concentrato sull’aspetto politico.

Com’è cambiato l’Iran da quando andavi in vacanza ad oggi?
Io sono andato per l’ultima volta nel 2016, poi sono tornato l’anno scorso e mi è sembrato di vivere in un altro Paese. In dieci anni l’Iran è completamente cambiato con le varie proteste che ci sono state e il cambio di mentalità. È partito tutto dal 2019 con le prime manifestazioni che sono scoppiate a causa dell’aumento dei prezzi del carburante.
Puoi farci qualche esempio?
Quando sono entrato nell’aeroporto di Teheran ho visto per la prima volta le donne senza velo. Poi uscendo donne che guidavano le moto. Proprio come se l’Iran si fosse occidentalizzata. Ho visto un cambiamento radicale all’interno di questa società e gente che proprio non la pensa più come un tempo.
Perché c’è stato questo cambiamento?
È dovuto molto ai social perché con l’avvento di Instagram, Facebook e Telegram, il popolo ha visto com’è l’Occidente e come sono i Paesi vicini, come la Turchia. Per questo un cambiamento c’è stato e c’è ancora. Basti anche pensare che più della metà della popolazione iraniana non ha vissuto la rivoluzione islamica. Quando sono arrivato in Iran ero scioccato e vedevo qualcosa che prima era inimmaginabile. Dopo tutti gli anni di proteste e di repressione, le autorità non si lamentano più, per esempio, per l’hijab perché sanno che potrebbero creare nuove manifestazioni e altri problemi.
Qual è il problema principale oggi?
Ad oggi ci sono due grandi problemi nell’Iran: la crisi economica e il supporto al regime. Oggi gran parte dei cittadini vivono al di sotto della soglia di povertà. Il ceto medio praticamente non esiste più e la crisi economica è evidente con le sanzioni. Per esempio un euro nostro vale 200 euro loro quasi, quindi le sanzioni hanno contribuito anche a creare questo profondo e crescente disinteresse verso il regime. E poi più dell’80% della popolazione non sostiene più la guida suprema.
Cosa ne pensano i tuoi nonni, che sono rimasti in Iran, del regime?
I miei nonni odiano il regime e più in generale la maggioranza degli iraniani odia il regime. Chi è fedele è perché lavora nell’ala militare, quindi sono nelle forze di polizia, hanno ruoli di governanti oppure sono radicali islamisti. Un tempo c’erano tanti fedeli, ma poi molte più persone hanno capito che il regime fa solo il suo interesse, reprime e non permette il diritto di parola.

Che informazioni ti sono arrivate delle repressioni avvenute a inizio anno?
A gennaio gli iraniani hanno avuto un black-out di due settimane e mezzo, come è in corso ora per la guerra. Questo ha fatto sì che in soli due giorni, da quelli che dico i numeri, uccidessero 50 mila persone: il regime dice 3000, ma sappiamo benissimo che non è il numero corretto ed è stato il massacro forse più grande della storia. Se lo confrontiamo con la guerra israelopalestinese, nel conflitto sono morti 72 mila persone in due anni di guerra. Il regime dice che sono tutti terroristi, ma sappiamo benissimo che non puoi dire che 50 mila persone sono terroristi, quindi chiaramente ha lasciato una crepa profonda.
Questa repressione ha cambiato qualcosa?
Ha cambiato per sempre la percezione del regime agli occhi dei cittadini iraniani. È una crepa che secondo me non si riaprirà e non si ricucirà mai. Ed è anche il fattore che adesso porta alla soddisfazione di questa guerra perché un conto è quello che vogliono gli iraniani e un altro è la propaganda che il regime ha creato.
Come gli iraniani percepiscono la guerra?
Io so che tutti gli iraniani sono contenti della guerra. Solo i fedeli al regime o quelli che vivono all’estero, ma che beneficiano del regime, non lo sono. Però posso dirti per certezza che la maggior parte gli iraniani sono favorevoli per disperazione: se iniziano a bombardare il tuo Paese tu scappi, ma se guardi ora Teheran la gente non è andata via. Anzi è rimasta perché è contenta.
E come vedono l’intervento di Trump?
Bisogna partire dalle repressioni a inizio anno. L’apparato del regime è talmente potente che in due giorni ha represso la manifestazione in maniera brutale, come non era mai successo prima. Israele e Stati Uniti hanno attaccato sotto la richiesta degli iraniani stessi perché hanno fin da subito chiesto a Trump di aiutarli. E l’aiuto è arrivato. Chiaramente io non sono a favore alla guerra perché è sempre distruzione e morte. Però a detta degli iraniani questo conflitto era necessario per vendicare ogni morte che l’uccisione di questo regime ha causato. La maggior parte degli iraniani è contento per quello che sta accadendo perché è l’unico modo per indebolire il regime. So che suona strano per gli occidentali, però gli occidentali non sanno com’è l’Iran, non hanno vissuto quello che è l’Iran.
Come agisce il regime?
Se prendiamo l’esempio della scuola di Minab sono morte 160 bambine a causa dei bombardamenti degli americani. Il regime è molto bravo a fare propaganda su questo, ma non racconta che a gennaio, durante i due giorni di repressione, avevano sparato a 700 bambini. Di questo non ne parla nessuno perché quello che fa comodo viene pubblicato, quello che non fa comodo non viene pubblicato. Questa è la propaganda.

Come il conflitto è passato nei media?
I media dicono che gli iraniani non volevano la guerra. Ma non è proprio vero: è una bugia che raccontano coloro che non vogliono la guerra. Trump è una persona instabile e imprevedibile, ma dire che è tutta colpa sua non è una inesattezza. Quando un popolo talmente disperato chiede agli Stati Uniti e agli israeliani di attaccare il proprio Paese è perché vogliono essere liberati.
Cosa serve in futuro per l’Iran?
Serve un cambio di regime. È l’unico modo. Gli iraniani hanno detto chiaramente chi vogliono. Poi, al di là di quello che dicono i media, l’unico modo per cambiare questo regime e per evitare che sia una guerra civile è che ritorno lo Scià. Milioni di persone per le strade, in tutta l’Iran, gridano il nome dello Scià chiedendogli di ritornare: vuol dire che la sua base è ampiamente cresciuta.
Lo Scià può avere seguito?
Queste proteste sono iniziate il 28 dicembre dell’anno scorso, ma il picco è venuto tra il 7 e l’8 di gennaio quando il figlio dello Scià ha detto alle persone di andare per strada. È stato lui a mobilitare le persone per strada. Prima uscivano sporadicamente in varie città, ma è stato lui a mobilitarle. E questo è un dato da considerare. Lui ha detto che vuole essere il leader transitorio, arrivare all’interno dell’Iran e aiutare a questa transizione con un referendum tra monarchia e repubblica.