VOLKSWAGEN IN CRISI PENSA ALL’ECONOMIA BELLICA

Secondo il Financial Times, la tedesca Volkswagen sarebbe in trattativa con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defense Systems per convertire parte del suo stabilimento di Osnabrück, in Germania, alla produzione di componenti militari. La scelta dell’azienda automobilistica deriva da un anno “nero” per il bilancio: l’utile netto dimezzato rispetto al 2025, margini di guadagno irrisori e costi di produzione in continuo aumento. Un terremoto industriale che non tocca solo Volkswagen, ma tutto il mercato automobilistico tedesco. La collaborazione con l’israeliana Rafael è una scelta puramente di sopravvivenza aziendale: convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione militare, permetterebbe di salvare 2300 dipendenti da un licenziamento assicurato per il 2027.

LA PRODUZIONE MILITARE

Il piano attuale di Volkswagen prevede un taglio di 50.000 posti di lavoro tra varie sedi, tra cui quella di Dresda che è già stata chiusa. Lo stabilimento di Osnabrück al momento si occupa di una produzione “di nicchia”, come la T-Roc Cabriolet, modelli che non garantiscono più i volumi sufficiente all’azienda per sopravvivere. L’idea è convertire la produzione di automobili con la produzione di componenti militari di supporto. Non testate missilistiche, ma componenti logistiche e strutturali per il sistema di difesa aerea israeliano Iron Dome, come lanciatori, veicoli di trasporto specializzati e generatori di potenza. La produzione potrebbe partire in 12-18 mesi, previo accordo con i sindacati. La scelta di Volkswagen sembra avere anche il benestare di Berlino, che ascrive l’iniziativa dell’azienda automobilistica nel quadro del rafforzamento della difesa europea.

Lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück
LE PREOCCUPAZIONI LOCALI

L’operazione ha destato dubbi tra i cittadini tedeschi e in particolare della zona di Osnabrück. Riecheggiano fantasmi dal passato. Volkswagen durante la Seconda Guerra Mondiale aveva già optato per una svolta produttiva verso l’industria bellica, producendo in favore del regime nazista. La preoccupazione dei residenti è trovarsi improvvisamente a vivere vicino ad un “polo bellico”, una possibile area sensibile ad attacchi esterni. Inoltre, i contratti attualmente in essere dei dipendenti prevedono una produzione strettamente “civile”, quindi il consenso dei dipendenti è uno snodo cruciale per l’avviamento dell’iniziativa.

Al momento, si aspettano conferme o dietrofront da parte dell’azienda tedesca, soprattutto dopo l’acceso dibattito aperto dall’opinione pubblica a riguardo. A queste, si aggiungono i pareri dei critici di diritto internazionale riguardo la fornitura di armamenti in zone di conflitto. Molti giuristi sostengono che fornire componenti per sistemi d’arma a un Paese coinvolto in conflitti urbani ad alta densità (come quello a Gaza) esponga l’azienda al rischio legale di complicità.

Carola Mariotti

Classe 1999. Sinologa. Mi piace parlare di Cina, più in generale di esteri. Sono sempre stata curiosa di ciò che succedeva nel mondo lontano a me, ma tenendo un occhio anche sulle cronache più vicine.

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