Toy story 5: l’estetica dell’invecchiamento nell’era del digitale

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Lo sceriffo che per anni ha animato la vita dei bambini è cambiato. La stoffa consumata, una chiazza bianca sulla testa e il panciotto che gli impedisce di stare perfettamente nei suoi abiti sono un chiaro ma inevitabile segnale dell’invecchiamento. È usurato. E ha scelto, una volta tanto, di dedicare un po’ di tempo per sé. Quando però viene chiamato dal suo gruppo di amici, non esita un istante e torna subito in loro soccorso.

Una nuova minaccia digitale

I vecchi svaghi dell’infanzia non sono più degli strumenti con cui crescere, ma rischiano di diventare pezzi di plastica da riciclare con un nuovo competitor molto più potente e indecifrabile. È Lilypad. Un tablet che entra improvvisamente nella vita di Bonnie – la loro padroncina – e che rischia di compromettere per sempre il loro legame. Ma soprattutto la vita sociale della piccola.

E così, il nuovo sequel Pixar propone uno scenario tutto sommato canonico per la saga dei giocattoli: c’è un ordine iniziale, uno status quo, intaccato da una minaccia improvvisa. O da un loop infinito.

Questa volta, però, l’attenzione si sposta radicalmente, perché passa dagli oggetti al loro proprietario, dalle marionette al burattinaio. È infatti Bonnie la vera protagonista dell’ultimo capitolo. Ed è proprio questo il tentativo più audace del cartoon, ma forse anche il suo punto più debole.

 L’apertura come leitmotiv del film

Nei sequel più riusciti il gancio era tutto nella prima sequenza: Toy story 2 iniziava sulla scia dello sci-fi moderno e di Guerre Stellari attraverso gli scontri tra Buzz Lightyear e Zurg. In quel caso le frontiere aliene introducevano brillantemente il tema del viaggio in uno spazio inesplorato, facendone il leitmotiv di tutto il film.

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Bonnie alle prese con Lilypad in una scena del film

Toy Story 3 – la grande fuga nasce invece col western. E da lì, raccontava una corsa forsennata verso un treno. I rimandi a Don Siegel si univano all’irruzione della modernità. Tra funghi atomici di scimmie rosse impazzite, un’astronave gigante con la forma di un salvadanaio (il porcello Hamm) e laser spaziali che sfidavano pistole e sceriffi.

Nel magma creativo della Pixar c’era quindi un’alchimia tra vecchio e nuovo che battezzava l’intera missione dei protagonisti. In sostanza, i generi erano un contenitore di archetipi narrativi che venivano omaggiati e allargati dai suoi creatori. Ma soprattutto c’era il cinema come veicolo della struttura narrativa e tematica.

Qui invece le cose cambiano: Toy Story 5 sembra infatti voler raccontare il contesto problematico e iperattivo in cui crescono le nuove generazioni. Lo fa, però, partendo da una tesi veicolata più per temi preconfezionati che per immagini e suggestioni visive.
Ora è la cowgirl Jessie a capo dell’operazione di salvataggio, ma non si serve solo dei suoi vecchi amici, perché ci sono anche gli antenati di Lilypad. Dei dinosauri digitali già rimpiazzati come rottami.

Replicanti ed evoluzione tecnologica

Non bastano allora i replicanti di Buzz introdotti all’inizio – dei robot molto più moderni dell’originale – per fare un manifesto sulla duplicazione compulsiva e sulla generazione di sistemi artificiali. L’orda di robot vaga senza sosta da un’isola deserta e finisce, quasi casualmente, per intrecciare la missione degli altri giocattoli. Ma il tema dei cloni era già stato esplorato nella saga proprio da quei creatori che sapevano – come pochi – guardare il mondo proiettandolo già nel futuro.

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Jessie e il suo cavallo (Bullseye) con la nuova squadra di giocattoli

Se Toy Story 5 parla della nostra epoca senza troppe innovazioni è perché i capitoli precedenti erano riusciti a farlo. E come tutti, anche le saghe invecchiano, non solo i personaggi che li abitano.

Federico Tondo

Nato a Lecce nel 2003. Mi piace scrivere di cinema. Curo il podcast cinematografico "Extra Butter". Sono cresciuto con Hitchcock, Kubrick, Billy Wilder e la Hollywood classica. Non faccio preferenze tra film di genere e film d'autore, né tra quelli popolari e di nicchia. Esistono solo film belli o meno belli. L'obiettivo: lavorare come critico.

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