Tuta e scarpe gialle con le bande nere, i capelli biondo platino, il volto inzuppato di sudore. E una katana che fa esplodere a fiotti il rosso del sangue.
Così Uma Thurman è entrata nell’olimpo del cinema. In Kill Bill veste i panni di Black Mamba, un patchwork incredibilmente riuscito che unisce Bruce Lee, i protagonisti del cinema di vendetta e la blaxploitation. Ma che aggiunge soprattutto la visionarietà della poetica tarantiniana. A oltre vent’anni dalla sua uscita Kill Bill The Whole Bloody Affair torna in sala fino al 10 giugno. Questa volta nella versione senza tagli da 241 minuti.
L’unione di più generi
Molti col tempo l’hanno sminuito. L’hanno fatto perché lo considerano un abile ladro d’immagini. Ma allora che cosa ha spinto il pubblico a (ri)vedere in massa un film di quasi cinque ore? Proviamo a capirlo.
Guardare un film di Tarantino è un po’ come essere immersi in un magma di generi e culture che si fondono. Come un artigiano che prende la materia originale e la trasforma. La fa a pezzi. L’autore mischia pop e pulp frullandoli in un concentrato d’azione senza pari. In questo modo, quel ritmo elettrico e percussivo si lega ai tempi dilatati dei western di Sergio Leone, alle musiche epiche di Morricone e a quelle spirituali di matrice orientale. Si contrae nella prima parte e si dilata nella seconda, ci avvolge vertiginosamente negli scontri d’arti marziali e si posa dolcemente sulla filosofia di Superman nel finale.

È sfacciatamente e inevitabilmente violento ma intimo e profondo quando racconta le storture biografiche dei suoi personaggi. E ancora, fonde colori che schizzano e sgorgano dallo schermo col bianco e nero che agisce per sottrazione e contrasti in stile noir.
Più di un semplice film di vendetta
Anche i cliché dei film di vendetta ci sono tutti: i cinque killer professionisti del clan Deadly Viper hanno assassinato gli invitati al matrimonio di Beatrix Kiddo (Uma Thurman). Lei però è sopravvissuta. Quando si risveglia – dopo quattro anni di coma – si mette sulle tracce dei suoi ex colleghi per annientarli a uno a uno. Il mandante del massacro è Bill, suo ex fidanzato.
Pensare però che Kill Bill sia un semplice film di vendetta non è corretto. È infatti molto di più, perché usa una contaminazione narrativa che vive nelle zone d’ombra di generi apparentemente differenti. Piega, rilegge e trasforma i canoni per inventarne nuovi. Lega alle rutilanti sequenze d’azione inserti d’animazione ispirati all’estetica degli anime come una piccola cornice narrativa che funziona a matrioska e che salta avanti e indietro nel tempo. Le sequenze animate si fondono perfettamente con quelle in live action a legare passato e presente, epos e pathos.
La contemporaneità di Tarantino
E così, mentre rimbomba la colonna sonora meticcia tra flamenco, disco-funk e blues-rock di Don’t Let Me Be Misunderstood, si consuma uno scontro all’ultimo sangue nel giardino innevato di un locale giapponese. Sullo sfondo, un tubo di bambù scandisce il tempo sui combattenti che danzano al passo del samurai. È proprio in questa fusione di generi e culture che abita la forza del film: che accosta l’alto col basso, momenti comici e grotteschi con altri shakespeariani e tragici.

Tra primissimi piani, zoom sul dettaglio, movimenti vorticosi della macchina da presa e coreografie pittoriche, Tarantino ci regala un’opera che si sfilaccia e si ricompone con i brandelli del cinema orientale, dell’horror splatter, dell’epica degli spaghetti western e del cinema di genere.
Rallenta e accelera senza soluzione di continuità, rimbalza da un mondo all’altro e ci immerge in un universo in cui tutto è concesso, perché sfrutta quei presupposti magici che solo gli artisti riescono a creare.
E se fosse proprio questa capacità di inventare nuovi linguaggi a partire dal materiale già noto che ha reso il cinema di Tarantino eternamente contemporaneo e, forse, indifferente al tempo?