Il caso 137: il proiettile che affossa il sistema nel film di Dominik Moll

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Il paradosso. È questo il tema principale del brillante ritratto che Dominik Moll fa del suo film. Complesso, rigoroso, realistico. E allo stesso tempo disorientante, farsesco, labirintico.
Parigi, 8 dicembre 2018. Tra le fila dei gilet gialli c’è un ragazzo che partecipa alla manifestazione e si trova sfortunatamente coinvolto in una sparatoria della polizia. Viene colpito, gli è esploso un proiettile di gomma sulla scatola cranica. Si chiama Guillaume Girard, era lì in difesa dei servizi pubblici ed è protagonista involontario dello scontro. La madre del ragazzo sporge denuncia all’IGPN (la polizia della polizia francese) e il dossier viene affidato a Stéphanie Bertrand (Léa Drucker) – che incarna una folgorante espressione del dubbio etico e morale – a cui spetta di ricostruire la dinamica dell’evento.

la logica contraddittoria del potere

Il regista parte da un assunto cruento e lo sviluppa nelle stanze fredde e asettiche del potere: Moll decompone la narrazione prima con immagini quasi documentaristiche e poi la analizza attraverso registrazioni, testimonianze e indagini a posteriori. Sono i pixel sgranati degli schermi a ricomporre un puzzle giudiziario che sembra non avere via d’uscita. Come tutti i film più riusciti del filone investigativo, anche questo presenta un numero nel titolo, un segno di classificazione inumano che sostituisce emozioni, sentimenti e giudizi. La dinamica è simile al magnetico Giurato numero 2 di Clint Eastwood e al capostipite del genere 12 Angry men di Sidney Lumet, come se a indagare e ad essere inquisiti ci fossero delle entità astratte.

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Stéphane (Léa Drucker) insieme al collega Benoit (Jonathan Turnbull)

Il caso 137 è un film senza tesi preconfezionata, vive della tensione tra le parole e le registrazioni. Tra il detto e il non detto. Tra il dovere deontologico e l’istinto umanitario. Pone dubbi, domande, perplessità irrisolte. Ma soprattutto scava in profondità nella logica contraddittoria del potere. Stéphanie, che per lavoro controlla i controllori – incluso il suo ex marito – deve fronteggiare una serie di obiezioni a cui è difficile rispondere.

Perché i cittadini odiano la polizia? (è questa la domanda che le sottopone suo figlio). I colleghi invece, nutrono un livore quasi cieco per lei. Nonostante tutto, cerca delle prove per fare luce sul caso. Le trova. Studia attentamente i video, ne fa una ricostruzione dettagliata. Viviseziona anche le camere d’hotel adiacenti e inchioda i testimoni più remissivi, ma quando parla con gli agenti le dichiarazioni sono frammentate e inverosimili. Addirittura grottesche. Quanto più si avvicina a definire la dinamica degli eventi tanto più difficile è trovare un colpevole davanti alla legge.  

Il numero come spersonalizzazione dell’individuo

A guardare il dramma di Guillaume si finisce per essere indignati. Ma non solo. Delle volte si sorride a denti stretti per l’incredulità di ciò che sentiamo, delle altre inorridiamo per la violenza gratuita che scorre sullo schermo, in altri casi ancora si ha la sensazione di essere irrisi dalla giustizia. Poi scopriamo che la vicenda è solo uno dei tanti ingranaggi della macchina legislativa.

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La testimone dell’aggressione Alicia (Guslagie Malanda)

La drammaticità degli eventi non riguarda solo Guillaume. Per il sistema giudiziario è solo uno dei tanti. E come i tanti viene trattato. Non come cittadino che ha perso tutto: l’istruzione, la memoria, il lavoro e le capacità cognitive, ma come uno slogan da combattere o un’idea da delegittimare. Per la politica non ha valore, la sua immagine è stata calpestata dal cinismo dello Stato. Ha perso anche il nome all’inizio delle indagini. Ora è solo il dossier 137.

Federico Tondo

Nato a Lecce nel 2003. Mi piace scrivere di cinema. Curo il podcast cinematografico "Extra Butter". Sono cresciuto con Hitchcock, Kubrick, Billy Wilder e la Hollywood classica. Non faccio preferenze tra film di genere e film d'autore, né tra quelli popolari e di nicchia. Esistono solo film belli o meno belli. L'obiettivo: lavorare come critico.

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