Il design di Facebook e Instagram è stato progettato «in modo da creare dipendenza». È quanto sostiene l’inchiesta condotta dalla Commissione Europea, che contesta a Meta la violazione della legge sui servizi digitali, il cosiddetto Digital Services Act, approvato nel 2022.
Quello dei due social network principali dell’azienda fondata da Mark Zuckerberg non sarebbe un problema di abuso: la stessa struttura spingerebbe naturalmente l’utente a farsi assorbire dagli algoritmi. Se queste conclusioni saranno confermate, la multinazionale dovrà pagare una multa di oltre 10 miliardi di euro.
La dipendenza dai social
Gli ultimi risultati sono parte di una lunga indagine avviata da Bruxelles nel maggio 2024, con diversi elementi critici attribuiti al colosso. Il tema, in questo caso, è la compromissione del benessere fisico e mentale degli utenti, con una particolare attenzione verso minori e adulti vulnerabili.
I fattori incriminati? Lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione. Meccanismi che, secondo la Commissione, favorirebbero un uso compulsivo e poco consapevole dei social, portando il cervello a lavorare in «modalità pilota automatico», con il conseguente sviluppo di abitudini e comportamenti malsani. La dipendenza sarebbe paragonabile a quella per le droghe pesanti, soprattutto per quanto riguarda i più giovani.
I meccanismi incriminati
Ogni fattore incriminato ha i suoi specifici rischi. Lo scroll infinito ci spinge a rimanere ore e ore incollati al telefonino. Basta un semplice gesto con il dito e i video social si susseguono uno dopo l’altro: un’operazione senza fine, che potrebbe durare potenzialmente per sempre. A questo è collegato l’autoplay: i video partono da soli, senza la necessità di cliccare alcun tasto.

Le notifiche push, riguardanti messaggi o commenti, si presentano direttamente sul nostro schermo: una strategia per riportarci nelle braccia degli algoritmi nel momento in cui ne siamo usciti. I sistemi di raccomandazione, alla base della struttura delle piattaforme, puntano a suggerirci video da vedere, esponendoci a nuovi stimoli, secondo i nostri gusti o le nostre ultime ricerche: più sono studiati bene, più gli utenti accumuleranno tempo scorrendo la pagina.
Le altre accuse
Fra le accuse rivolte a Meta, c’è anche quella relativa agli effetti del “rabbit hole”: un algoritmo propone ai giovani contenuti negativi, strani e violenti, comprese immagini irrealistiche e create con l’intelligenza artificiale. La Commissione sostiene anche che l’azienda non avrebbe fatto abbastanza per limitare le ore trascorse dai minori sui social durante la notte.
Infatti, le misure adottate dall’azienda, come quelle per la gestione del tempo, sarebbero, secondo l’Ue, facilmente aggirabili, non producendo una riduzione significativa di permanenza. Gli stessi controlli parentali risulterebbero efficaci solo qualora genitori e tutori fossero in possesso delle adeguate competenze tecniche per dedicarsi alla configurazione. Infine, l’azienda avrebbe violato la legge non impedendo l’utilizzo dei due social ai bambini sotto i 13 anni.
E adesso?
Al momento, l’esecutivo Ue si è espresso solo in via preliminare. Se dovesse avere ragione, però, Meta rischierebbe un’ammenda fino al 6% del fatturato annuo mondiale: una cifra che supererebbe i 10 miliardi di dollari. Il colosso tecnologico potrà intanto esaminare le prove raccolte da Bruxelles nel fascicolo d’indagine e presentare la propria difesa.
«Non concordiamo con questi risultati preliminari, che non tengono adeguatamente conto delle misure significative adottate per proteggere gli adolescenti» fa sapere un portavoce dell’azienda. Solo qualche mese fa, due processi negli Stati Uniti avevano portato a una condanna di Meta e Google, ritenute colpevoli proprio di aver causato dipendenza e gravi danni psicologici agli utenti: la sanzione stabilita da un tribunale del New Mexico ammontava a 375 milioni di dollari.