BRACCIANTI BRUCIATI VIVI. IL SOPRAVVISSUTO: «MAFIOSI PAKISTANI, NON VOLEVANO PAGARCI»

Morti trasformandosi in torce umane. La loro colpa? Aver chiesto di essere pagati per il lavoro svolto. Avevano tra i 19 e i 29 anni, arrivati in Italia alla ricerca di un futuro dignitoso per la loro famiglia. «Non ci pagavano. Ci siamo ribellati e ci hanno puniti».

È Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano – l’unico sopravvissuto della strage di braccianti avvenuta lo scorso 1 giugno in un’area di servizio di Amendolara – a fornire un possibile movente.

La Questura di Cosenza ha fermato due pachistani di 31 anni. A inchiodarli i filmati delle videocamere che hanno documentato l’eccidio: avrebbero chiuso i cinque braccianti nel minivan, li avrebbero cosparsi di benzina e poi appiccato il fuoco con un accendino.

PER LA STRAGE DI AMENDOLARA INDAGA LA QUESTURA DI COSENZA. FERMATI DUE PAKISTANI

«È mafia, mafia… Sono dei mafiosi paKistani». Ripete in modo ossessivo Mohammad Taj Alamyar, accusando senza esitazione i suoi aguzzini. È l’unico sopravvissuto alla strage di braccianti avvenuta nell’area di servizio sulla statale 106 Jonica nella giornata di lunedì 1 giugno. Si è salvato riuscendo a fuggire dal cofano del minivan.

Sulla strage di migranti – che ha già riacceso la questione caporalato agricolo – indaga la questura di Cosenza. Due persone di nazionalità pakistana sono state fermate con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. Sono ritenuti i responsabili dell’eccidio, come documentato dalle telecamere dell’area di servizio scelta per la strage che hanno ripreso i volti oltre che i movimenti compiuti per impedire l’uscita dei braccianti dal veicolo.

I volti dei quattro braccianti rimasti uccisi nella strage di Amendolara: Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Waseem Khan.
I volti dei quattro braccianti rimasti uccisi nella strage di Amendolara: Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Waseem Khan.

Quattro i morti, bruciati vivi. Tre afghani e un pachistano, tutti arrivati in Italia alla ricerca di un lavoro che consentisse di mandare soldi alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi di 19, Safi Iayjad di 27 e del 29enne pachistano Waseem Khan.

Ad attenderli, in Calabria, non l’ndrangheta bensì altri migranti, trasformatisi in caporali. «Loro hanno ucciso quattro miei amici – continua il superstite -, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti».

Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto alla strage di braccianti
Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto alla strage di braccianti. «Ci siamo ribellati e ci hanno puniti».

Mohammad Taj condivideva un appartamento a Villapiana con i quattro amici morti e altre persone. Fino a lunedì mattina erano in dieci nell’alloggio messo a disposizione dagli stessi caporali in quel paese a circa 25 km da Amendolara, in provincia di Cosenza. Ogni mattina i braccianti partivano per lavorare nelle campagne della zona: raccolta di fragole in un’azienda agricola di Scansano Ionico. L’incarico dal 20 aprile: i primi giorni pagati in nero, l’accordo era per 45 euro giornalieri «ma da quando avevano iniziato quel lavoro non ci avevano dato neanche mai un euro» spiega il testimone.

«NON CI PAGAVANO DA OLTRE UN MESE E NOI CI ERAVAMO RIBELLATI». LE PAROLE DELL’UNICO SOPRAVVISSUTO

«Alla fine ci davano la casa ma niente paga. Pretendevano anche 5 euro al giorno per il viaggio fino al lavoro». Una condizione di sfruttamento alla quale i cinque migranti si erano ribellati. «C’era stata una prima lite la mattina, poi la discussione è proseguita mentre rientravamo. Loro si sono fermati al distributore di proposito per farcela pagare. Per darci una lezione».

Su braccia e mani, le fasciature nascondono ferite e ustioni. Mohammad Taj ha la voce rotta, che tradisce un misto di commozione e rabbia, mentre ai microfoni di Tgr Rai Calabria ripercorre gli attimi d’inferno vissuti nel tentativo di salvarsi da morte certa. «Quando le fiamme e il fumo hanno riempito l’abitacolo ho cominciato a non respirare più, mi sentivo mancare. Ho capito che dovevo provare a uscire. Ho preso a martellare forte col gomito sul vetro. Poi ho visto che c’era il portellone posteriore aperto. Mi sono fatto largo fino a quando non sono riuscito a uscire dall’auto e scappare».

Mohammad Taj è anche l’unico testimone oculare della tragedia. Le telecamere dell’area di servizio hanno documentato la strage, mostrando anche due caporali intenti a bloccare le portiere dall’esterno mentre appiccano il fuoco al veicolo.

IL POSSIBILE MOVENTE

Dalle immagini del sistema di videosorveglianza si vedono due uomini muoversi intorno al minivan con il portellone posteriore aperto. Uno è posizionato sul retro del veicolo, l’altro fa forza con le braccia sulle portiere. Si danno il cambio, e all’improvviso una fiammata li fa fuggire a piedi.

«A un certo punto uno di loro è sceso dall’auto, ha preso la pistola del distributore e ha buttato la benzina dentro l’auto» prosegue il racconto del superstite. La sua ricostruzione coincide con quanto documentato dalla videosorveglianza. «Poi da un lato hanno rotto la maniglia dello sportello, mentre dall’altro lato hanno tenuto bloccata la portiera. Quindi hanno aperto il portellone posteriore e hanno buttato dentro l’accendino».

Tra chi conosce la logica dei gesti che sottende la struttura dello sfruttamento del lavoro dei migranti in Calabria, per la tragedia di Amendolara già si parla di “omicidio a stampo mafioso”. «Per dare un segnale e imporre la propria legge. Come dire. “Qui comandiamo noi e si fa secondo le nostre regole”».  

IL RUOLO DEL CAPORALATO NELLA FILIERA AGRICOLA

Non un fenomeno isolato, il caporalato, che non coinvolge solo la filiera agricola ma che in questa trova maggiore radicamento. Gli esperti parlano di ‘lavoro grigio’ per indicare lavoratori assunti con contratto ma costretti poi a turni più lunghi del dichiarato, pagati secondo logiche affini al cottimo e con un numero di giornate svolte ben superiore rispetto a quelle dichiarate.

Una sindacalista Flai Cgil intervistata dal Corriere della Sera, spiega il ruolo del caporale all’interno della filiera, agevolato dalla barriera linguistica del migrante. «Ci sono le aziende che pagano direttamente i lavoratori e quelle che pagano i caporali che poi pagano i braccianti».

Il caporale offre il pacchetto completo: reperisce manodopera, porta i braccianti nei campi, procura l’alloggio, fornisce i pasti. Tutti servizi che si fa pagare decurtandoli dalla busta paga dei braccianti. Il guadagno è sull’intermediazione.

I dati della Flai Cgil Calabria riordinano ulteriormente il disegno: per un guadagno giornaliero che varia tra i 15 e i 50 euro, il bracciante si vede decurtare 100/150 euro al mese per un materasso poggiato a terra in un casolare agricolo fatiscente, alloggio gestito direttamente dal caporale e che è essenziale per ottenere il permesso di soggiorno.

In una regione come la Calabria, territorio dell’ndrangheta, la filiera coinvolge altri attori: le ‘ndrine, l’onnipresente criminalità organizzata, che selezionano i caporali. Dall’altra parte ci sono associazioni e sindacati, che riescono ad avvicinare i braccianti nei campi, nelle mense Caritas, vicino ai supermercati dove fanno la spesa o all’uscita della moschea.   

IL RAPPORTO AGROMAFIA E CAPORALATO, «IN CALABRIA 12 MILA LAVORATORI AGRICOLI IRREGOLARI»

«Secondo i dati elaborati, nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di un contingente compreso tra 11.000 e 12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. Un fenomeno – chiarisce il Rapporto Agromafia e caporalatoredatto dal Consiglio nazionale delle ricerche – particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali, differenziato a seconda dei territori, che in provincia di Cosenza interessa soprattutto i territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce, e strettamente connesso alla presenza e alle forme di mobilità della manodopera straniera, proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali».

All’interno di questo bacino di lavoratori rientrano situazioni di vario genere. Lavoro grigio, lavoro nero, forme di occupazione regolari ma con condizioni di lavoro informali, sfruttamento estremo…

Il Rapporto, redatto dai ricercatori Giovanni Ferrarese, Donato di Sanzo e Francesco Carchedi, parla di «un sistema complesso e articolato che interessa segmenti sempre più estesi delle filiere agricole calabresi e, più in generale, dell’intero comparto agricolo nazionale. Un sistema che continua a reggersi anche su consolidati meccanismi di intermediazione illecita della manodopera».

In tale sistema, la violenza è sistematica e nelle sue molteplici forme, viene inscritta nella figura del caporale. Il caporale, prendendo la propria origine dal campo militare, inquadra senza equivoci il rapporto che si va a instaurare tra questa figura e il bracciante. «Non una normale relazione lavorativa, bensì come un rapporto di potere e subordinazione, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, il ricorso alla minaccia e alla violenza. La violenza interviene – proseguono i ricecatori – quando gli altri strumenti di coercizione (dal ricatto legato alla condizione giuridica del lavoratore fino alla vulnerabilità occupazionale) non risultano sufficienti a garantire il mantenimento dell’ordine e del funzionamento del sistema di sfruttamento».

Martina Carioni

Nata nelle campagne cremasche, dopo un percorso di studi tra comunicazione e marketing, inciampo nel giornalismo. Attenzione verso il territorio e la sua componente sociale sono temi che accompagnano le mie giornate. Scrivo di politica interna e criminalità organizzata.

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