Accesso alle cure per vaccinati e non vaccinati: modelli sanitari a confronto

Le disuguaglianze socio-economiche influenzano l’accesso alla vaccinazione

L’esitazione vaccinale è una questione sociale: è questa la teoria portante del gruppo che sostiene l’importanza di erogare trattamenti sanitari anche ai cittadini non vaccinati, di cui si è fatta portavoce Gabriella Siciliano. Negli Stati Uniti, dove il dibattito è molto attuale, data la natura non universalistica del sistema sanitario, la maggior parte delle persone che sceglie di non vaccinarsi non lo fa per volontà, bensì per mancanza di possibilità.

Considerando il tasso di vulnerabilità sociale, – inserito all’interno del Rapporto settimanale sulla morbilità e mortalità del Centers for disease control and prevention, U. S. Department of health & human services, del 28 maggio 2021 – alla base della resistenza alla campagna vaccinale ci sarebbero indicatori come lo status socio-economico dei cittadini, il loro livello di istruzione, il digital divide, l’etnia, la religione e la residenza. All’aumentare dell’indice di vulnerabilità, cresce anche il numero di restii alla vaccinazione.

USA: dove l’assistenza sanitaria non è universale

Tra i cittadini americani con minore possibilità economica, e quindi più spesso sprovvisti di assicurazione sanitaria, il numero di non vaccinati aumenta. Come descritto da Giulia Zamponi, tra i vaccinati il numero di soggetti che non possiedono un’assicurazione medica è pari al 12%. Percentuale che raddoppia per i soggetti non vaccinati, raggiungendo il 24%.

63,6% è la percentuale della popolazione con vaccinazione completa negli Usa
Comunità religiose a confronto

Una netta differenza nel tasso di vaccinazione è osservabile, inoltre, confrontando la comunità di religione protestante con quella di religione cristiana. Secondo i dati raccolti da Stefano Gigliotti, infatti, circa un terzo dei protestanti non sarebbe vaccinato. Un dato considerevolmente più alto rispetto al 20% dei cittadini di religione cristiana. A dimostrazione di come la religione possa influenzare la scelta di vaccinarsi o meno.

L’appartenenza etnica

Altro indicatore rilevante è quello dell’etnia, sottolineato da Carlotta Bocchi: solo il 7% dei cittadini neri e l’8% degli ispanici sono vaccinati, nonostante siano rispettivamente il 13% e il 18% del totale della popolazione statunitense. Un dato che evidenzia come l’appartenenza etnica abbia influenzato l’andamento della campagna vaccinale, esacerbando ulteriormente le disuguaglianze nel Paese.

L’importanza di tutelare i lavoratori

Un tema, quello delle disuguaglianze, descritto anche dai dati raccolti da Leonardo Rossetti. Cittadini neri e ispanici fanno parte delle etnie più occupate – circa il 30% – nei lavori essenziali. Magazzinieri, camionisti, dipendenti del servizio postale: sono tutte posizioni lavorative per le quali è molto complicato mantenere il distanziamento sociale, ottenere dei periodi di malattia e per le quali è impossibile organizzare modalità di telelavoro. A fare i lavori più rischiosi, quindi, sono le fasce della popolazione meno vaccinate.

Più vaccinati tra i laureati

Anche la mancanza di istruzione va di pari passo con lo scetticismo vaccinale. Come illustrato da Claudia Franchini, il 76% dei cittadini statunitensi in possesso di almeno un Bachelor’s degree – il titolo universitario più diffuso negli USA – ha ricevuto il vaccino, lo sta per ricevere o ha comunque intenzione di farlo.

Persone in coda per ricevere il vaccino al Jacob K. Javits Convention Center di Manhattan
Le responsabilità della politica

Un ulteriore tema dibattuto è stato quello del ruolo della politica nel condizionare le scelte di vaccinazione della popolazione. I numeri presentati da Elisa Campisi descrivono come le opinioni dei politici abbiano contribuito a radicalizzare il dibattito attorno alla gestione della pandemia di Covid-19, influenzando i dati dei contagi e delle vaccinazioni. In alcuni Stati, per esempio, la percentuale di vaccinazione ha seguito di pari passo i risultati elettorali delle Elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del 2020: in Vermont, dove Joe Biden ha registrato il 66% delle preferenze, il tasso di vaccinazione ha raggiunto il 66%. Al contrario in uno stato conquistato da Donald Trump, come l’Oklahoma, la percentuale di non vaccinati si avvicina al 65% di voti raggiunto dal candidato repubblicano.

Il rischio per chi non si vaccina

La scelta di non vaccinarsi, come riporta Oscar Maresca, ha conseguenze molto gravi: i non vaccinati, infatti, avrebbero 14 volte in più la probabilità di morire per complicanze dovute al contagio. Nonostante il rischio e la gratuità del vaccino, secondo Andrea Dell’Oro, il 17% degli adulti statunitensi over 18 non si è ancora convinto a ricevere la prima dose.

In Italia

Nonostante le restrizioni per chi ha deciso di non vaccinarsi, nel nostro Paese sono 4,6 milioni gli over 12 che non hanno ricevuto il vaccino, come riporta Francesca Boldo. Oltre alle restrizioni nella vita di tutti i giorni, i non vaccinati andrebbero incontro a rischi ben peggiori: «I dati dell’Istituto superiore di sanità mostrano che il rischio di finire in terapia intensiva è di 39 volte maggiore per chi non si vaccina rispetto a chi ha ricevuto la terza dose», spiega Gabriele Lussu.

Manifestazione contro i vaccini, Italia 2021
Impatto economico e sanitario 

L’impatto della scelta dei cittadini non vaccinati sul sistema sanitario non è trascurabile: i pazienti in terapia intensiva per Covid che non hanno ricevuto il vaccino sono 7 su 10, e la mancanza di posti in terapia intensiva ha portato alla riduzione dal 50% all’80% degli interventi chirurgici, come riporta Valeriano Musiu. Secondo Pasquale Febbraro, inoltre, le cure per coloro che non sono vaccinati inciderebbero anche economicamente, dato che l’incremento tariffario massimo per un ciclo ospedaliero per un malato di Covid ammonterebbe a 3.713 euro e 9.697 euro se il ricovero è transitato in terapia intensiva.

 

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