Coronavirus, la culla del tessile ora produce mascherine

Amarezza e preoccupazione. A Prato, migliaia di imprese hanno dovuto abbassare la saracinesca. Nella culla di filati e tessuti, sono oltre 19 mila i dipendenti impiegati nel settore tessile. Ma dopo il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo, solo il 12% degli addetti può ancora andare a lavoro. A renderlo noto è un comunicato pubblicato da Confindustria Toscana Nord.

«Finché non ci sarà un nullaosta definitivo e preciso da parte delle autorità sanitarie non sarà possibile mettere mano a una graduale apertura delle nostre aziende  dichiara a MasterX il sindaco di Prato Matteo Biffoni Adesso servono sostegni alle imprese quindi liquidità pronta per pagare fornitori e dipendenti e un accesso al credito molto facile, ma sostegni anche dal punto di vista indiretto come il congelamento dell’IVA».

Eppure, nonostante il clima di incertezza, alcuni imprenditori pratesi hanno deciso di convertire la loro produzione. Obiettivo: aiutare il sistema sanitario nazionale, contribuendo all’approvvigionamento dei materiali utili negli ospedali. Così da fabbricare vestiti, molti operai si sono ritrovati a lavorare le fibre tessili per realizzare mascherine chirurgiche.

La fase del taglio dei rotoli di tessuto non tessuto

Come Alido Bennati, proprietario insieme ad Anna Lascialfari della Machattie srl, una piccola ditta di abbigliamento situata nella zona Soccorso, a Prato. I loro macchinari girano ininterrottamente da 37 anni. Ma con l’arrivo della pandemia, il lavoro ha iniziato a scarseggiare. Risultato: ordini bloccati e pagamenti insoluti. «I nostri clienti lombardi, così come quelli stranieri, hanno chiuso subito i negozi e noi non potevamo più consegnare la merce – spiega il titolare a MasterX –.Il 90% di loro non ha la possibilità di pagare. Se questo mese riusciamo a non rimanere scoperti con le banche è un miracolo».

La merce invenduta della Machattie si trova ancora in deposito. I proprietari sperano che i clienti la potranno ritirare non appena conclusa l’emergenza. «Eravamo già pronti a richiedere la cassa integrazione, poi abbiamo iniziato a fare mascherine da casa visto che non si trovavano più », aggiunge Bennati. Un rapido passaparola tra amici e collaboratori ha fatto sì che la posta elettronica dell’azienda si riempisse di richieste. In poco più di due giorni, quasi 600 mascherine prodotte. Da lì, l’idea di dare il via a una nuova produzione. Per i due soci, non era ancora arrivato il momento di fermare i macchinari.

Due mascherine realizzate dalla ditta di abbigliamento Machattie

Desiderosi di regolarizzare la fabbricazione dei dispositivi sanitari sin dal primo momento, Bennati e Lascialfari si sono rivolti a un laboratorio di analisi per eseguire gli appositi test sul loro tessuto non tessuto. Per la Pont Lab, le mascherine della Machattie sono conformi con le mascherine mediche di tipo II R. Al momento, questa ditta pratese produce in media 10.000 pezzi al giorno e rifornisce: farmacie, medici di base, negozi di ferramenta e aziende. «Stiamo aspettando l’ultima certificazione per poter inviare le mascherine a ospedali e case di cura  sottolinea Bennati – ma i costi per i test sono considerevoli: siamo intorno a 10 mila euro».

Aumento dei prezzi delle materie prime e difficile reperibilità. «Il prezzo del materiale è aumentato del 120%. Prima un metro di tessuto costava 40 centesimi, adesso anche un euro  spiega il titolare –. E tutto il materiale deve essere pagato in anticipo, altrimenti non arriva, senza considerare il fatto che non è neanche facile da trovare».

Terminata l’emergenza coronavirus, i proprietari hanno intenzione di convertire un ramo di azienda nella fabbricazione di mascherine. «Purtroppo abbiamo fatto questa esperienza, dico purtroppo perché non saprei neanche come descriverla. I messaggi di ringraziamento che ci arrivano fanno commuovere», ammette Bennati.  Intanto il telefono continua a squillare. Una giovane impiegata è appena entrata nella stanza. «C’è la farmacia Sarlo, prende altri 2.000 pezzi».

Virginia Nesi

LAUREATA IN COMUNICAZIONE A FIRENZE E CON UN MASTER IN GIORNALISMO DELL'UNIVERSITÁ SAN PABLO DI MADRID. HA IMPARATO NELLA REDAZIONE DI EL MUNDO, QUOTIDIANO CON IL QUALE CONTINUA A COLLABORARE. APPASSIONATA DI POLITICA ESTERA E SOCIETÁ, HA VINTO IL PREMIO "WALTER TOBAGI 40 ANNI DOPO"

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